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	<title>media - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>media - Luiss University Press</title>
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		<title>“Divertirsi da morire” di Neil Postman</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/neil-postman-divertirsi-da-morire-recensione-pandora-rivista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 11:45:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[divertirsi da morire]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[neil postman]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su Pandora rivista il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di seguito vi proponiamo la recensione al libro &#8221;Divertirsi da morire&#8221; di Neil Postman, scritta da Daniele Molteni e uscita su <em>Pandora rivista</em> il 9 gennaio 2024. Un libro attualissimo, fondamentale, per comprendere appieno i nuovi risvolti sociali e politici alla luce dei nuovi mezzi di comunicazione. Perché, come ha ben espresso il filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio».</p>
<h2 style="text-align: justify;">“Divertirsi da morire” di Neil Postman</h2>
<p style="text-align: justify;">Nell’era delle intelligenze artificiali e della rivoluzione digitale può sembrare curioso considerare d’attualità un saggio che ha come oggetto d’indagine gli effetti della televisione. Eppure, quello che si trova all’interno di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/divertirsi-da-morire-neil-postman-libro-seconda-edizione/" target="_blank" rel="noopener"><em>Divertirsi da morire</em></a>, libro del 1985 del sociologo e teorico dei mass media Neil Postman pubblicato in una nuova edizione da Luiss University Press nel 2023, risuona ancora oggi nei problemi sul rapporto delle nostre società con le nuove tecnologie della comunicazione, soprattutto in relazione a quali conseguenze sociali, culturali e politiche esse provocano. Un’analisi elaborata dentro la cultura dello spettacolo degli anni Ottanta del Novecento negli Stati Uniti, che riguarda più in generale le forme di conversazione adottate dagli esseri umani – ovvero i discorsi e le tecniche utilizzate da una certa cultura per trasmettere messaggi – e come queste abbiano delle conseguenze sulle idee espresse.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso una chiara impostazione platonica, l’autore riprende il famoso aforisma coniato dal filosofo canadese Marshall McLuhan «il medium è il messaggio»<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, per illustrare come il modo migliore per capire una cultura sia proprio quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve. Correggendo però l’aforisma di McLuhan, Postman definisce i mezzi contemporanei come «metafore che agiscono in modo discreto ma potente per imporre la propria particolare definizione di realtà» (p. 29). Metafore poiché non veicolano messaggi – ovvero affermazioni precise e concrete – bensì classificano il mondo proponendo delle ipotesi su come esso sia, facendo uso di simboli e immagini. Nell’analizzare l’influenza dei mezzi di comunicazione sulla ricerca della verità, nel libro viene ripreso inoltre il concetto di <em>risonanza </em>espresso dal critico letterario canadese Northrop Frye, per sostenere come essa sia la metafora per eccellenza, in quanto riguarda la capacità di far sì che certe affermazioni in contesti particolari diventino universali. «Qualunque fosse il contesto originale e limitato in cui era inserito, un mezzo di comunicazione ha il potere di volare molto al di là in contesti nuovi e inattesi» (p. 35), ed è quindi anche la forma del discorso, oltre al contenuto, ad essere rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;">Muovendo da queste premesse sull’importanza dell’epistemologia dei mezzi di comunicazione, Postman elogia quella che chiama “l’America tipografica”, la cui cultura era basata sulla parola stampata. Una società emersa tra il Settecento e l’Ottocento, che ha visto il consolidamento dei giornali come fonte di sapere che ha permesso il formarsi di una conversazione pubblica nazionale. Una conversazione che avveniva in forme lente, in cui la stampa era il modello su cui si andava formando la mentalità tipografica, un’intelligenza che «ha dato priorità all’uso obiettivo, razionale della mente e nello stesso tempo ha incoraggiato forme di discorso pubblico con un contenuto serio e ordinato logicamente» (p. 63). Dalla religione, alla politica, al commercio, l’autore sottolinea la risonanza del discorso razionale e tipografico in questo periodo. «Per due secoli, l’America ha dichiarato i suoi obiettivi, espresso la sua ideologia, scritto le sue leggi, venduto i suoi prodotti, creato la sua letteratura, parlato al suo Dio, per mezzo di segni neri su carta bianca» (p. 73).</p>
<p style="text-align: justify;">Un discorso che ha visto l’inizio del suo declino con il passaggio ad una società fondata sull’immagine a partire dall’ingresso della pubblicità sui giornali attorno al 1890, sino ad allora anch’essa attività seria e razionale avente lo scopo di offrire informazioni in modo propositivo. Analizzando questo passaggio dall’importanza della carta stampata – e del libro come strumento che promuove il senso di un passato coerente e utilizzabile – a quello delle immagini, l’autore sottolinea il contributo del telegrafo con il suo effetto di legittimare l’idea di un’informazione staccata dal contesto, alterando il rapporto tra informazione e azione sulla realtà, con il conseguente diffondersi di una maggiore impotenza sociale e politica. Uno strumento il cui ruolo è stato mettere in moto dei frammenti di informazioni, che ha trovato il proprio complemento nella fotografia per la sua funzione di dare forma concreta e visibile a persone sconosciute e luoghi lontani. Due invenzioni, telegrafo e fotografia, che ricreano il mondo come una serie di eventi idiosincratici formando quello che Postman definisce <em>pseudo-contesto</em>, una struttura che dona apparente utilità a informazioni frammentarie e irrilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte di questo agile ma denso saggio, pregno di riferimenti alla cultura statunitense degli anni Ottanta del Novecento e a personaggi politici e televisivi dell’epoca, è quella più propriamente dedicata all’epistemologia della televisione. Qui l’autore analizza uno strumento che definisce “meta-mezzo”, ovvero un dispositivo che non dirige solo la conoscenza sul mondo ma anche quella sui modi di conoscere. Se nell’America tipografica era il pensiero a contare, nell’era dello spettacolo dominata dalla televisione l’importante è divertirsi. Il divertimento è il modello per rappresentare ogni esperienza e l’intrattenimento la «superideologia di ogni discorso in televisione» (p. 94). Così i dibattiti della durata di ore tra uomini tipografici ottocenteschi – come quelli tra Abraham Lincoln e Stephen A. Douglas citati nella prima parte del libro – vengono sostituiti dalle <em>discussioni</em> televisive, come quella descritta dall’autore e trasmessa il 20 novembre 1983 dalla rete ABC tra personalità autorevoli come Henry Kissinger, Carl Sagan, Elie Wiesel e Robert McNamara sulle possibilità di un olocausto nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-11775 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg" alt="Divertirsi da morire Neil Postman" width="913" height="435" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-300x143.jpg 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-247x117.jpg 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-510x242.jpg 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-768x365.jpg 768w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884-1536x730.jpg 1536w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/01/Divertirsi-da-morire-Neil-Postman-e1704886885884.jpg 1920w" sizes="(max-width: 913px) 100vw, 913px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Contro questa pretesa di serietà della televisione emerge la critica di Postman al mezzo-metafora e alla produzione di ciò che essa presenta come cose importanti – ovvero contenuti presentati come dibattiti culturali significativi – più che per le banalità evidenti. La tesi del libro è che il declino di un’epistemologia fondata sulla stampa e lo svilupparsi dell’epistemologia fondata sulla televisione abbia avuto gravi conseguenze per la vita pubblica a causa del suo inquinamento della conversazione politica, religiosa, informativa e commerciale. Nell’era della televisione, anche nella politica la pubblicità diventa lo strumento principale per presentare le idee, che, per quanto inverosimili, si diffondono attraverso arti dello spettacolo che minano la razionalità del discorso pubblico. Le emozioni governano le decisioni e così come la pubblicità dei prodotti di consumo parla di sogni, fantasie e paure ai consumatori con l’obiettivo di offrire pratiche soluzioni, anche la politica adotta la medesima strategia inducendo alla falsa credenza che i problemi possano essere risolti rapidamente e in modo semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la mentalità tipografica ha generato un discorso orientato sulle riflessioni, l’era dello spettacolo ne genera quindi uno fondato sugli applausi. «Quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento: milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari» (p. 99). È qui che in <em>Divertirsi da morire</em> il Marshall McLuhan de <em>Gli strumenti del comunicare</em> incontra metaforicamente il Guy Debord de <em>La società dello spettacolo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno spettacolo di intrattenimento sono i telegiornali del “mondo del cucù” in cui tutto quello che si vede appare e scompare, in un’interminabile sequenza senza senso che esorta a manifestare emozioni più che opinioni. Intrattenimento sono i <em>talk show</em> con la loro pretesa di serietà, e in qualche modo lo è la stessa politica, in cui i partiti perdono influenza in favore di politici-divi «indotti non già a offrire al pubblico l’immagine di sé, ma a offrire sé stessi come l’immagine degli spettatori» (p. 134), con il conseguente effetto di generare un elettorato che vota secondo interessi ormai simbolici e di natura psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ogni mezzo entrato nella conversazione elettronica tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo ha seguito le orme del telegrafo e della fotografia, amplificandone gli effetti» (p. 86), sostiene Postman nella prima parte del libro. Applicato ai <em>social media</em> questo assunto sembra funzionare ancora, con questi ultimi che hanno esasperato gli effetti del telegrafo e della fotografia nella loro generazione di frammenti strappati da ogni contesto, generando un eterno presente dove non esiste contraddizione. In altre parole, si tratta dell’era dell’<em>infocrazia</em> di cui parla in un recente saggio anche il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, delineando un regime dell’informazione dove avviene una <em>comunicazione senza comunità</em> e dove la contingenza e l’attualità sono sovrane a scapito delle narrazioni e delle conversazioni all’interno dello spazio pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la diagnosi di <em>Divertirsi da morire</em> Postman rifugge posizioni luddiste e propone anzi una cura alla crisi culturale che non prevede l’abbandono del mezzo. Una possibile soluzione, secondo l’autore, è l’idea di una nuova pedagogia che guardi non solo a che cosa si impara ma a <em>come </em>lo si impara. Se è vero che anche la tecnica è ideologia in quanto impone modelli di vita, modi di stare insieme e idee, producendo cambiamenti sociali e politici, serve riconoscere questa vera e propria rivoluzione culturale compiuta dai mezzi di comunicazione per porsi le domande giuste, invertire la rotta e liberarsi dalla tirannia del presente di un’educazione fondata sull’immagine elettronica. Perché non c’è mezzo pericoloso se gli utenti ne riconoscono i pericoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante abbia elaborato una profezia errata indicando il computer come tecnica molto sopravvalutata, Postman intuì la sua analogia con la televisione per gli interrogativi psicologici, politici e sociali comuni tra i due strumenti, sostenendo quanto passasse inosservata già all’epoca della scrittura del libro la tesi centrale della tecnologia dei computer, ovvero che «la difficoltà principale per risolvere i problemi proviene dall’insufficienza dei dati» (p. 160). Oggi viviamo proprio in una società governata dall’importanza dei dati, in cui tutto deve essere misurato e processato in un presente in cui «la raccolta massiccia di dati alla velocità della luce è stata utilissima alle grandi organizzazioni ma ha recato ben poco vantaggio alla gente comune e ha creato non meno problemi di quanto ne abbia risolti» (p<em>. </em>160).</p>
<p style="text-align: justify;">
<figure id="attachment_10404" aria-describedby="caption-attachment-10404" style="width: 355px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-10404" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png" alt="Neil Postman copertina sito" width="355" height="498" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-214x300.png 214w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-247x346.png 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-510x714.png 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito-300x420.png 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/09/Neil-Postman-copertina-sito.png 625w" sizes="(max-width: 355px) 100vw, 355px" /><figcaption id="caption-attachment-10404" class="wp-caption-text">Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell&#8217;era dello spettacolo &#8211; Neil Postman</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nella sua prefazione Matteo Bittanti definisce questo saggio come «profetico, destabilizzante e avvincente come un romanzo distopico», e proprio con due romanzi distopici il lavoro di Neil Postman si pone in dialogo: <em>1984 </em>di George Orwell e <em>Il Mondo nuovo </em>di Aldous Huxley. Tra questi l’autore considera il secondo come esempio di profezia della condizione nelle democrazie occidentali, in quanto secondo Huxley «non sarà il Grande Fratello a toglierci l’autonomia, la cultura e la storia. La gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare» (p. 20). Un contesto in cui il pericolo non è l’offuscamento della verità come avviene in regimi autoritari, ma la moltiplicazione delle informazioni che aumentano l’individualismo e la passività; le persone non vengono controllate con le punizioni come in una società disciplinare, ma con i piaceri di una società delle infinite possibilità e libertà, che attraverso l’intrattenimento gestito da pochi <em>network</em> televisivi – oggi diremmo gestito dai pochi che controllano i <em>social network </em>– rende possibile il collasso di una cultura condivisa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Divertirsi da morire </em>è quindi molto di più di un saggio sugli effetti della televisione sulla cultura americana nell’epoca della Guerra fredda. La sua attualità riguarda anche il fatto che viviamo un’epoca in cui ogni persona ha a disposizione una tv personale portatile, diventata estensione del corpo, ritagliata sulle diverse inclinazioni ed esigenze: lo <em>smartphone</em> con le sue finestre <em>social</em>. Ma il saggio è anche un monito sulla possibilità di produrre delle vere e proprie farse politiche per mezzo di determinate metafore e modelli comunicativi. Si tratta di una vera e propria profezia dal momento che viviamo anni in cui un personaggio come Jake Angeli – lo sciamano che ha preso parte all’assalto a Capitol Hill di Washington del 6 gennaio 2021 – presenta le carte in Arizona per candidarsi al Congresso nel 2024<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a> e in cui Rodolfo Hernandez, imprenditore e star di TikTok colombiana, ha avuto così tanto seguito da riuscire a candidarsi credibilmente alle elezioni presidenziali nel 2022<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come sarebbero stati soddisfatti tutti i vari re, zar, e Führer del passato – e i commissari del popolo di oggi – di sapere che la censura non è più una necessità, quando tutto il discorso politico prende la forma di una barzelletta» (p. 141).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> L’espressione ha avuto ampia diffusione dopo il saggio di Marshall McLuhan <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/gli-strumenti-del-comunicare-2" target="_blank" rel="noopener"><em>Gli strumenti del comunicare</em></a>, pubblicato per la prima volta nel 1964, che ha come oggetto un’analisi sugli effetti trasformativi dei media.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Byung-Chul Han, <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/infocrazia-byung-chul-han-9788806256432/" target="_blank" rel="noopener"><em>Infocrazia. Le nostre vite manipulate dalla rete</em></a>, Einaudi, Torino 2023. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/infocrazia-di-byung-chul-han/" target="_blank" rel="noopener">Qui recensito da Matteo Migliori.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> SkyTG24, <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2023/11/14/elezioni-usa-2024-jake-angeli-candidatura" target="_blank" rel="noopener"><em>Elezioni Usa 2024, lo sciamano Jake Angeli si candida al Congresso in Arizona</em></a>, 14 novembre 2023.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/divertirsi-da-morire-di-neil-postman/#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> Oliver Griffin, <a href="https://www.reuters.com/world/americas/colombias-king-tiktok-hernandez-ready-run-off-after-shock-result-2022-05-30/" target="_blank" rel="noopener"><em>Colombia’s ‘king of TikTok’ Hernandez ready for run-off after shock result</em></a>, Reuters, 31 maggio 2022.</p>
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		<title>Gianluigi Negro. Le voci di Pechino: come i media hanno costruito l’identità cinese &#8211; recensione di Lorenzo Andolfatto (ENG)</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/gianluigi-negro-cina-identita-mass-media-propaganda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jul 2023 12:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[gianluigi negro]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uso di nuove e potenti tecnologie nei media ha contribuito a rivoluzionare il mondo della comunicazione e dell’informazione cinesi e lo ha fatto a tal punto che la questione non è più relegabile al solo piano nazionale, ma si è fatta globale. Questo il cuore tematico di uno dei lavori più avvicenti pubblicati dalla nostra [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="annotationLayer">
<p style="text-align: justify;">L’uso di nuove e potenti tecnologie nei media ha contribuito a rivoluzionare il mondo della comunicazione e dell’informazione cinesi e lo ha fatto a tal punto che la questione non è più relegabile al solo piano nazionale, ma si è fatta globale. Questo il cuore tematico di uno dei lavori più avvicenti pubblicati dalla nostra casa editrice. Per approfondire il tema, vi proponiamo, di seguito, un&#8217;interessante recensione al libro di Gianluigi Negro (Luiss University Press) apparsa di recente sulla rivista accademica SCOMS: Studies in Communication Sciences.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Gianluigi Negro. Le voci di Pechino: come i media hanno costruito l’identità cinese</h2>
<p style="text-align: justify;">Gianluigi Negro’s Le voci di Pechino: Come i media hanno costruito l’identità cinese (Bei-jing’s voices: How the media constructed Chinese identity) presents a much welcome intervention at the intersection of Sinology and Media Studies from a historiographical perspective. By tracking the diachronic shifts and continuities across different communi-cation technologies, practices, and policies in the People’s Republic of China (PRC), the book develops a systematic understanding of the role of media in the construction of mod-ern Chinese national identity. In doing so, it offers a valuable conceptual map for keeping track of the different actors and tensions that have shaped the Chinese media landscape from the rooftop loudspeakers of the Mao era to the Web 2.0 of today.</p>
<h2 style="text-align: justify;">“Good China stories”</h2>
<p style="text-align: justify;">On the background of late Xi Jinping’s autocratic push, the rabid proliferation of Wolf Warrior-like nationalism, and the steady flow of “good China stories” across all sorts of communication outlets, it would be easy and convenient to cast the whole of Chinese media as one broadcasting monolith geared at disseminating the party-state’s direc-tives. Yet, as this book’s eight agile chapters show, this would be a simplification. While it remains true that the history of the PRC and its current political arrangement have characterized the country’s media in their own distinctive ways, these emerge less as a uniform apparatus than a layered ecosys-tem in which political directives are negotiated with the demands of the market; foreign capital interacts with domestic investments; and Hollywood’s latest movies coexist with state-sanctioned productions and national blockbusters. It is to eschew such simplifica-tions and the ever-present scholarly vice of attributing “Chinese characteristics” to any phenomenon originating from this fabricat-ed entity we call “China” that Negro begins his analysis of the Chinese media system with a useful reflection on method (in chapter 2).</p>
<h2 style="text-align: justify;">The multifocal historical approach of Gianluigi Negro</h2>
<p style="text-align: justify;">Undergirded by solid familiarity with its variegated object of study as well as command of Chinese-language literature on the matter, Negro’s “multifocal historical approach” succeeds in the goal of “opening up the past” as an interpretative horizon for understanding the present and the future of Chinese society, without falling into the traps of technological determinism and revenant orientalism. The result of this approach is, as Negro argues, a “de-Westernized” history of Chinese media that productively intertwines material and technological concerns, administrative prac-tices, socio-political contexts, and the chang-ing epistemological valences of the notion of media communication itself.Negro’s methodological considerations lay the premises for a necessary reflection (presented in chapter 3) on the key concepts needed for defining a history of media in the PRC. Taking the foundation of the socialist republic as its point of departure, the book triangulates Chinese media in terms of “com-munication,” “system,” and “propaganda.” By focusing on the shifts in the idea of commu-nication frompre-Yan’an jiaotong (interactive communication) to post-1949 zhuanbo (top-down dissemination) in the early years of the PRC, the book brings attentions to the early influence of Western models in the develop-ment of Chinese media, but more important-ly to the gradual adoption of Soviet blueprints after 1949. The PRC’s geopolitical alignment with the USSR led to a systematization of the media apparatus across a constellation of bu-reaus and organs under the umbrella of the Chinese Communist Party’s (CCP) Propaganda Department, whose function was and is to shape public opinion and advance a coherent “collective vision” (weiguan) at the national, regional, and local level, according to the political leadership’s directives.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-9729 size-full" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi.jpg" alt="Gianluigi Negro" width="1920" height="1280" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi.jpg 1920w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-247x165.jpg 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-510x340.jpg 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-300x200.jpg 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-1024x683.jpg 1024w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-768x512.jpg 768w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2023/07/Cina-oggi-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">The propaganda project</h2>
<p style="text-align: justify;">This vision was the product of a propaganda (xuan chuan) project that was not limited in purpose to mass mobilization, but also included educa-tion, community building, and networking between the different layers of society. As Negro ultimately argues, while the processes of economic reform put into place by Deng Xiaoping from the late 1970s led to a progres-sive liberalization of the Chinese media eco-system – and with it the transformation of the public from “citizens and spectators to users and consumers” (p. 49) – these foundational traits “continue to have a meaningful influ-ence nowadays” (p. 65).This system-oriented approach to Chi-nese media informs and is at the same time corroborated by the book’s three core chap-ters on the press and the radio (chapter 4), television and cinema (chapter 5), and the Internet (chapter 6). While – as the book’s structure suggests – each of these technologies could be considered as the most representative of one specific historical period (respectively the Mao era; the Deng era up to the third generation of the CCP leadership; and the post-Beijing Olympics globalized era), a closer look at their braided histories reveals, as Negro writes, “a continuity, rather than a discontinuity, in the evolution of China’s media system in the medium and long term” (p. 34).</p>
<h2 style="text-align: justify;">The idea of &#8216;new China&#8217;</h2>
<p style="text-align: justify;">This continuity can be characterized as a forward-oriented circularity, to the extent that all these communication technologies were mobilized for showcasing to the national and international public what the new Chinese nation ought to be, while the idea of “new China” itself kept being updated: from the socialist project of Mao Zedong to the socialist market economy of Deng Xiaoping and Jiang Zemin, the economic superpower of Hu Jintao, and the ultranationalist autocracy of today. Like these different visions of the nation, the media technologies that portrayed them did not progressively re-place each other, but rather engendered “a complex process of stratification, ever more global today” (p. 148).The strength of the book lies then in its capacity to cut through this layered history to show how each new media technology became, upon its adoption, a locus of con-vergence between political aspirations, technological innovations, economic concerns, and international resonances. Although the central government’s ever-present preoccupation with cultural hegemony and national identity (which translate into the practice of propaganda) played a crucial role in these processes, Negro’s particular attention to the administrative aspects of media technology adoption highlights how such concerns have always been grounded in the coordination of managerial practices and the proper functioning of material infrastructures at all levels of the country’s configuration, from the newspaper distribution networks (which relied on the national postal service) and the “radio reception operators” of the post-liberation era; the central state’s systematic overview of the “many processes of commercialization, pluralization, and liberalization of the television sector” (p. 90) that have been taking place during the 1980s; to the CCP’s ongoing efforts at reining in the tumultuous development of the Chinese Internet since the early 2000s (for example via the China Internet Network Information Center or the Central Cyberspace Affairs Commission recently created by Xi Jinping).All these threads are brought together by Negro in the book’s final chapter, which is centered around the notion of media convergence – “the gradual coming together of different media technologies that once used to be distinct [&#8230;] brought forth by the digi-talization of media content and the central role of the Internet” (pp. 128–129). While the concept of media convergence stems from Western media theory, Negro correctly points out that the equivalent term ronghe also plays an important role in relation to media policies in the text of the 12th Five-Year Plan for National Economic and Social Development drafted in 2011, as well as in the Guiding Principles for the Promotion of an Integrated Development of Traditional and Emerging Media – a white paper published by the Chinese government in 2014. Although the notion of ronghe as media convergence explains well the general orientation of the Chinese media landscape of today, one wishes here that the author did not follow (as an historian) the party line in such descriptively close fash-ion.</p>
<h2 style="text-align: justify;">The state’s official narration clash with the public sphere</h2>
<p style="text-align: justify;">In 2009, media scholar Yang Guobin described the Chinese Internet as a “contested” space in which the state’s official narration clashed with a new public sphere then in the making; to a certain extent, the same could be said of the Chinese media landscape as whole. In this respect, Negro’s insightful anal-ysis would have further benefited from also exploring those minor media outlets that, by trying to advance counter-narrations to the party-state’s vulgate of new China, were by the latter obliterated – one can think here of the independent animation of Pi San; the queer web drama Addicted (Shangyin); or the progressive online media platform Bullog.cn (Niubo wang). Were such “voices” brought into the conversation too, the reader would have better understood the topology of the grounds on which the party-state’s battle for cultural hegemony is being fought. These marginal notes notwithstanding, Negro’s book succeeds in presenting a his-tory of Chinese media on their own terms – one that does not pander to predictable yellow-perilist expectations; does not indulge in Cold-War reductions; nor does it flatten its object of study through a Western method-ological perspective. In an (Italian) publish-ing market in which a phantasmatic “West” is continually staged against millenarian drag-ons and empires, Beijing’s voices are definitely worth listening to.</p>
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<p style="text-align: right;">Recensione di Lorenzo Andolfatto</p>
<p style="text-align: right;">SCOMS: Studies in Communication Sciences</p>
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