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	<title>innovazione - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>innovazione - Luiss University Press</title>
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		<title>Il liberalismo liberato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 11:48:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da La grande ricchezza. Come libertà e innovazione hanno reso il mondo un posto migliore di Deirdre Nansen McCloskey con Art Carden. McCloskey, professoressa emerita alla University of Illinois Chicago e influente teorica del libero mercato, ripercorre le vicende storiche del liberalismo in senso classico, mostrando come libertà economica, politica e personale, idee [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Proponiamo un estratto da </em>La grande ricchezza. Come libertà e innovazione hanno reso il mondo un posto migliore <em>di Deirdre Nansen McCloskey con Art Carden. McCloskey, professoressa emerita alla University of Illinois Chicago e influente teorica del libero mercato, ripercorre le vicende storiche del liberalismo in senso classico, mostrando come libertà economica, politica e personale, idee che non appartengono né alla destra né alla sinistra, siano state le inscindibili basi di crescita e sviluppo.</em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-weight: 400;">__________________________________________________________</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 2005, una coalizione di gruppi ha organizzato la campagna</span> <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Make_Poverty_History#:~:text=The%20Make%20Poverty%20History%20campaign,into%20taking%20actions%20towards%20relieving" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Make Poverty History</span></a><span style="font-weight: 400;">. Basta la sola idea – rendere storia passata la povertà – per restare a bocca aperta, visto quanto era dura un tempo la vita di praticamente chiunque sul pianeta, a parte qualche nobile o membro del clero. In termini quantitativi, se si vuole affrontare dal punto di vista scientifico la storia dell’economia, bisogna innanzitutto considerale che </span><b>nel 1800 la misera media della produzione e del consumo quotidiano pro capite era di circa 3 dollari</b><span style="font-weight: 400;">. Anche in Paesi da poco benestanti come Stati Uniti, Olanda e Gran Bretagna arrivava solo a 6 dollari. Ahia. Sono cifre espresse in termini attuali, senza alcun trucchetto. Provate a vivere nel vostro quartiere con 3 o 6 dollari al giorno, oppure pensate che oggi la media mondiale è di 33 dollari, che arrivano a 130 negli Stati Uniti. La cifra è raddoppiata generazione dopo generazione e sono stati soprattutto i poveri a trarne beneficio. Inoltre, al contrario di quel che si dice, dalla metà del Ventesimo secolo, le diseguaglianze a livello mondiale sono crollate.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le persone più povere al mondo stanno arrivando a poter contare su un reddito dignitoso o perfino più che dignitoso. Wow. Il nostro compito è far capire quell’ahia e spiegare il wow, dimostrando che </span><b>il passaggio da ahia a wow è avvenuto grazie alla libertà.</b><span style="font-weight: 400;"> Nel 1651, il filosofo inglese Thomas Hobbes pensava che quando gli uomini vivono senza un sovrano onnipotente si trovano in quella condizione che chiama</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bellum_omnium_contra_omnes" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">“guerra di tutti contro tutti”.</span></a><span style="font-weight: 400;"> La storiografia e l’antropologia moderna ci dicono che probabilmente si sbagliava sul sovrano o su quel “durante il tempo”. La sua celebre visione della povertà di una società priva di qualche tipo di disciplina, imposta da una mano visibile o richiesta a una mano invisibile, può servirci però a definire quel mondo dal quale la campagna Make Poverty History si vuole allontanare:  </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">In tale condizione [lo “stato di natura” privo di disciplina da lui immaginato] non c’è posto per l’industria, perché il frutto di essa è incerto [pensate: se il frutto verrà rubato, vengono a mancare gli incentivi a produrlo], e per conseguenza non v’è cultura della terra, né navigazione [pensate: niente caravelle di Enrico il Navigatore che esplorano le coste dell’Africa], né uso dei prodotti che si possono importare per mare [pensate: niente pepe dall’Oriente], né comodi edifici [pensate: niente municipio di Amsterdam nel Dam], né macchine per muovere e trasportare cose che richiedono molta forza [pensate: niente carrozze sulle strade del re], né conoscenza della faccia della terra [pensate: “Don’t know much about geography”], né calcolo del tempo [niente orologi, niente storia: “Don’t know much about the Middle Ages”],* né arti, né lettere, né società, e, quel che è peggio di tutto, v’è continuo timore e pericolo di morte violenta, e la vita dell’uomo è solitaria, misera, sgradevole, animalesca e breve. </span></i><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Doppio ahia. Non va bene. </span><b>Hobbes presupponeva che le persone fossero per natura crudeli ed egoiste</b><span style="font-weight: 400;">, e soprattutto incapaci di organizzarsi volontariamente. Serviva un “leviatano” che le domasse, quello che dà il titolo alla sua opera del 1651: una gran bestia di governo. Solo un re imposto dall’alto, come il suo amato – seppur da poco decapitato – signore Carlo I d’Inghilterra, o il figlio di Carlo che si nascondeva in Francia, il futuro Carlo II, avrebbe potuto proteggere pace e civiltà. (Le sue argomentazioni, va detto, somigliano molto a quelle della sinistra attuale secondo la quale un governo leviatano, molto più potente di quanto Carlo I avrebbe mai potuto immaginare, sia necessario per difendere la pace, la civiltà e i poveri.) </span><b>Hobbes sosteneva che si dovesse scegliere tra vivere nella miseria più nera privi di un potente re o nella semplice miseria (in ogni caso) sotto il regno di uno di essi.</b></p>
<blockquote><p><b> </b><span style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 130%;">In tanti, ancora oggi, a destra e a sinistra, si rifanno alle tesi di Hobbes sul governo imposto dall’alto.</span> </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Ritengono, nelle parole dell’economista liberale</span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Donald_J._Boudreaux"><span style="font-weight: 400;"> Donald Boudreaux</span></a><span style="font-weight: 400;">, “che noi umani senza la direzione di un sovrano possiamo essere solo dei blob inerti e buoni a nulla [così sostengono dem, labour e il caro vecchio John Dewey] oppure barbari stupidi e brutali destinati a rubare, stuprare, saccheggiare e ammazzarci a vicenda [così sostengono gop,* tory e il caro vecchio Thomas Hobbes], fino a quando un potere sovrano non ci doma e indirizza le energie economiche su sentieri più produttivi”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi crede in cose del genere viene giustamente chiamato “statalista”, per esempio, nella politica recente,</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Warren" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Elizabeth Warren</span></a><span style="font-weight: 400;"> a sinistra dello spettro convenzionale e Donald Trump a destra. </span><b>La destra, la sinistra e il centro vogliono costringere zucconi e barbari a organizzarsi</b><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">Tanto i progressisti quanto i conservatori, in altre parole, vedono le persone comuni come bambini, ignoranti o irrequieti, incapaci di badare a sé stessi e pericolosi per gli altri, da governare in modo ferreo. Insopportabili. Noi liberali invece no. Vogliamo convincervi a diventare liberali nel senso più antico e onorevole del termine, oppure, se proprio vi piace la parola, a condividere con noi una versione generosa del libertarismo (una parola degli anni Cinquanta del Novecento che vorremmo mandare in pensione). Non vi piace che le persone subiscano delle costrizioni tramite un sistema penitenziario-industriale o attraverso norme che impediscono loro di guadagnarsi da vivere intrecciando i capelli o per mezzo dei danni collaterali degli attacchi dei droni o ancora dividendo neonati e mamme al confine tra USA e Messico, vero? Siamo sicuri di no. Come dice una versione della “regola d’oro”, fate anche agli altri tutto quel che volete che essi facciano a voi. Con mente aperta e cuore generoso, amici lettori, crediamo che vorrete scegliere un vero liberalismo dal volto umano.</span></p>
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			Economia e finanza		</p>
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<p>Sia benvenuta pertanto una società tenuta insieme dalle conversazioni tra adulti liberi e non dalla coercizione del leviatano su schiavi e bambini. <span style="font-weight: 400;">Un tempo, la causa hobbesiana, statalista e antiliberale poteva in qualche modo essere plausibile; per chi la difendeva lo era al punto da giustificare la schiavitù, in quanto avrebbe costretto gli schiavi a fare cose utili, o da accettare che gli olandesi dominassero gli indonesiani per un altro secolo o che le donne fossero sottomesse ai loro mariti-re.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">[…] </span><span style="font-weight: 400;">In altre parole, al mondo moderno si addice il liberalismo moderno, per come lo stiamo definendo, e non, lo ripetiamo per l’ultima volta, per come da un secolo viene definito negli Stati Uniti (secondo l’idea di una generale subordinazione volontaria alla coercizione del governo). Nel nostro liberalismo ci sono adulti istruiti e intraprendenti, in grado di prendersi cura di sé stessi e delle loro famiglie e di provvedere ai propri vicini tramite scambi volontari. </span><b>Riteniamo che la visione liberale per gli esseri umani sia meglio della vecchia visione di sinistra, fatta di proletari disorganizzati da affidare alla guida del Partito comunista o della vecchia versione di destra, fatta di sciocchi bifolchi da affidare alla guida dell’aristocrazia</b><span style="font-weight: 400;">. In altre parole, il momento migliore per dare una chance a persone adulte e dignitose, e accettare il Patto Borghese, è ora. Per essere ancor più precisi, e per parafrasare un proverbio africano, il momento migliore per dare una chance a persone adulte e dignitose, e accettare il Patto Borghese, era venti o duecento o duemila o duecentomila anni fa.</span> <b>Il secondo momento migliore è ora</b><span style="font-weight: 400;">. Le persone sono pronte per l’autonomia liberale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Concedergliela vuol dire permettere loro di crescere. L’epoca dei grandi governi, che dirigono e giudicano, dei signorotti, dei mariti e degli esperti che spadroneggiano semmai (e sottolineiamo mai) poteva essere il passato. Oggi è giunta l’ora di quello che viene chiamato “liberalismo classico”, espressione che potrebbe suonare un po’ obsoleta. Non lo è affatto e possiamo sbarazzarci pure dell’aggettivo “classico”. È lo Stato leviatano a essere obsoleto, che sia gestito dai re di un tempo o dai tiranni di oggi, da Carlo I o da Tayyip Erdog˘an. Noi, e con noi il Patto Borghese, sosteniamo che il mondo può – e dall’Ottocento l’ha fatto visibilmente – fuggire dalla miseria, dalla sgradevolezza, dall’animalità e da una vita di durata breve come lo era nel 1651, senza il rischio di una guerra di tutti contro tutti. Affermiamo che Hobbes non sbagliava nel descrivere i mali reali e potenziali del 1651, ma l’epoca moderna ha contraddetto la sua fede nel dominio di un potere governativo. E i 130 dollari, o anche solo i 33 dollari, al giorno, in costante crescita, con le relative implicazioni spirituali, hanno contraddetto i nostri cari amici statalisti mode rati di sinistra e destra. I fatti hanno contraddetto ancor di più i rivoluzionari. </span><b>La dittatura del proletariato o il Reich millenario non hanno contribuito al progresso umano. Il Patto Borghese sì.</b><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fino all’Ottocento, l’argomentazione di Hobbes sembrava del tutto naturale in una società di re e signori, con Gengis Khan o Re Salomone. La tirannia era adatta a un’economia basata sulla pastorizia e a una società contadina. Re e signori erano ben lieti di sfruttare il monopolio della coercizione su contadini impossibilitati a fuggire. La storia inglese, fino alla cosiddetta</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gloriosa_rivoluzione#:~:text=La%20Gloriosa%20rivoluzione%20(o%20Seconda,sua%20moglie%20Maria%20II%20Stuart." target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Gloriosa rivoluzione del 1688-’89,</span></a><span style="font-weight: 400;"> e la storia mondiale, fino alla Rivoluzione francese e a quella americana, diedero ben poco spazio a qualunque alternativa al Grande Fratello o al Grande Papà. È sempre stato così, da quando gli umani, dopo milioni di anni, hanno smesso di essere cacciatori raccoglitori, </span><b>uscendo da una condizione libera ma segnata da una povertà estrema. È allora che ci è entrata nei geni la voglia di libertà.</b><span style="font-weight: 400;"> Le persone però sono complicate. Allo stesso tempo pensano di volere un re, un padre della nazione. Nella Bibbia Ebraica c’è un passaggio esilarante su come gli antichi israeliti, non diversamente dagli argentini di oggi o dagli italiani e in verità da qualunque elettorato che si trovi del giusto umore, volessero più statalismo imposto dall’alto, più bonapartismo, in altre parole un condottiero su un cavallo bianco. Per sentirsi al sicuro e prosperare. Nel passo biblico, gli israeliti chiedono a Samuele di dare loro un re, “come tutte le nazioni”. Samuele si consulta con Dio, che gli dice di metterli in guardia dall’ottenere quel che desiderano. “Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re” (</span><a href="http://www.laparola.net/testo.php?riferimento=1+samuele+8-10&amp;versioni%5b%5d=Nuova+Diodati" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">1 Samuele 8: 10-18</span></a><span style="font-weight: 400;">): </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Questo sarà il diritto del re […] prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, […] li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli. […] Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. […] Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà. “Il popolo rifiutò di ascoltare.” Ah ah ah. Imprevedibilmente, anche ai tempi di Hobbes, una serie di opere liberali cominciò a sfidare l’assunto statalista. Sono state queste idee, secondo noi, a creare il mondo moderno, ispirando la gente comune a essere libera e intraprendente, a essere adulta, invece di arare o confezionare profumi in schiavitù per qualche re.</span></i></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400; font-size: 130%;">Dalla metà del Diciassettesimo secolo, la lista degli scrittori liberali si fa sempre più lunga, dai levellers, i “livellatori” inglesi degli anni Quaranta del Seicento, ai fratelli de la Court in Olanda negli anni Sessanta dello stesso secolo.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">L’inglese John Locke, fortemente influenzato dagli olandesi, negli anni Ottanta del Seicento, mentre proprio nel loro Paese si nascondeva da Re Giacomo II, diede al liberalismo quella forma che un secolo dopo avrebbe ispirato la Rivoluzione americana. Nel 1733</span><b>, il francese Voltaire, che ammirava i primi passi del liberalismo e della dignità borghese nella Gran Bretagna dell’epoca – in opposizione allo snobismo monarchico del proprio Paese – lodò il libero commercio proprio come fece Locke</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Scrisse con piglio sarcastico: “Non so se sia più utile allo Stato un signore bene incipriato che sa con precisione a che ora si alza il re […] o un commerciante che arricchisce il proprio Paese, manda ordini dal suo ufficio fino a Surat e al Cairo, e contribuisce al benessere del mondo”. Circa quarant’anni dopo, Thomas Jefferson, proprietario di schiavi combattuto nell’animo, scrisse, come è noto, </span><b>che tutti gli uomini sono stati creati uguali</b><span style="font-weight: 400;"> e dovrebbero poter ricercare la felicità tramite il commercio. Ancora nel 1776, il nostro eroe del cuore del liberalismo, lo scozzese </span><b>Adam Smith</b><span style="font-weight: 400;"> (1723-’90; sarete felici di sapere che condivide il compleanno con la figlia di Carden), diede vita all’ideologia dell’“ovvio e semplice sistema della libertà naturale”. Quattro mesi prima che il Congresso continentale approvasse l’ultima bozza della</span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_d%27indipendenza_degli_Stati_Uniti_d%27America"> <span style="font-weight: 400;">Dichiarazione d’Indipendenza</span></a><span style="font-weight: 400;">, pubblicò la sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni. Il libro sosteneva quanto noi sosteniamo: la libertà consente la prosperità e non corrompe l’anima. Naturalmente l’idea liberale aveva delle cause. Smith proveniva da due secoli e mezzo di preparativi accidentali, in un’Europa nordoccidentale un tempo ben distante dall’essere liberale. Pensiamo all’illiberale Enrico VIII, che dal 1509 al 1547 governò l’Inghilterra con il pugno di ferro. A dispetto di quanto sostengono oggi i suprematisti bianchi e altri svitati, l’Europa non ha fatto da subito eccezione. Ancora nel 1492 era un angolo povero, sgradevole e animalesco del mondo, dove la vita era breve. Poi, pian piano, l’ideologia del </span><i><span style="font-weight: 400;">laissez faire</span></i><span style="font-weight: 400;"> arrivò da quelle parti e cominciò a essere onorata. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La lunga rivolta olandese del 1568-1648 contro gli Asburgo, per esempio, consentì alla classe media, la middling sort, la bourgeoisie (pronunciata “boor-zwah-ZEE”), di occupare quel vuoto lasciato da un’aristocrazia decimata dalle battaglie. Le città dei Paesi Bassi da tempo erano ormai gestite dall’alta borghesia, dai grandi mercanti e dai membri delle corporazioni chiamati “reggenti”. Era un governo difficile da sopportare per le classi inferiori, che non avevano diritti, ma era comunque un po’ liberale, specialmente in economia. Poi, dalla fine del Diciassettesimo secolo, sulla spinta dello straordinario successo economico degli olandesi,</span><b> l’idea che le persone comuni potessero essere lasciate in pace senza che i loro padroni fissassero ogni più minuscola regola cominciò a emergere in Inghilterra, in Scozia e nelle loro colonie</b><span style="font-weight: 400;">. Prima l’Inghilterra e poi la Scozia cominciarono ad apprezzare quanto prima disprezzavano: un mercante capace di comprare a poco e rivendere a tanto arricchisce il suo Paese e contribuisce al benessere del mondo. Il laissez faire economico divenne lentamente la dottrina dominante.</span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Jones_(economic_historian)"><span style="font-weight: 400;"> Il grande storico dell’economia Eric Jones</span></a><span style="font-weight: 400;"> descrive per esempio la fine delle restrizioni imposte dalle corporazioni in Inghilterra: “Il jolly fu il cambiamento di opinione delle élite del Paese, condiviso da gran parte dei tribunali. I giudici spesso si rifiutavano di sostenere le restrizioni che le corporazioni avrebbero voluto imporre. […] Un caso chiave interessò Newbury e Ipswich nel 1616 […] e sancì che gli ‘stranieri’, gli uomini non appartenenti a un distretto, non potevano essere costretti a iscriversi”, vale a dire a entrare nella corporazione ed essere soggetti alle sue limitazioni. Gli inglesi, un tempo violenti e illiberali adoratori di re, diventarono progressivamente, secondo un’espressione dell’epoca, “un popolo educato e dedito al commercio</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">[…] </span><span style="font-weight: 400;">Ciò che prima veniva considerato disonorevole e indegno – la ricerca del puro lucro – era ora esaltato, perlomeno non combattuto da corporazioni e governi. (Una nostra preoccupazione, che dovreste condividere anche voi, è: stanno imponendo di nuovo un ostruzionismo normativo illiberale e medievale?) </span><b>La conseguenza della nuova idea liberale è stata che intorno all’Ottocento, uno tsunami di miglioramenti ha travolto prima l’Occidente e poi il resto del mondo</b><span style="font-weight: 400;">. Possiamo chiamarlo il Grande Arricchimento. Ferrovie. Scuole di massa. Grattaceli. Elettricità. Fogne. Università. Antibiotici. Container. Computer. Nei posti dove il Grande Arricchimento è stato vissuto fino in fondo, Pinco e Pallina, discendenti da avi poverissimi, vivono una vita connessa, ricca, gradevole, pacifica e – per gli standard storici – incredibilmente lunga. Per nulla hobbesiana. Wow.</span></p>
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<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>La grande ricchezza</em> di Deirdre Nansen McCloskey con Art Carden. In alto, </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/la-grande-ricchezza-liberalismo-deirdre-mccloskey-estratto/">Il liberalismo liberato</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/la-grande-ricchezza-liberalismo-deirdre-mccloskey-estratto/">Il liberalismo liberato</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Cos&#8217;è l&#8217;open innovation</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/cos-e-l-open-innovation-chesbrough-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 12:23:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[crescita economica]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È necessario che i processi di innovazione cambino se vogliamo che la distanza tra le promesse delle tecnologie esponenziali e i deludenti risultati economici cui assistiamo si chiuda. Fino a tempi relativamente recenti, l’innovazione era in larga misura una faccenda interna. Il tragitto dal laboratorio al mercato correva prevalentemente tra le quattro mura dell’azienda. Pensiamo ai Bell Laboratories, al Research Center dell’Ibm o al Palo Alto Research Center (Parc) della Xerox. Ciascuno di questi dipartimenti realizzava importanti passi avanti tecnologici e ciascuno di questi avanzamenti giungeva alla commercializzazione grazie all’attività delle unità di business dell’azienda.<br />
Tuttavia, l’approccio “fai da te” è diventato negli ultimi anni sempre più oneroso. Costa molto realizzare ciascuno dei numerosi processi necessari ad avere successo sul mercato. Ci vuole tempo per completare il tragitto dall’innovazione alla commercializzazione, troppo in un’epoca in cui tutto cambia sempre più rapidamente. E i rischi ricadono tutti su di voi. Questa poco promettente combinazione di costi, tempo e rischi ha spinto molte imprese a ripensare il proprio approccio all’innovazione. Esiste una via alternativa che ha costi interni minori, riduce il time to market e distribuisce i rischi. <strong>È l’approccio che chiamiamo open innovation</strong>.</p>
<p>È un modo di procedere nuovo. Solo nel 2003, digitando su Google le parole “open innovation” non avreste ottenuto nessun risultato chiaro. Oggi la stessa ricerca vi conduce a centinaia di milioni di risposte. Due recenti indagini sulle grandi imprese condotte negli Stati Uniti e in Europa hanno scoperto che il 78 per cento di loro ricorre in qualche misura a questo nuovo approccio. Dieci anni fa, di open innovation non c’era traccia, oggi è ovunque.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">L’idea alla base di questo nuovo approccio è che le conoscenze utili sono ora presenti in tutta la società. Nessuna impresa ha il monopolio delle grandi idee, e tutte, non importa quanto efficaci al proprio interno, hanno bisogno di collaborare intensamente ed estesamente con le reti e le comunità della conoscenza. </span></p></blockquote>
<p>Un’azienda che pratica l’open innovation utilizza regolarmente<strong> idee e tecnologie esterne</strong> (open innovation dall’esterno all’interno o outside-in), e accetta che idee e tecnologie di sua produzione ma che essa non sfrutta fluiscano all’esterno a disposizione delle imprese intenzionate a utilizzarle nei loro business (open innovation dall’interno all’esterno o inside-out).</p>
<p>Quali prove abbiamo dell’efficacia dell’open innovation? Ricapitoliamo alcuni dei dati presentati nel precedente capitolo. La Procter &amp; Gamble ha orgogliosamente rivendicato alla propria versione di open innovation, chiamata Connect and Develop, un grande successo, e lo stesso hanno fatto molte altre imprese. Un’altra azienda produttrice di beni di consumo, la General Mills, ha analizzato l’andamento delle vendite in un anno di 60 suoi nuovi prodotti, e ha scoperto che quelli contenenti qualche componente significativa di open innovation hanno venduto più del doppio degli altri. Un recente studio su 489 progetti di una grande impresa manifatturiera europea ha potuto constatare che quelli basati su una forte collaborazione con soggetti esterni hanno assicurato all’impresa ritorni maggiori degli altri.</p>
<p>Altre conferme provengono da indagini statistiche. Diversi studi basati sulla Community Innovation Survey hanno dimostrato che le imprese che ricorrono in misura maggiore a fonti di conoscenza esterne hanno prestazioni di innovazione migliori, a parità degli altri fattori, di quelle che lo fanno meno spesso. Una recente indagine relativa a 125 grandi imprese è giunta a conclusioni analoghe: le aziende che sfruttano strategie di open innovation ottengono risultati di innovazione più promettenti.</p>
<p>Sennonché, ho l’impressione che la maggioranza di noi non abbia veramente capito in cosa questo modo di realizzare innovazioni consista. Non concordiamo sul suo significato, non sappiamo come meglio usarlo, non riflettiamo a sufficienza sui suoi problemi e i suoi limiti, e di conseguenza non riusciamo neppure a ricavarne il massimo. È per questo che ho scritto questo libro: per chiarire meglio in cosa l’open innovation consista e aiutare tutti a trarre da questa eccitante idea quanto è possibile.</p>
<p>Tra l’altro, essa stessa ha subito cambiamenti profondi dal 2003. Analizzerò i più importanti e il loro significato per l’industria, l’innovazione e la politica nei prossimi capitoli. Vedremo per esempio che la cooperazione e la partnership sollecitata dall’open innovation non coinvolge più in genere soltanto due imprese (benché la loro intesa resti una componente importante) ma interessa un insieme molto più ampio di realtà: filiere, reti, ecosistemi, partnership pubblico-privato ecc. Essa non riguarda più soltanto l’impresa. Anche l’ambiente circostante ne è coinvolto. Perché l’open innovation prosperi è necessario costruire ecosistemi di soggetti innovatori. E se vogliamo che questi ecosistemi diano nuovo impulso alla produttività, occorre che ci spingiamo ancora oltre e costruiamo un’infrastruttura dell’innovazione capace di dare alla nuova società dell’open innovation il necessario sostegno.</p>
<h2>Definire l’open innovation</h2>
<p>Consentitemi di iniziare con una definizione di open innovation. Mentre gli esquimesi hanno dozzine di parole per lo stesso referente “neve”, noi abbiamo <strong>molti diversi significati per le parole “open innovation”</strong>. A mio avviso, il modo migliore di intendere il paradigma dell’open innovation è considerarlo in opposizione al modello tradizionale dell’integrazione verticale, nel quale attività di innovazione interne conducono a prodotti e servizi sviluppati internamente e commercializzati dall’impresa. Chiamo il modello integrato verticalmente “modello di innovazione chiuso”. Per sintetizzare tutto in un’unica frase, dirò che l’open innovation è un processo di innovazione diffuso basato sulla gestione dei flussi di conoscenza in entrata o in uscita dall’impresa realizzata utilizzando meccanismi monetari e non monetari a seconda del modello di business dell’impresa stessa.</p>
<p>È una definizione scientifica, lo riconosco. In sintesi, essa dice comunque che l’innovazione è generata accedendo, sfruttando e assimilando flussi di conoscenza che varcano i confini dell’azienda o entrandovi o uscendone. Non si tratta tuttavia di una definizione accettata da tutti, una questione su cui tornerò più avanti. In questa definizione, si assume che le imprese, nel cercare come meglio fare innovazione, possono e devono utilizzare idee e vie al mercato tanto interne quanto esterne. I processi di open innovation intrecciano idee interne ed esterne in piattaforme, architetture e sistemi, e utilizzano i modelli di business per definire i requisiti di queste architetture e sistemi. Il modello di business utilizza le idee esterne e interne per creare valore e definisce meccanismi interni per appropriarsi di una parte di questo.</p>
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<h2>L’open innovation outside-in e inside-out</h2>
<p>Esistono due tipi principali di open innovation: quella dall’esterno all’interno e quella dall’interno all’esterno. La prima richiede che l’impresa apra i propri processi di innovazione a diversi tipi di input e contributi di conoscenza esterni. È l’aspetto dell’open innovation che ha ricevuto più attenzione, sia nel mondo accademico sia tra le imprese. Molto si è scritto, per esempio, sullo scouting tecnologico, il crowdsourcing, la tecnologia open source o l’acquisizione di tecnologie esterne o licensing in. Secondo innumerevoli studiosi e protagonisti del mondo industriale, l’open innovation consisterebbe soltanto in questo. In realtà, non ne è che una parte. Esiste infatti un secondo tipo di flussi di conoscenze non meno importante.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">L’<strong>open innovation dall’interno all’esterno o inside-out</strong> richiede alle imprese di consentire che le conoscenze che esse non utilizzano o sottoutilizzano escano all’esterno a disposizione di chi desidera sfruttarle nella propria attività e nei propri modelli di business. </span></p></blockquote>
<p>Lo si può fare concedendo in licenza una propria tecnologia, creando per scorporamento (spin off) una nuova impresa, cedendo un proprio progetto a un common aperto, o formando una nuova joint venture con partner esterni (Box 2.1). Diversamente dall’open innovation outside-in, questa componente del modello è meno compresa tanto nel mondo accademico quanto in quello delle imprese. Come vedremo in uno dei prossimi capitoli, è questa seconda modalità di innovazione che consente di scoprire nuovi modelli di business per le idee e le tecnologie interne inutiliz- zate o sottoutilizzate.</p>
<h2>Cosa l’open innovation non è</h2>
<p>È bene avere chiaro cosa l’open innovation non è: non è (solo) crowdsourcing, ossia chiedere a un gruppo o a una moltitudine di individui esterni all’azienda di trovare l’idea forte o la soluzione di cui si ha bisogno. Non è (solo) gestire meglio i propri clienti. E non è (solo) ricorrere a un software open source e ai metodi open source che questi software hanno ispirato.<br />
Poiché quest’ultimo è un fraintendimento molto comune, vale la pena soffermarcisi più a lungo. L’approccio open source all’open innovation ignora il modello di business, non tiene conto della componente inside-out di questa strategia di innovazione, e vede nella proprietà intellettuale (IP) un ostacolo all’innovazione che andrebbe se possibile eliminato. È l’approccio difeso per esempio da Eric von Hippel, il quale analizza l’“innovazione aperta e diffusa” eleggendo il software open source a suo caso esemplare. E con lui molti altri.</p>
<p>C’è qualcosa di paradossale in queste posizioni, alla luce dello scisma che ha diviso la comunità del software open source opponendo ai difensori del software “libero” i difensori del software “open”. I primi, tra i quali figura per esempio Richard Stallman, ritengono che “i software debbano essere liberi”. Un sistema operativo costruito utilizzando l’approccio copy-left è Gnu, il che significa che qualsiasi uso del codice di questo sistema dev’essere condiviso con il resto della comunità dei suoi sviluppatori. È quasi come pensare che la proprietà intellettuale sia superflua o persino nociva all’innovazione. Traendo vantaggio in modo diretto dal suo progredire, ciascun utilizzatore dovrebbe a sua volta rivelare le sue conoscenze al resto della comunità degli utilizzatori come lui. Neppure i modelli di business hanno un ruolo da svolgere in base a questa prospettiva. Non si considera assolutamente che le aziende possano investire un capitale per sfruttare su vasta scala le loro innovazioni, né come questo capitale possa creare profitto una volta investito.</p>
<p>La seconda componente della comunità del software open source – la componente definita “software open” – ha adottato una strategia del tutto diversa. Essa autorizza le imprese che utilizzano un qualche codice open source a modificarlo o integrarlo <em>ma senza obbligarle a condividere le modifiche apportate con la comunità open source</em>. Una famiglia di sistemi operativi sviluppata in questo modo è Linux. Aziende come Google e Amazon, che utilizzano estesamente Linux e di cui hanno fatto innumerevoli integrazioni, hanno scelto di mantenere le modifiche apportate private, ossia di non condividerle con la comunità Linux. I software open consentono alle imprese di basarsi su un codice aperto o condiviso e al tempo stesso di investire in sue estensioni private, se così preferiscono.</p>
<p>Linus Torvalds, il creatore di Linux, appartiene senza ombra di dubbio al campo “aperto” (anziché a quello “libero”), ed è piuttosto critico nei confronti dell’evangelismo del “software libero” di Richard Stallman:</p>
<p style="padding-left: 80px"><em>È troppo inflessibile, troppo dogmatico [&#8230;] Penso che l’open source</em><br />
<em>abbia iniziato a funzionare molto meglio una volta prese le distanze dal- la politica e i valori della Free Software Foundation, e che più persone abbiano finalmente capito che è uno strumento, non una religione. Io sono decisamente un pragmatico [corsivo aggiunto].</em></p>
<p>Il pragmatismo di Torvalds è lo stesso della definizione di open innovation che propongo io. In base a questa concezione, un’azienda investe in un progetto e lo amplia nel tempo perché ha un modello di business. Nella mia concezione di open innovation, non solo la proprietà intellettuale è ammessa: essa è anche ciò che <strong>consente alle imprese di collaborare e coordinarsi</strong> con altre proprio perché è ciò che garantisce loro una qualche protezione dall’imitazione diretta. È la possibilità di contare su questo che consente alle imprese di investire nell’estensione delle proprie innovazioni, se queste si dimostrano di successo, e di ricavare da tali investimenti un guadagno.</p>
<p>Entrambe le concezioni dell’open source vedono nell’apertura un potente meccanismo generatore di innovazioni. Von Hippel osserva giustamente che, nelle prime fasi di vita di un prodotto, i suoi utilizzatori sono una fonte di innovazione feconda. Le differenze tra “libero” e “open” emergono solo in seguito, quando l’innovazione inizia ad avere successo sul mercato. A questo punto, i semplici cultori della programmazione informatica lasciano il posto alle imprese intenzionate a entrare nel mercato e a commercializzare quelle innovazioni. È il momento di definire i modelli di business e di investire il necessario a estendere quanto basta il proprio giro d’affari.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">La società trae vantaggio dalle innovazioni solo se queste sono, non solo generate, ma anche disseminate ampiamente e assimilate.</span></p></blockquote>
<p>Benché sia stato creato da Linus Torvalds e una piccola comunità di volontari, a sostenere Linux sono oggi imprese come Ibm, Google, Red Hat e Amazon, imprese che intorno a esso hanno costruito modelli di business e portato il suo uso al centro delle proprie attività. I sostenitori dell’open innovation come me pensano siano necessarie norme giuridiche e modelli di business per affrontare questi processi; i difensori dell’approccio “libero” (o dell’“innovazione aperta e diffusa”) la pensano nel modo opposto.<br />
Ora sapete che cosa l’open innovation è, che cosa non è e perché non sia semplicemente una versione impreziosita dell’approccio open source.</p>
<p>___<br />
In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@nejc_soklic?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Nejc Soklič</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/innovation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/cos-e-l-open-innovation-chesbrough-estratto/">Cos’è l’open innovation</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/cos-e-l-open-innovation-chesbrough-estratto/">Cos&#8217;è l&#8217;open innovation</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>L&#8217;innovazione che non si arresta, anzi accelera</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/innovazione-accelera-tomassini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 03:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Potrebbe una pandemia come quella scatenata dal SARS-CoV-2 – questa stessa in una nuova ondata tra qualche anno oppure, recidiva, in un altro tempo; o anche un’altra epidemia prossima ventura – farci tornare improvvisamente all’era delle caverne? Caverne con quattro mura, senz’altro; con finestre, balconi, riscaldamento e aria condizionata, acqua corrente, elettricità, letti morbidi, dispense [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Potrebbe una pandemia come quella scatenata dal SARS-CoV-2 – questa stessa in una nuova ondata tra qualche anno oppure, recidiva, in un altro tempo; o anche un’altra epidemia prossima ventura – farci tornare improvvisamente all’era delle caverne? Caverne con quattro mura, senz’altro; con finestre, balconi, riscaldamento e aria condizionata, acqua corrente, elettricità, letti morbidi, dispense fornite di prodotti a lunga conservazione, frigoriferi e congelatori, connessione alla rete più veloce, fibre, 5G, 6G, e forse più di un paio di robot piuttosto intelligenti.</p>
<p>Abitazioni modernissime, ma pur sempre caverne, quando da queste non si può uscire se non in via eccezionale, autorizzazione alla mano? Senza dubbio, le tecnologie delle quali disponiamo oggi, agli inizi del XXI secolo, rispetto a quelle primordiali del Paleolitico, magari messe un po’ meglio a sistema e integrate a dovere sia sul piano strettamente tecnologico che su quello burocratico-amministrativo, ci consentirebbero di soddisfare quasi ogni nostra necessità, anche se fossimo costretti a una chiusura molto più estesa di quelle viste recentemente. Non è questo che vedo per il futuro; non un lockdown prolungato come un’era glaciale. Più che la riproposizione di una chiusura generale a tempo indeterminato (aspettativa generata dalla paura, dal timore che subito si ripeta ciò che è appena successo), avverranno nella società e nel nostro modo di vivere dei cambiamenti drastici, radicali, che porteranno la nostra civiltà, ancora una volta, sulla via di un miglioramento di tipo strutturale.</p>
<p>Cambiamento infatti è, insieme ad “adattamento”, la parola chiave di ogni periodo storico che si trova costretto a reagire prepotentemente a uno stop. Così, per esempio, è successo dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York. Tra le cose più evidenti, a seguito dell’attacco, è cambiato per sempre il nostro modo di volare. Al gate dell’aeroporto passiamo ora attraverso il body scanner, dispositivo di imaging che vede ogni cosa dentro di noi e le nostre valigie. Non abbiamo più potuto portare nei bagagli a mano forbicine, pinzette, taglierini; né bagnoschiuma, gel o liquidi, questo perché i terroristi utilizzarono strumenti del genere per dirottare gli aerei; più tardi (2006) sembra che altri terroristi avessero progettato di realizzare degli esplosivi liquidi per dirottare altri voli di linea. Non si trattò soltanto di questo. Un attentato come quello alle Torri Gemelle sembrava, all’epoca, impensabile; pura fantascienza. In tutta quanta la loro storia, gli Stati Uniti d’America non erano mai stati attaccati sul suolo nazionale.1 Lo shock fu enorme, per tutti noi. Avevano combattuto due guerre mondiali e diversi altri conflitti dagli anni Cinquanta in avanti, ma mai nessuno aveva “osato” o “potuto” attaccare la nazione all’interno dei suoi confini. Sembrò a molti che il mondo sarebbe cambiato per sempre, e così è stato, ma non nel senso negativo che ci si aspettava nell’immediatezza. E credo che fu proprio anche questo non aspettarsi un tale evento distruttivo, questo rimanere sorpresi e scioccati dall’assurda, impossibile catastrofe, che portò il popolo americano, e il mondo, a reagire in modo energico, coraggiosamente. Fu la paura, certo, a governare le vite di gran parte dell’Occidente per un periodo di tempo abbastanza lungo. Ci furono altre guerre, probabilmente inutili. Si scoprirono dei nemici sconosciuti. Se ne inventarono addirittura di nuovi, pur di dimostrare che la supremazia della grande potenza era ancora in piedi, vigorosa. Si era agli inizi del millennio, e i primi dieci anni (i cosiddetti “anni zero”) rappresentarono molto, moltissimo in termini di innovazione tecnologica, vuoi, forse, anche in virtù di questo evento che non turbò soltanto gli USA, ma buona parte del mondo. Furono quelli gli anni della diffusione di Internet e dei primi smartphone, della nascita di Facebook, di YouTube, di Wikipedia. Pura coincidenza? Non credo. Nasceva il mondo digitale come lo conosciamo adesso e con esso nasceva e cresceva una nuova generazione. E in questi giorni in cui fronteggiamo un problema forse ancor più insidioso e difficile del terrorismo, così come è sempre stato nella Storia, sarà lo stesso. Sarà, probabilmente, ancora una volta la paura a innescare la reazione. La paura che “finisca tutto”. La paura che la pandemia non finisca. Paura di morire, certo; paura di perdere il lavoro, perdere la casa, perdere le sicurezze guadagnate negli anni con l’impegno e la fatica. E la paura, magari non cosciente, di perdere, con questo, anche la propria identità. E proprio dall’identità, anche questa volta, come fu per gli USA nel 2001, si ripartirà. Bisognerà di nuovo sforzarsi di capire velocemente, molto velocemente chi siamo. Siamo ancora noi? Allora, quello che io vedo, almeno negli effetti immediati della pandemia attualmente in corso, in quelli già visibili e analizzabili, è che non solo durante la crisi il cambiamento e l’innovazione non si sono arrestati, ma anzi hanno in un certo modo accelerato la loro corsa (ed è proprio qui che si dimostra chiaramente la natura umanitaria dell’innovazione: che viene in nostro soccorso, in caso di pericolo o di bisogno).</p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/innovazione-accelera-tomassini/">L’innovazione che non si arresta, anzi accelera</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/innovazione-accelera-tomassini/">L&#8217;innovazione che non si arresta, anzi accelera</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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