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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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		<title>Automazione. Disuguaglianza, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo &#8211; Aaron Benanav</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2023 11:04:37 +0000</pubDate>
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<p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/automazione-disuguaglianza-occupazione-poverta-e-la-fine-del-lavoro-come-lo-conosciamo-aaron-benanav/">Automazione. Disuguaglianza, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una <strong>parola tedesca</strong> che ben rende quel profondo senso di <a href="https://luissuniversitypress.it/ho-paura-di-ammettere-che-non-voglio-lavorare/" target="_blank" rel="noopener"><strong>inquietudine</strong></a> dell&#8217;uomo contemporaneo dinanzi alle nuove meraviglie della tecnica: <em>unheimlich</em>. Le traduzioni più accurate recitano <strong>&#8216;perturbante&#8217;.</strong> Il lessema ebbe profondo successo nella letteratura moderna e nella definizione del nuovo stile letterario gotico anche grazie ad un famosissimo saggio di <strong>Sigmund Freud</strong>: <em>Das Unheimlich</em>, in cui il fondatore della psicoanalisi cercava di indagare la semantica di un termine all&#8217;interno del quale era racchiuso tutto il senso della sua ricerca. Insomma, perturbante è ciò che <strong>scandaglia,</strong> terrorizza, inquieta e, soprattutto, destabilizza l&#8217;animo umano. Ciò che, citando direttamente e parafrasando il testo, &#8216;dovrebbe rimanere nascosto ma che invece si manifesta&#8217;. Facile comprendere come si stia facendo riferimento, in questo caso, al fenomeno della rimozione e del trauma. Ma cosa c&#8217;entra tutto questo con l&#8217;automazione della nuova era tecnologica?</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;<em>unheimlich</em> dell&#8217;automazione</h2>
<p style="text-align: justify;">Un altro grande autore tedesco, poi<strong>, E.T.A. Hoffmann</strong>, ancor prima di <strong>Freud,</strong> collegò per primo il concetto di <em>unheimlich</em> <strong>all&#8217;automazione.</strong> Siamo nel primo decennio del XIX secolo, e in <a href="https://luissuniversitypress.it/l-europa-regola-l-intelligenza-artificiale-ad-alto-rischio/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Europa</strong></a> iniziano a circolare i primi<strong> automi meccanici</strong>: macchine rudimentali in grado di operare in modo, appunto, autonomo. Il termine è oggi usato anche per indicare un <strong>robot,</strong> più precisamente un robot autonomo, ma più spesso descrive una macchina semovente non elettronica. In quel secolo, questi giocattoli ebbero un enorme successo; ben nota, ad esempio, era<strong> <i>Le Canard digérateur</i> </strong>(l&#8217;anatra digeritrice) di Jacques de Vaucanson, salutata nel 1739 come il primo automa capace di digestione, così come gli umanoidi dell&#8217;orologiaio <span class="mw-page-title-main"><strong>Pierre Jaquet-Droz</strong>. Questi automi diventano, infatti, alcuni dei protagonisti dei <em>Racconti Notturni</em> di Hoffmann, racconti brevi, ricchi di tensione, <strong>suggestione</strong> ed inquietudine che scaturiscono direttamente dall&#8217;incontro dell&#8217;uomo con tali macchine. Ma perché? La risposta è chiara: l&#8217;automazione in sé. L&#8217;automazione è <em>unheimlich</em> per sua stessa natura, si ha la netta sensazione che si tratti di un qualcosa che &#8216;dovrebbe rimanere nascosto&#8217; per il bene dell&#8217;uomo. Le sue potenzialità sono tali da mettere in discussione l&#8217;uomo stesso, i suoi valori, il suo lavoro e tutto il resto. </span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Il lavoro ci rende umani?</h3>
<p style="text-align: justify;"><span class="mw-page-title-main">Creare automi in grado di assisterci in tutto e per tutto, automatizzare alcuni processi, contiente in sé<strong> la paura stessa di esserne scalzati</strong>. Questa che stiamo vivendo è certamente l&#8217;epoca dell&#8217;automazione, fortemente criticata da molti, aspramente temuta da altri, soprattutto sul versante del lavoro e dell&#8217;economia. Il lavoro, infatti, che è alienazione ed automazione di <strong>processi</strong> per definizione, a parte qualche ruolo più creativo che comunque tra qualche anno le<strong> intelligenze artificiali</strong> riusciranno benissimo ad occupare, diventa di fatto la prima vittima di questa incursione delle macchine nel dominio dell&#8217;umano: il lavoro è il feudo che le nuove tecnologie si apprestano a conquistare, perché più rapide, più efficienti, più automatizzate.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">Il nuovo libro di Aaron Benanav</h2>
<p style="text-align: justify;">Dai giganti della Silicon Valley ai politici, dai <strong>tecno-futuristi</strong> ai sociologi, tutti sono concordi che l’era che ci apprestiamo a vivere è quella <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/automazione/" target="_blank" rel="noopener"><strong>dell’automazione.</strong></a> In questa nuova epoca anche il lavoro – con il suo significato, il suo valore, il suo impatto sociale, politico ed economico – non sarà più come lo conoscevamo. I rapidi progressi nell’intelligenza artificiale, nell’apprendimento delle macchine e nella robotica sono in procinto di trasformare i processi lavorativi automatizzandoli completamente. Già ora <strong>sfrecciano</strong> camion senza conducente e cani robotici trasportano attraverso pianure desolate armi destinate ai militari. Nelle fiere di robotica si mettono in mostra <strong>macchine</strong> in grado di cucinare, avere rapporti sessuali e perfino sostenere una conversazione. Ci stiamo dunque avviando verso il crepuscolo del lavoro umano? Secondo Aaron Benanav ci sono molti buoni motivi per dubitare di tutta questa frenesia futurista.</p>
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<h3 style="text-align: justify;">Automazione del lavoro: dal sogno all&#8217;incubo</h3>
<p style="text-align: justify;">Del resto, anche se l’automazione dovesse comportare la liberazione collettiva dalla <strong>fatica fisica del lavoro</strong>, noi continueremmo comunque a vivere in una società nella quale la maggior parte delle persone deve lavorare per vivere, il che significa che il sogno di una totale emancipazione potrebbe trasformarsi nell’incubo <em>(Traum)</em> di una disoccupazione di massa. In questo libro Benanav sconfessa il facile entusiasmo per l’automazione e il furore digitale proponendo un ripensamento radicale del rapporto tra macchine e umani, digitalizzazione della società e mondo del lavoro, robotica e benessere economico.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;autore</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aaron Benanav è sociologo</strong> e storico dell&#8217;economia, professore presso il<strong> Dipartimento di Sociologia della Syracuse University</strong>. I suoi scritti sono apparsi su Guardian, Boston Review e New Left Review. Prima di entrare alla Syracuse University, Benanav è stato membro della Society of Fellows dell&#8217;Università di Chicago.</p>
<p><iframe title="Aaron Benanav - Tecnologia, automazione, lavoro e società" width="1020" height="574" src="https://www.youtube.com/embed/WQCXqjjOmNg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1&#038;origin=https://luissuniversitypress.it" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/automazione-disuguaglianza-occupazione-poverta-e-la-fine-del-lavoro-come-lo-conosciamo-aaron-benanav/">Automazione. Disuguaglianza, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ho paura di ammettere che non voglio lavorare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 12:59:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da Le cose che abbiamo. Essere e avere alla fine del capitalismo della scrittrice Eula Biss. Partendo dal racconto dell’acquisto della sua prima casa, Biss riflette sulla nostra esperienza di vita nel capitalismo, su come il suo avvento abbia trasformato la quotidianità delle persone e come il suo sistema valoriale permei e influenzi completamente tutte [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/le-cose-che-abbiamo/"><em>Le cose che abbiamo. Essere e avere alla fine del capitalismo</em></a> della scrittrice Eula Biss. Partendo dal racconto dell’acquisto della sua prima casa, Biss riflette sulla nostra esperienza di vita nel capitalismo, su come il suo avvento abbia trasformato la quotidianità delle persone e come il suo sistema valoriale permei e influenzi completamente tutte le relazioni che intratteniamo con altri esseri umani e con gli oggetti che possediamo e che desideriamo possedere.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p><strong>LAVORO I</strong></p>
<p>Sono uscita a bere qualcosa con una collega che dopo il secondo cocktail mi dice che i miei commenti sono stati eliminati dalla relazione sui corsi. Dico che spero li abbiano cancellati con spesse linee nere come nei documenti dell’FBI. No, mi risponde, non è andata così. I miei commenti sono solo stati cancellati: nel punto in cui osservavo che il programma è strutturato in modo da consentire ai superiori di ignorare le preoccupazioni degli insegnanti di grado inferiore, per lo più donne, c’è un vuoto. E c’è un vuoto anche dove <strong>avevo esposto nel dettaglio i piccoli abusi permessi da quella struttura: la condiscendenza quotidiana, lo sfruttamento e talvolta la coercizione</strong>. Dovevano eliminarli, spiega la mia collega, perché il mio reclamo era perseguibile in giudizio. Ovvero, a quanto pare, se non fosse stato cancellato avrebbero dovuto rispondere in qualche modo.</p>
<p>Mi è sempre piaciuto, il lavoro. Almeno all’inizio. Spingere una scopa sul pavimento di cemento nella fattoria dove ho timbrato per la prima volta il cartellino, azionare la cassa al chiosco degli ortaggi, assemblare scatoloni di cavoli dietro una serra. Leggere <i>Bartleby lo scrivano</i> ad alta voce ai ragazzi disorientati di un campo estivo. Posare nuda di fronte a una classe di studenti d’arte. Era un buon lavoro, e non soltanto perché mi pagavano 10 dollari all’ora. All’epoca frequentavo il college e mi piaceva restare immobile a pensare. E adoravo a mia volta disegnare nudi. Sapevo che era un grande servizio disegnare ispirandosi a un corpo, e preferivo fare un lavoro che percepivo come un servizio.</p>
<p>A volte lavorava con me un altro modello, un uomo che aveva quasi novant’anni. D’estate lui e sua moglie viaggiavano per il paese con il loro camper e visitavano i musei, dove lui studiava i maestri. Non per imparare a dipingere o a scolpire, ma per imparare le pose. Era il martello del falegname, mi disse, o il chiodo. Aveva un raccoglitore pieno di Polaroid delle pose che aveva imparato. Eccolo lì, un antico <i>David</i>, un <i>Augusto</i> avvizzito, un <i>Pensatore</i> brizzolato.</p>
<p>Trovai un annuncio che offriva 20 dollari all’ora per fare da modelli a un artista e così andai in auto fino a un deposito in riva al fiume e presi un montacarichi per l’ultimo piano. L’uomo che mi accolse all’ascensore era un fotografo che vendeva il suo lavoro alle riviste. Gli piaceva ritrarre donne nude nei cimiteri, mi raccontò, sulle tombe. A quel punto me ne sarei dovuta andare, ma mi ero già tolta i vestiti. Mi chiese se mi dispiaceva stendermi a terra e aprire le gambe. Com’era possibile che non me lo aspettassi? Rimasi ingenuamente stupita quando scoprii che il mio corpo era finito al servizio della pornografia necrofila. <strong>Ora so che funziona così con il lavoro: a volte il contratto viene rivisto mentre si è già all’opera</strong>, svestiti.</p>
[…]
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			Filosofia e società		</p>
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<p><strong>LAVORO II</strong></p>
<p><strong>Ho paura di ammettere, anche con me stessa, che non voglio lavorare</strong>. Ma dopo un bicchiere di vino lo confesso a Vojislav. Scrolla le spalle: ovvio che voglia mollare il mio lavoro. Anche lui vorrebbe mollare il suo.</p>
<blockquote><p>“Avrei comunque un sacco di lavoro da fare,” dico “anche senza il mio impiego. Avrei il lavoro della scrittura, il lavoro della ricerca, il lavoro legato alla casa e al giardino e il lavoro di occuparmi di un bambino. Il lavoro, in realtà, interferisce con il mio lavoro, e voglio lavorare di meno per avere più tempo per lavorare”.</p></blockquote>
<p>Ho bisogno di un’altra parola.</p>
<p>Il lavoro (<i>work</i>), scrive Lewis Hyde, è distinto dal travaglio (<i>labor</i>). <strong>Il lavoro è un’occupazione a tempo determinato, mentre il travaglio detta il suo proprio ritmo</strong>. Il lavoro, se siamo fortunati, viene ricompensato con del denaro, ma il premio del travaglio è la trasformazione. “Scrivere una poesia” sostiene Hyde “allevare un figlio, sviluppare una formula matematica, guarire da una nevrosi, una nuova invenzione: sono travagli”. Questo elenco mi rivela qual è il mio problema. <strong>Voglio dedicare la mia vita al travaglio, non al lavoro</strong>.</p>
<p>Oppure l’opposto. Il significato di travaglio e lavoro viene rovesciato in <i>Work: The Last 1.000 Years</i> di Andrea Komlosy. Entrambe le parole risalgono al latino, scrive l’autrice, che ha dato a ogni lingua indoeuropea due termini per indicare il lavoro. In latino <i>labor</i> significava dura fatica e il verbo laborare derivava dal dondolio degli schiavi che portavano carichi pesanti. <i>Opus</i>, che è diventato l’inglese <i>work</i>, era creativo e produttivo. Era un’attività soddisfacente, una fonte di piacere che dava un senso di realizzazione.</p>
<p><strong>Adesso in molte lingue c’è una confusione di significato tra i termini che indicano una dura fatica e un’attività soddisfacente</strong>. Nell’inglese di tutti i giorni un <i>laborer</i> è un lavoratore e <i>labor</i> è lavoro, tranne quando si parla della nascita di un bambino [in quel caso indica il travaglio, N.d.T.]. Nel tedesco contemporaneo, <i>werk</i> non è più un eufemismo per il sesso. Ma <i>werk</i> può significare dolore, e di una donna che ha le mestruazioni si può dire “<i>Sie hat ihre Werke</i>”: ha i suoi “lavori”. La gamma di termini che indicano il lavoro era più vasta, osserva Komlosy, prima che diventasse sinonimo di impiego retribuito nel Diciannovesimo secolo.</p>
<blockquote><p>“Gran parte di quello che in passato presumevamo fosse lavoro è stato poi escluso dalla categoria che si è sempre più concentrata sull’impiego retribuito”.</p></blockquote>
<p>Molti impieghi richiedono sia travaglio sia lavoro, nel senso di Hyde. La fatica dell’insegnamento, che io adoro per la sua capacità trasformativa, è accompagnata da un lavoro d’ufficio ordinario e dal lavoro impiegatizio, che è più faticoso del lavoro dell’insegnamento. <strong>Le burocrazie riescono a trasformare la fatica in lavoro</strong> e – come ho osservato durante la riunione con i genitori, quando l’insegnante d’asilo di J ha elencato le aziende che le hanno fornito i materiali per il corso – un insegnante può essere privato della sua fatica e può restargli soprattutto lavoro.</p>
<p><strong>Questo, immagino, è quello che intendeva Marx quando parlava di alienazione dei lavoratori</strong>. Quella frase non significava molto per me quando ho letto il <i>Capitale</i> vent’anni fa, ma ora sì.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">In alto, immagine di Edmond De Haro, <i>Reimagining Capitalism</i>, Full page illustration for Forbes World&#8217;s Billionaires 2019 Special Issue.</span></p>
<p><span style="font-size: 75%"> </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/ho-paura-di-ammettere-che-non-voglio-lavorare/">Ho paura di ammettere che non voglio lavorare</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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