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	<title>politica internazionale - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>politica internazionale - Luiss University Press</title>
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		<title>Il leone, la volpe e  l’aquila. Craxi, Andreotti e la crisi di Sigonella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Oct 2021 11:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[crisi di Sigonella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un estratto tratto da L’America per noi di Mario De Pizzo, che racconta la storia della relazione tra l’Italia e l’alleato statunitense, a volte presenza ingombrante per il nostro Paese, altre strategica per preziosi successi. De Pizzo ripercorre qui la crisi di Sigonella (che prende il nome dalla base militare della Marina Statunitense situata [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Pubblichiamo un estratto tratto da </strong></em><strong>L’America per noi </strong><em><strong>di Mario De Pizzo, che racconta la storia della relazione tra l’Italia e l’alleato statunitense, a volte presenza ingombrante per il nostro Paese, altre strategica per preziosi successi. De Pizzo ripercorre qui la crisi di Sigonella (che prende il nome dalla base militare della Marina Statunitense situata nel comune di Lentini e vicino alla città di Catania), noto un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti avvenuto tra il 7 e il 12 ottobre 1985.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">“De Gasperi ci abituò a guardare lontano: ci ancorò all’Occidente in una solida visione euroamericana, senza però perdere mai il senso globale della pace. E La Pira, con le sue anticipazioni verso il mondo arabo e la Cina, dette veramente un impulso cristiano alla visione della politica mondiale”. Questo lo sguardo di Giulio Andreotti sulla narrazione della storia della politica estera italiana; nel corso degli anni Ottanta tornerà spesso, e a suo modo, sull’argomento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“La nostra leale appartenenza alla Nato e alla Cee non è in discussione. Ma chi parla sempre e a tutto spiano di fedeltà, mi fa venire in mente quei coniugi che sentono ogni giorno il bisogno di dichiararsi reciprocamente fedeli, perché non lo sono”; e ancora: “L’impero non esiste, esiste un’alleanza nella quale stiamo con pari dignità. Non è vero che gli americani arrivano con la pappa pronta e gli altri si limitano ad usare il cucchiaio”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dal 1983 al 1989 il “Divo Giulio” è ministro degli Esteri, al fianco, per i primi quattro anni, di Bettino Craxi, </span><a href="https://www.governo.it/it/i-governi-dal-1943-ad-oggi/ix-legislatura-12-luglio-1983-28-aprile-1987/governo-craxi/3178" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">primo socialista ad aver ricoperto la carica di presidente del Consiglio nella storia della Repubblica italiana</span></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In quel periodo, dirà poi Giorgio Napolitano: “L’Italia passa da una posizione di adesione acritica, poco incisiva, poco caratterizzata, ad una partnership più assertiva nel rapporto con gli Stati Uniti”. Craxi e Andreotti sono gli assoluti protagonisti di questo processo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo l’allora titolare della Farnesina, l’Occidente e l’Europa fungevano per lui da “scudo della storia” con cui si proteggeva mentre percorreva “a zig zag naturalmente” i sentieri di una “mediazione discreta, ostinata, spregiudicata”. Quella stagione politica ha il suo momento clou nel 1985, con la vicenda più immaginifica della storia delle relazioni tra Italia e Stati Uniti: </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Sigonella" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">il caso Sigonella</span></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Non c’erano dubbi non sulla lealtà – che potrebbe essere un termine tenue – ma sulla </span><b>convinzione occidentale di Craxi e sulla sua avversione al comunismo realizzato</b><span style="font-weight: 400;">. Ne aveva già dato prova due volte sull’installazione degli </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_INF" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">euromissili</span></a><span style="font-weight: 400;">: prima da segretario del Psi e successivamente da capo del governo”, racconta Giuliano Amato, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio. “Poi, certo, aveva una tensione positiva per i movimenti, come l’organizzazione per la liberazione palestinese. Ma Craxi era uno dei leader più ascoltati da Reagan nel contrasto con l’Urss”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come sottolinea l’allora ambasciatore italiano a Washington, Rinaldo Petrignani: “Non so quanti ricordano che dopo Sigonella la Casa Bianca attivò la ‘</span><a href="https://www.firstonline.info/accadde-oggi-la-linea-rossa-usa-urss-non-era-un-telefono/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">linea rossa</span></a><span style="font-weight: 400;">’ anche con Palazzo Chigi. Esclusiva riservata fino ad allora solo all’Eliseo e Downing Street. E soprattutto che il G7, per volontà di Reagan, aprì il G5 finanziario all’Italia, ammettendola definitivamente nel club dei grandi”.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 130%;">Ma allora cos’è accaduto, in quella notte di ottobre, a Sigonella? Si è sfiorato uno scontro tra i nostri militari e quelli americani; si è aperto un conflitto diplomatico tra Roma e Washington, che in Italia ha generato una crisi di governo innescata dal Partito repubblicano, tra tutte la forza filostatunitense più convinta</span>. </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante ciò appare evidente che si sia trattato di una </span><b>contrapposizione possibile solo tra due alleati leali</b><span style="font-weight: 400;">, pienamente consapevoli, cioè, che le proprie strade non avrebbero potuto divergere. Ma riavvolgiamo il nastro: </span><b>Craxi e Andreotti, “il Leone e la Volpe”, in quegli anni costruiscono un’iniziativa di pace per Israele e la Palestina: un progetto che mira a riconoscere le ragioni di entrambi i popoli, senza squilibri.</b><span style="font-weight: 400;"> All’inizio del suo mandato, nel 1983, Craxi chiarisce quanto senta cruciale questa partita: “Siamo vitalmente interessati alla pace nel Mediterraneo. Nessuno potrà considerarci interlocutori estranei, o giudicarci animati da propositi invadenti, se ci toccherà di far valere sempre la nostra parola su tutte le questioni rilevanti aperte nel Mare Nostrum”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il leader socialista parla anzitutto del suo progetto con il presidente degli Stati uniti d’America Ronald Reagan, nell’autunno 1983, in un viaggio lampo a Washington: ne ottiene il sostegno, in cambio dell’impegno di Roma a indebolire i legami tra l’Urss e i suoi paesi satellite. Craxi e Andreotti si recano dunque ad Algeri, al Cairo, a Riad: incontrano il presidente egiziano Mubarak, il leader palestinese Arafat e il re di Giordania Hussein. L’iniziativa italiana prende corpo e ottiene consenso, salvo poi infrangersi a Roma nel febbraio 1985: </span><b>è il premier socialista israeliano, Shimon Peres, a freddare Craxi, definendo prematuro il suo progetto</b><span style="font-weight: 400;"> e lasciandolo, di fatto, cadere: “Lo invitammo a cena a Roma e fu una cena difficile”, spiega Giuliano Amato, “Nonostante ciò, provammo a chiarire che la simpatia per l’Olp e Arafat non era ostilità per Israele ma favore per una politica di pace, che anche i laburisti israeliani condividevano”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il mese seguente, il presidente del Consiglio è di nuovo a Washington da Reagan. Contro il suo piano per il Medioriente, aveva fatto molto anche il cosiddetto “fronte palestinese del rifiuto”, che annoverava tra le sue fila anche Mohamed Abu Abbas che, come vedremo più avanti, sarà uno dei protagonisti cruciali dell’affaire Sigonella. Un progetto che comunque non era visto di buon occhio nemmeno da alcuni uomini di Reagan, come ad esempio l’ammiraglio John Poindexter, allora consigliere per la sicurezza nazionale, il suo vice Robert McFarlane e Michael Ledeen, sul quale torneremo a breve; questa almeno la tesi di Gennaro Acquaviva, il “cardinale” del Partito socialista, tra gli artefici del Concordato con il Vaticano e, all’epoca, capo della Segreteria di Palazzo Chigi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Acquaviva ricorda anche come i primi due membri dell’amministrazione Usa siano stati coinvolti nello </span><a href="https://www.britannica.com/event/Iran-Contra-Affair" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">scandalo Iran-Contra</span></a><span style="font-weight: 400;">: il triangolo di armi, soldi e ostaggi che, nel biennio 1985-’86, gli Usa costruirono per ottenere da Teheran la libertà di sette statunitensi rapiti in Libano, nonché per finanziare la guerriglia anti-sandinista in Nicaragua.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In quegli anni il terrorismo internazionale colpisce molti cittadini statunitensi nel Mediterraneo; per debellare questa piaga, Washington chiede e ottiene la massima collaborazione degli alleati, tra cui l’Italia. Tuttavia, non mancano le divergenze, ad esempio sul rapporto tra Roma e Gheddafi: tanto che nel 1984, un report del dipartimento di Stato statunitense definisce in proposito i dignitari italiani a bunch of chickens, “un branco di polli”.<span style="font-weight: 400;"> </span></span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò nonostante la relazione personale tra Bettino Craxi e Ronald Reagan è ottima: c’è chimica tra i due, racconta chi c’era. </span><span style="font-weight: 400;">[&#8230;] </span><span style="font-weight: 400;">Ad ulteriore testimonianza di quanto fossero buone le relazioni tra Roma e Washington, si staglia un importante appuntamento in calendario: il 24 ottobre del 1985, giorno in cui Reagan attende Craxi a New York per consultarsi con lui e gli alleati più vicini, prima di incontrare per la prima volta il leader russo Gorbaciov nel novembre successivo a Ginevra, e iniziare dunque a porre fine alla Guerra Fredda.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma il 7 ottobre comincia un’altra storia: “Com’è possibile poi che un equipaggio composto non da ‘figli di Maria’, ma da marittimi di Torre del Greco si lasciò tenere per alcuni giorni sotto scacco da quattro persone? E che il Capitano poi, parlando con Craxi al telefono dicesse che non era successo niente, mentre invece era stata uccisa una persona?”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Giulio Andreotti, riconoscibile e dissacrante, con queste parole va dritto alla vicenda madre della notte di Sigonella: il dirottamento dell’Achille Lauro.</span></p>
<p><b>Il 7 ottobre l’Achille Lauro si trova in acque egiziane. A bordo centinaia tra uomini d’equipaggio e croceristi, non solo italiani, ma anche portoghesi, svizzeri, austriaci, statunitensi e tedeschi. Quel giorno, un commando di quattro terroristi del Fronte di liberazione palestinese, ne assume il comando</b><span style="font-weight: 400;">: “Quattro balordi alquanto disorganizzati – anche se Arafat non li definiva così –, sfuggiti al controllo dell’Olp e decisi ad ottenere da Israele il rilascio di 50 prigionieri”. Ragazzi molto giovani, uno di loro persino minorenne, motivo per cui Andreotti li reputava meno audaci dei già citati “marittimi di Torre del Greco”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All&#8217;ora di pranzo, armati di Kalašnikov sovietici, intimano al comandante Gerardo De Rosa (originario di Gragnano, a pochissimi chilometri da Torre del Greco), di far rotta verso il porto di Tartus, in Siria: minacciano di uccidere un passeggero ogni mezz’ora, qualora le loro richieste non saranno accolte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In seguito Giulio Andreotti rivelerà che furono gli Stati Uniti a consigliare di chiedere aiuto direttamente ad Arafat, e così fu fatto: fu il capo dell’Olp ad inviare sull’Achille Lauro due mediatori, Mohamed Abu Abbas – di cui abbiamo accennato – e Hani el Hassan. In quel momento, per il governo italiano, Abu Abbas è unicamente un facilitatore; solo successivamente emergerà la sua “vicinanza” ai quattro dirottatori, tutti legati alla frangia estremista del Fronte di liberazione palestinese, avversa al processo di pace auspicato da Craxi.</span></p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Dopo alcuni tentativi diplomatici andati a vuoto e scartato un piano di intervento armato che il presidente della Repubblica Cossiga non disdegnava, arriva la svolta: è ormai il 9 ottobre; c’è l’accordo: i dirottatori libereranno nave e passeggeri ed in cambio non saranno perseguiti in Italia, ottenendo quindi, de facto, l’immunità. Arafat comunica a Craxi che un rimorchiatore egiziano preleverà i terroristi e che l’Achille Lauro sarà rilasciata con i passeggeri “sani e salvi”. Alle 15.30 le autorità egiziane confermano l’avvenuto rilascio e le buone condizioni di croceristi ed equipaggio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alle 18.00, il colpo di scena: il presidente del Consiglio apprende dal Comandante dell’Achille Lauro della morte di Leo Klinghoffer, un ebreo statunitense disabile, ucciso e gettato in mare dai terroristi. I quattro palestinesi hanno infranto il patto: è necessaria la cattura. </span><span style="font-weight: 400;">A questo punto, Craxi chiede ad Arafat e all’Egitto l’estradizione dei sequestratori, affinché siano sottoposti a processo in Italia, e informa Ronald Reagan di non voler lasciare nulla al caso al fine di individuare e punire i colpevoli. </span><span style="font-weight: 400;">Seguono ore frenetiche: poco prima della mezzanotte tra il 9 e il 10 ottobre, Reagan cerca Craxi tramite Michael Ledeen, uomo del suo staff di cui si è accennato sopra, e che, secondo Gennaro Acquaviva, per Craxi rappresentava un “rompiscatole”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Casa Bianca informa così il presidente del Consiglio che aerei militari statunitensi hanno intercettato un aereo civile egiziano all’altezza del canale di Sicilia: è diretto a Tunisi e ha a bordo i quattro dirottatori dell’Achille Lauro, i due negoziatori palestinesi (Mohamed Abu Abbas e Hani el Hassan) nominati da Yasser Arafat, un ambasciatore del governo del Cairo ed alcuni esponenti del Servizio di sicurezza egiziano. Gli Stati Uniti chiedono di poter far atterrare alla base aerea di Sigonella il Boeing egiziano e i propri aerei della Delta Force.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo Gennaro Acquaviva, prima di Craxi sarebbero stati informati sia Giovanni Spadolini, ministro della Difesa, sia Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, dai loro corrispettivi del Gabinetto Usa. Entrambi non avrebbero avvisato il presidente del Consiglio, pensando “si arrangi lui”; “A quel punto – prosegue – l’aereo dell’Egypt Air non aveva più carburante e doveva atterrare per forza”. Craxi concede infine l’autorizzazione all’atterraggio e chiede all’ammiraglio Fulvio Martini – direttore dei Servizi segreti del Sismi – che non si trova a Sigonella, di gestire le operazioni: alle 00.15 l’aereo egiziano tocca il suolo della base siciliana, non nella zona di competenza della Nato, bensì dell’Aeronautica italiana.</span></p>
<p><b>Sulla pista, il Boeing viene circondato dai </b><a href="http://www.vam-vigilanzaaeronauticamilitare.it/la-storia-della-vam" target="_blank" rel="noopener"><b>Vam dell’Aeronautica Militare</b></a><b> e dai Carabinieri</b><span style="font-weight: 400;">; pochi minuti dopo atterrano due C-141 statunitensi: scendono i militari della Delta Force che, guidati dal generale Carl W. Steiner, si dirigono minacciosi verso l’aereo egiziano: vogliono i quattro terroristi palestinesi e i due mediatori, soprattutto Abu Abbas, sul quale hanno un’idea chiara: è lui l’ideatore dell’attacco all’Achille Lauro. Fronteggiano i nostri uomini; attimi di tensione. Ma in quel momento il comandante Riccardo Bisogniero, generale dell’Arma dei Carabinieri, in contatto con l’ammiraglio Fulvio Martini, gioca la carta decisiva: fa affluire, da Siracusa, altri Carabinieri, che giungono a Sigonella in trenta-quaranta minuti; l’ammiraglio Martini descrive così la scena sulla pista: </span><b>“Tre cerchi concentrici attorno all’aereo, costituiti il primo dalla Vam e dai Carabinieri, il secondo dalla Delta Force, il terzo dagli altri Carabinieri arrivati da Siracusa”.</b><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Proviamo a fare un pausa e ad immaginare per un attimo i loro occhi e le loro mani, i loro stati d’animo: i soldati italiani sono nel loro territorio, ma non si muovono senza ordini precisi; gli americani vogliono a tutti i costi impadronirsi dei quattro palestinesi, responsabili, tra l’altro, dell’assassinio di un loro connazionale; e vogliono Mohammed Abu Abbas, ma sono inevitabilmente stretti da due schiere di soldati italiani: sembra il momento clou di un thriller ben congegnato. Per fortuna, sul terreno, i comandanti di ambo le parti mantengono un esemplare sangue freddo.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">[&#8230;] </span><span style="font-weight: 400;">Trascorse le 03.00, Reagan cerca nuovamente Craxi che nel frattempo, come racconta Gennaro Acquaviva, si è ritirato presso l’Hotel Raphael. È ancora Michael Ledeen a fare da interprete, e il primo inquilino della Casa Bianca chiede nuovamente la consegna dei terroristi palestinesi, responsabili dell’assassinio di Leo Klinghoffer. Il presidente del Consiglio risponde: “I reati sono stati commessi in acque internazionali, su una nave italiana, e pertanto devono essere considerati perpetrati in territorio italiano”; e aggiunge: “Il governo non può sottrarre – con proprie decisioni – alla competenza dei nostri tribunali, i responsabili del dirottamento dell’Achille Lauro.” Reagan ne prende atto, preannunciando l’intenzione del governo degli Stati Uniti di chiedere l’estradizione dei quattro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma è un’altra richiesta a diventare la questione centrale di tutto l’</span><i><span style="font-weight: 400;">affaire </span></i><span style="font-weight: 400;">Sigonella, nonché vera ragione della crisi diplomatica: far sì che dal Boeing dell’Egypt Air scendano Mohammed Abu Abbas e l’altro dirigente palestinese che lo accompagna, che siano fermati ed ascoltati come ospiti testimoniali. Craxi risponde che sarebbero stati eseguiti degli accertamenti; parola che genera un’incomprensione molto difficile da chiarire, per via probabilmente di un altro gap: quello linguistico. “Quel ‘farò accertamenti sugli accompagnatori’, potrebbe essere stato tradotto da Michael Ledeen come ‘consegnerò gli accompagnatori’”, sostiene Gennaro Acquaviva, proseguendo tuttavia che non si saprà mai: i militari statunitensi registrano la telefonata e possono controllare quanto detto, mentre Craxi parla dall’Hotel Raphael tramite la batteria di Palazzo Chigi, dove nessuno pensa a registrare la conversazione. Nel mentre, le autorità italiane arrestano i quattro dirottatori palestinesi, con l’assenso del governo egiziano, ma per Mohamed Abu Abbas la risposta della diplomazia del Cairo è negativa: è da considerarsi loro ospite. Inoltre, il Boeing egiziano è in missione governativa e perciò gode del regime di extraterritorialità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La telefonata tra Reagan e Craxi sblocca comunque la situazione, così alle 5.30, come rievoca Fulvio Martini, il generale Steiner riceve nuovi ordini, si reimbarca con i suoi uomini e, pochi minuti dopo, i due C-141 ripartono per gli Stati Uniti. </span><span style="font-weight: 400;">Tuttavia la contesa è tutt’altro che conclusa: la giornata dell’undici ottobre prosegue con l’identificazione dei terroristi da parte della Procura di Siracusa; il governo egiziano esige il rilascio immediato del proprio aereo, ad eccezione dei quattro dirottatori palestinesi di cui era stata accordata la custodia alle autorità italiane. Nel frattempo, l’Achille Lauro è ancora bloccata in acque egiziane. Un nostro diplomatico raccoglie una testimonianza di Mohamed Abu Abbas a bordo dell’aereo. Alle 20.15 il Procuratore di Siracusa dichiara che il velivolo può lasciare la base di Sigonella, mentre il governo italiano ottiene che il Boeing 737 possa spostarsi all’aeroporto di Ciampino per ulteriori accertamenti. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Craxi sottolinea come questa sia una mossa volta a tener fede agli impegni presi con l’amministrazione statunitense, al fine di appurare il coinvolgimento dei due dirigenti palestinesi nel dirottamento dell’Achille Lauro. Così alle 22.01 il Boeing dell’Egypt Air decolla da Sigonella alla volta di Ciampino, mentre quattro caccia italiani partono contemporaneamente da Gioia del Colle per scortarlo.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Alle 22.04 dalla pista siciliana si alza in volo anche un aereo Usa non autorizzato, e si mette in scia al Boeing egiziano: il pilota non risponde alle domande di identificazione e chiede ai nostri caccia di allontanarsi. Volano parole forti tra i piloti italiani e gli statunitensi, come rivelerà anni dopo Cossiga, sostenendo di aver ascoltato le registrazioni. A 40 chilometri da Ciampino l’aereo a stelle e strisce scompare dai radar. Alle 23.00 il velivolo egiziano è atterrato sul suolo dell’aeroporto militare di Roma e subito dopo un Jet T39 americano atterra a qualche decina di metri, dichiarando una situazione di emergenza. Il governo italiano eleva formale protesta, ma qualche ora dopo, quando sono ormai le 5.30 del 12 ottobre, riceve dall’ambasciatore statunitense Maxwell M. Rabb una richiesta di arresto provvisorio per Mohamed Abu Abbas, ai fini di estradizione, con l’accusa di pirateria, cattura di ostaggi e associazione a delinquere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La risposta italiana, dopo ulteriori accertamenti giuridici, è negativa: la Magistratura non dispone il fermo né del velivolo, né dei due mediatori palestinesi (Abu Abbas e El Hassan), perciò nel tardo pomeriggio il Boeing egiziano si sposta a Fiumicino e alle 19.00 Mohamed Abu Abbas lascia l’Italia, sotto falso nome, a bordo di un aeromobile jugoslavo diretto a Belgrado. Subito dopo, la nave Achille Lauro ottiene l’autorizzazione a lasciare le acque egiziane per giungere poi in Italia quattro giorni dopo, il 16 ottobre.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche secondo le valutazioni di Giulio Andreotti in quel momento l’Italia non ha riscontri rispetto al coinvolgimento di Abu Abbas ai danni dell’Achille Lauro e dei suoi passeggeri.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ammiraglio Fulvio Martini ricorda: </span><b>“Quando Abu Abbas lascia l’Italia, il Sismi, e di conseguenza il governo italiano, non avevano alcuna prova che il palestinese fosse il capo dei terroristi e personalmente responsabile del dirottamento dell’Achille Lauro: lo sostenevano gli americani, ma le autorità italiane non erano riuscite ad avere le prove dei legami tra quel dirigente del Fronte per la Liberazione della Palestina e i quattro dirottatori. Per questo l’Italia, ligia alla parola data a Mubarak e ad Arafat, e anche secondo alcuni principi di diritto, non poteva trattenerlo”.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E ancora: “Nel tardo pomeriggio di quel giorno altre prove arrivarono dal Mossad; non si poteva però avere alcuna certezza, e comunque ormai era tutto inutile, in quanto Abu Abbas aveva lasciato da meno di un’ora il territorio italiano. Soltanto alcuni giorni dopo ci fu consegnata la documentazione completa, e quindi chiarificatrice, dei colloqui tra Abbas e i quattro terroristi della Achille Lauro: le loro comunicazioni erano state intercettate dai mezzi elettronici di vari Servizi americani; forse, se ce l’avessero date un po’ prima, le cose sarebbero andate diversamente”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sulla base di quella documentazione, infatti, già nel 1986 la Magistratura italiana condannerà all’ergastolo, in contumacia, Abu Abbas, attribuendogli la responsabilità del dirottamento dell’Achille Lauro. Giuliano Amato ci consegna questa chiosa sull’intera faccenda: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">“Gli americani avevano torto in realtà; anche se credo di poter dire in tutta sincerità che Craxi fu un po’ vittima di un gioco fatto dai palestinesi: si rivolse ad Arafat per avere un mediatore e fu inviato uno che risultò essere l’organizzatore o tra gli organizzatori del sequestro [&#8230;] In definitiva, gli Stati Uniti avevano torto nel voler spadroneggiare sul nostro territorio come se fosse casa loro; avevano ragione, però, nel pensare che Abbas non fosse il mediatore, ma qualcos’altro.”</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Il fatto che Abu Abbas lasci impunemente l’Italia indispettisce Washington: un comunicato della Casa Bianca definisce stupefacente la nostra scelta. Il 13 ottobre Maxwell M. Rabb, l’ambasciatore, si reca alla Farnesina e accusa il nostro governo di essere “imbelle, protettore dei terroristi, irriconoscente alleato”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il ministro della Difesa Spadolini, segretario del Partito repubblicano, telefona all’ambasciatore italiano a Washington, Rinaldo Petrignani, ed esprime tutta la sua preoccupazione per l’immagine dell’Italia, che in quelle ore diventa, negli Stati Uniti, oggetto di una forte campagna di stampa avversa, che ne mette in dubbio l’affidabilità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Petrignani si confronta anche con il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il quale si afferma convinto che quella operata fosse la sola condotta praticabile, e che sarebbe stato necessario portare gli Usa alla consapevolezza che fossero in gioco degli interessi più vasti rispetto al caso Abbas: i rapporti italiani con l’Egitto, il processo di pace ideato da Craxi, il Mediterraneo. Petrignani racconta anche come Andreotti fosse irritato per il comportamento degli Usa, ma che preferiva non parlarne pubblicamente per non gettare benzina sul fuoco.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 15 ottobre a Bruxelles, in sede Nato, Andreotti si incontra con il segretario di Stato americano George Shultz: un incontro difficile. Entrambi richiedono ai propri collaboratori di redigere un comunicato di chiarimento che prediliga gli aspetti giuridici della questione, evitando di menzionare le violazioni dei marines. Il testo viene respinto da Washington. L’indomani 16 ottobre, per rompere lo stallo, Andreotti telefona a Vernon Walters, influente ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu, nonché suo amico, facendogli presente che senza un’immediata rettifica di tono da parte di Washington, né lui né Bettino Craxi voleranno a New York alla riunione attesa per il 24 ottobre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nelle stesse ore, intanto, il ministro Spadolini e gli altri ministri del Pri si dimettono: la maggioranza non c’è più. Gennaro Acquaviva mette a fuoco un punto: “I repubblicani volevano apparire come i più vicini agli Stati Uniti, ma tutti nella maggioranza lo erano. Ognuno però con i propri riferimenti: chi nel dipartimento di Stato, chi nella Cia”. Racconta poi di un duro litigio tra Bettino Craxi e il segretario della Dc De Mita, durato quasi tre ore: il presidente del Consiglio si era risolto ad andare alla Camera per riferire su tutta la crisi Achille Lauro-Sigonella ma De Mita gli intimò di non farlo, minacciandolo che in caso contrario i parlamentari Dc avrebbero lasciato l’aula. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 17 ottobre Craxi è a Montecitorio e davanti a tutti i parlamentari, compresi quelli della Dc, </span><a href="https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/raccolta-fotografica-sull-attivita-bettino-craxi/IT-AFS-060-002049/crisi-governo-ottobre-1985-discorso-craxi-alla-camera-deputati" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">rivela la vicenda nei particolari con cui è stata qui raccontata</span></a><span style="font-weight: 400;">, sottolineando ancora una volta come il governo non conoscesse le responsabilità di Abu Abbas e ribadendo di aver assicurato accertamenti sulla sua posizione, invece che la sua consegna tout court. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400; font-size: 130%;">Craxi non omette la narrazione dei comportamenti dei marines, e chiude il discorso annunciando le sue dimissioni: per la prima volta, un governo va in crisi a causa della politica estera. Cossiga dà supporto a Craxi, consigliandogli di restare a Palazzo Chigi: capiva bene, come spiega anche Gennaro Acquaviva, come fosse in ballo non solo la credibilità di Craxi, ma dell’Italia intera.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">A questo punto il filo tra Washington e Roma è davvero teso: Vernon Walters (l’ambasciatore Usa all’Onu riferimento di Andreotti) chiede la disponibilità del presidente del Consiglio, subito accordata, ad incontrare il numero due del dipartimento di Stato, John C. Whitehead, latore di una lettera da parte di Ronald Reagan, che riceve il 19 ottobre: “Dear Bettino, sono desideroso di vederti a New York la settimana prossima”è l’incipit confidenziale della missiva che Reagan firma in calce “Ron”. Craxi riconosce come con quella lettera il presidente gli stesse rinnovando il suo invito negli Stati Uniti, sollecitando al contempo una chiusura del caso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E così, il 24 ottobre il presidente del Consiglio è a New York; </span><b>Ronald Reagan e Bettino Craxi si stringono la mano: “Amici come prima”, afferma il leader socialista, cui Reagan risponde: “L’amicizia tra Stati Uniti e Italia è salda e nulla potrà turbarla.</b><span style="font-weight: 400;">” Sette giorni dopo il presidente Cossiga rinvia il governo alle Camere: la crisi del pentapartito si chiude definitivamente con “Andreotti e Craxi che restano al loro posto”, come auspicato da De Mita in una conversazione con l’ambasciatore italiano a Washington, Rinaldo Petrignani, avvenuta nelle ore più difficili della crisi con gli Usa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il sei novembre 1985 la Camera approva le comunicazioni del governo sulla politica estera con 347 voti favorevoli e 238 contrari. </span><span style="font-weight: 400;">Craxi e Andreotti, al loro posto.</span></p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>L’America per noi</em> di Mario De Pizzo. In alto, la base aerea NATO di Sigonella con l&#8217;Etna sullo sfondo.</span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/l-america-per-noi-crisi-sigonella-de-pizzo-estratto/">Il leone, la volpe e  l’aquila. Craxi, Andreotti e la crisi di Sigonella</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/l-america-per-noi-crisi-sigonella-de-pizzo-estratto/">Il leone, la volpe e  l’aquila. Craxi, Andreotti e la crisi di Sigonella</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Imporre l’oblio</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/gente-di-nessuno-linda-polman-rifugiati-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 08:10:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un estratto di Gente di nessuno. Linda Polman mostra come la questione dei rifugiati abbia rappresentato un nervo scoperto per l’Europa fin dalla prima conferenza sul tema, tenutasi subito prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Ripercorrendo le vicende drammatiche delle persone che, nel corso dei decenni, hanno visto negli ideali europei una speranza [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Pubblichiamo un estratto di </em>Gente di nessuno<em>. Linda Polman mostra come la questione dei rifugiati abbia rappresentato un nervo scoperto per l’Europa fin dalla prima conferenza sul tema, tenutasi subito prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Ripercorrendo le vicende drammatiche delle persone che, nel corso dei decenni, hanno visto negli ideali europei una speranza destinata a essere frustrata, ma anche di coloro che hanno combattuto perché gli oppressi trovassero nell’Unione una nuova casa, racconta la storia dei rifugiati e migranti in Europa dal 1938 a oggi.</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli europei amano comportarsi da innocenti asserragliati in una fortezza vulnerabile, minacciati incessantemente da orde di falsi profughi avidi che cercano di aprirsi un varco a colpi d’ascia. Ma così è fin troppo comodo. I Paesi europei svolgono un ruolo attivo nelle guerre da cui la gente fugge in povertà, per non parlare dell’inquinamento ambientale causato dalle “nostre” aziende e delle loro responsabilità in tema di cambiamento climatico. Quando finì la guerra fredda erano in corso trentasei conflitti armati. In quasi tutti, l’Europa e gli Stati Uniti svolgevano un ruolo importante. In alcuni casi prendevano parte addirittura ai combattimenti, sostenevano le guerre politicamente o le finanziavano, vendevano armi alle parti in causa, aiutavano dittatori a restare al potere ed erano complici di politiche che mantenevano la gente in povertà e ne violavano i diritti.</p>
<p>Al giorno d’oggi i maggiori produttori di profughi sono la Siria, la Somalia e l’Afghanistan. In tutte e tre le guerre, l’Europa e gli Stati Uniti partecipano ai combattimenti e forniscono armi. Eppure per la narrazione dei leader politici europei e americani quello dei profughi che si levano dalle macerie è un problema isolato, non una conseguenza della loro politica estera.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Così, anche l’UNHCR non ha altra scelta se non fingere che i rifugiati siano un problema non politico, ma umanitario. Possiamo leggere pagine e pagine di rapporti sulle operazioni UNHCR senza trovare traccia del fatto che Europa e Stati Uniti non si limitano a subire il problema dei profughi, ma ne sono la causa.</span></p></blockquote>
<p>Proprio come negli Stati Uniti, negli anni Ottanta anche in Europa si sgretolò il magnanimo consenso per la concessione di asilo agli “anticomunisti affidabili”. La guerra fredda si avvicinava alla fine, sempre meno profughi giunti in Europa fuggivano da dittature comuniste e sempre più da Paesi del Medio Oriente e da Paesi che negli anni Sessanta si erano liberati dai colonizzatori europei e poi si erano impantanati nella lotta per il potere. Se in Occidente la guerra era rimasta “fredda” e a distanza, in altre parti del mondo sprizzava scintille. Nell’affanno di avere al loro fianco più parti in lotta possibile, gli Stati Uniti, l’Europa e l’Unione Sovietica alimentarono le guerre con il carburante.</p>
<p>Paesi come la Somalia, l’Etiopia e l’Afghanistan furono imbottiti di moderne<strong> armi americane, europee e russe</strong> con le quali le varie fazioni si davano addosso. Anche i conflitti risolti battendosi semplicemente con machete e vecchi kalashnikov erano talmente violenti e crudeli che causavano un numero sproporzionato di morti e profughi. All’inizio degli anni Novanta, tre milioni di persone erano già state messe in fuga dalle loro case nella zona dei Grandi laghi in Africa orientale, e più di due milioni di uomini e donne erano scappati dall’Iran. Nei Balcani la guerra fredda si congedò con una guerra che provocò almeno quattro milioni di profughi e sfollati. A metà degli anni Ottanta, secondo un calcolo dell’UNHCR c’erano “solo” dieci milioni di profughi. Nel 1992 erano già quasi diciotto milioni, di cui qualche migliaio venne in Europa.</p>
<p>I Paesi europei entrarono in panico: non avevano mai visto prima così tanti profughi tutti insieme. Negli anni Settanta non più di un paio di migliaia di profughi all’anno raggiungevano l’Europa, alla fine degli anni Ottanta di colpo erano in media 450.000 e nel 1992, due anni dopo la guerra fredda e un anno prima della nascita dell’Unione Europea, 672.000. Il sentimento che aveva sopraffatto gli americani dopo l’esodo di Mariel, completamente sfuggito di mano con tutti quei profughi, si annidò anche negli europei. Ai governi del Vecchio continente le soluzioni politiche per evitare che si creassero flussi di rifugiati interessavano poco; l’attenzione e l’energia andavano tutte alle misure per bloccare il flusso.</p>
<p>Non furono misure prese di comune accordo. Mentre fervevano i preparativi per la fondazione dell’Unione Europea, nel 1987 la Comunità Economica Europea (CEE) analizzò la politica sui rifugiati esistente nei dodici Stati membri, concludendo che la caduta del nemico comune, l’Unione Sovietica, aveva fatto andare in fumo quel poco di coesione europea che c’era. Gli Stati temevano l’apertura dei confini che li attendeva dopo la nascita dell’Unione Europea – oltre agli ambìti partner commerciali, sarebbe potuta entrare senza problemi un altro bel po’ di gentaglia – ma ben si guardavano dal riconoscere che <strong>le guerre spietate e il ruolo che loro vi avevano svolto erano le cause dell’alto numero di rifugiati</strong>, preferendo invece puntare il dito contro la qualità dell’accoglienza ai profughi.</p>
<p>Dai tempi di Evian, infatti, nulla era cambiato nel ragionamento per cui, se si era troppo gentili con i profughi, sarebbero voluti venire tutti. Dovevano ancora sentirsi più sgraditi possibile in Europa. Ciascuno a modo suo, i Paesi europei cercarono di negare ai profughi tutto quello che potevano, senza violare gli accordi della Convenzione ONU sui rifugiati. Le procedure di asilo vennero “riviste” e furono creati “status B”, “status C” e altri permessi di soggiorno di breve durata, ridotti all’osso. Nell’opinione pubblica cominciavano a imperversare locuzioni che descrivevano i profughi come “frodatori di asilo” o “gente che viene a mangiare a sbafo”.</p>
<p>Più profughi iniziarono a scomparire nei centri di detenzione, le regole per la deportazione furono “liberalizzate”, il diritto al ricongiungimento familiare e l’accesso all’assistenza sociale e ai permessi di lavoro furono limitati. Però, per quanti decreti, interventi, modifiche di legge e tagli ci fossero, non era mai abbastanza: in Paesi come l’Austria, la Francia e il Belgio i movimenti di estrema destra crescevano a vista d’occhio.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Intanto fuori dall’Europa, nel resto del mondo, diventarono visibili i tratti di una politica europea sui rifugiati sempre più centralizzata.</span></p></blockquote>
<p>Fu redatto un elenco di più di cento Paesi (circa tre quarti del mondo fuori dall’Europa) i cui abitanti non potevano entrare nell’UE senza visto. Ma dopo la guerra fredda, nella culla della neonata Unione Europea iniziò soprattutto la fase della “politica di contenimento”:<strong> rinchiudere i rifugiati in campi nella loro stessa regione</strong>. Con l’aiuto dell’UNHCR.</p>
<p>Cedere a qualsiasi pressione esercitata dalla politica europea sui rifugiati è l’unico modo che ha l’UNHCR per tenersi buoni i governi donatori e sopravvivere finanziariamente come organizzazione. Negli oltre tre decenni trascorsi dalla morte di Van Heuven Goedhart, poco o nulla era migliorato per ciò che riguardava i poteri degli alti commissari ONU per i rifugiati. Proprio come Van Heuven Goedhart, anche il diplomatico danese Poul Hartling, a capo dell’UNHCR dal 1978 al 1985, fu invitato a Oslo a ritirare a nome dell’organizzazione un secondo premio Nobel per la pace, ma il mattino dopo anche lui dovette continuare ad alzarsi presto per andare a mendicare dai governi donatori. Gli alti commissari non riuscivano mai a strappare sufficienti donazioni.</p>
<p>Negli anni Ottanta il budget dell’UNHCR calò di più della metà, mentre il numero di profughi cresceva. “Non possiamo stampare soldi. Non possiamo rubarli. Non possiamo prenderli in prestito. Dobbiamo farceli dare dai governi” spiegò Hartling – invano – ai suoi donatori.</p>
<p>Se voleva continuare a essere considerata dai suoi capi, l’UNHCR doveva adeguarsi: se i governi donatori volevano che i profughi rimanessero là, rinchiusi nella loro regione, allora lo voleva anche l’UNHCR, che definì questo cambio di prospettiva la sua “trasformazione in un’organizzazione umanitaria più ampia”. Questa definizione faceva pensare che per i profughi fosse giunta la primavera e che l’organizzazione potesse finalmente fiorire, ma in realtà l’UNHCR spostò le sue attività dai “profughi della convenzione” ai “profughi dei campi”. I primi soddisfano il profilo richiesto nella Convenzione ONU sui rifugiati: riescono a raggiungere l’Europa per conto proprio e una volta lì hanno diritto all’accoglienza e alla possibilità di richiedere asilo.</p>
<p>Anche i secondi soddisfano spesso il profilo della convenzione, ma non sono riusciti ad arrivare in Europa: la loro fuga è finita da qualche parte in un campo di accoglienza, dove dall’UNHCR ricevono una tenda o un telone sotto ai quali vivere, e del cibo dal World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite. In cambio, però,<strong> devono rinunciare al diritto di chiedere asilo</strong>. Dei venti milioni di rifugiati che rientravano nel mandato dell’UNHCR nel 2017, solo tre potevano richiedere asilo – di cui la metà avevano la loro richiesta di asilo in corso lì, “nella regione”, lontano dall’Europa.</p>
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<p>Gli altri profughi nel mondo sono saldamente rinchiusi, spesso in campi ma spesso anche al di fuori, in bassifondi dove sopravvivono come <strong><em>urban refugees</em></strong>. Non possono andare da nessuna parte, eppure vengono contati dai leader politici europei quando avvisano che “milioni” di profughi invaderanno l’Europa se non chiudiamo i confini in modo ancora più efficace.</p>
<p>La filosofa <strong>Hannah Arendt condusse uno studio sul fenomeno dei campi</strong>. Era figlia del suo tempo: nacque nel 1906 da genitori ebrei a Linden-Limmer, vicino a Hannover. Nel 1933 fuggì dalla Germania di Hitler. Dal 1935 al 1938 lavorò in Francia per un’organizzazione che aiutava i bambini dei profughi ebrei a scappare in Palestina. Nel maggio del 1940, subito dopo l’invasione tedesca in Francia, fu arrestata e tenuta prigioniera per qualche settimana. Nel 1941 riuscì a raggiungere New York.</p>
<p>Due anni più tardi le giunsero le prime notizie dell’esistenza di un nuovo tipo di campi in Europa centrale: i campi di concentramento nazisti. Capì subito che si stava compiendo qualcosa di insolito. Già da tempo esistevano campi di concentramento sorvegliati da militari in cui venivano raccolti determinati gruppi di persone. L’esercito britannico, per esempio, durante la guerra anglo-boera (1899-1902) ne aveva alcuni in Sudafrica, nello Stato libero dell’Orange e nella provincia di Transvaal, ma quelli almeno avevano un obiettivo strategico e si adattavano a una specie di logica bellica.</p>
<p>Da quello che sentì sui campi tedeschi in Europa, però, Arendt capì che non erano funzionali allo sforzo bellico tedesco: quei campi avevano come unico fine quello di perseguire il male. Questa intuizione le fece mancare la terra sotto i piedi, scrisse il ricercatore Roger Berkowitz nel suo saggio <em>Hannah Arendt: perché ci riguarda</em> (2017). La scoperta del male divenne il tema centrale del suo pensiero.</p>
<p>Nel 1951 Arendt pubblicò la sua opera in tre parti <em>Le origini del totalitarismo</em>, in cui praticò una <strong>distinzione fra tre tipi di campi</strong>: quelli di sterminio, come Auschwitz-Birkenau e Treblinka II, perfezionati dai nazisti, in cui la vita umana veniva trasformata di proposito nella più grande tortura possibile e l’annientamento era lo scopo finale; i campi di lavoro come quelli esistenti in Unione Sovietica, il cui scopo non era l’annientamento fisico in quanto tale, ma in cui la morte sopraggiungeva comunque come conseguenza; e i campi di accoglienza come quelli per i DP in Europa, in cui elementi indesiderati di qualsiasi genere – profughi, sfollati, apolidi “inutili”, disadattati – venivano rinchiusi e abbandonati, lontano dal resto della società.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Secondo Arendt, i tre tipi di campo avevano una caratteristica comune: masse di persone vi scomparivano dentro come se non esistessero più, come se il loro destino non importasse più a nessuno, come se fossero già morti. Concluse che l’essenza di tutti i tipi di campi è <strong>imporre l’oblio</strong>.</span></p></blockquote>
<p>Molto tempo dopo la sua morte, l’UNHCR inserì Hannah Arendt nella “galleria UNHCR dei rifugiati che hanno cambiato il mondo” insieme a celebrità come Milan Kundera, Béla Bartók, Albert Einstein e Marlene Dietrich. Non sappiamo cosa avrebbe pensato della versione contemporanea dei campi DP, i campi per rifugiati dell’UNHCR; Arendt morì nel 1975, ben prima della fine della guerra fredda, quando quelle strutture non erano ancora state trasformate nel principale strumento della politica europea sui rifugiati.</p>
<p>Nel 2014 lo scrittore olandese Arnon Grunberg fece visita a due campi UNHCR nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e li descrisse dal punto di vista del suo retroterra bellico, proprio come aveva fatto Arendt. La madre di Grunberg, Hannelore Grünberg-Klein, fu una dei 937 profughi ebreo-tedeschi che salparono da Amburgo sulla nave St. Louis, alla ricerca di un porto sicuro. A bordo si trovavano anche i genitori della donna. Dopo un viaggio di 16.000 chilometri lungo Paesi dove non erano i benvenuti, la famiglia Klein fu finalmente ammessa in Olanda, dove scomparve immediatamente dietro il filo spinato, prima a Rotterdam, poi nel “campo di transito” di Westerbork. Da lì, i Klein furono mandati ad Auschwitz-Birkenau. Hannelore sopravvisse, mentre i suoi genitori furono gassati.</p>
<p>Nel 2014 suo figlio Arnon visitò una clinica di Medici Senza Frontiere nel campo UNHCR di Mweso, nell’altipiano della RDC, e per il quotidiano olandese NRC Handelsblad scrisse: “Le baracche, la puzza, il caldo [&#8230;]. Quando vedo i bambini denutriti non posso fare a meno di pensare: sono finito nell’infermeria di un campo di concentramento. Non esprimo questo pensiero, naturalmente, anche perché i collaboratori di MSF sembrano contenti dei risultati raggiunti qui”. Nel campo di Mpati, più avanti sul suo percorso, la penuria di cibo era preoccupante, scrisse Grunberg. Il World Food Programme rimane alla larga per motivi di sicurezza e, inoltre, nei campi arrivano troppo pochi soldi da parte dei donatori. Anno dopo anno, i governi versano alle organizzazioni dell’ONU circa la metà di quanto sarebbe necessario.</p>
<p>Gli operatori umanitari incoraggiarono l’autore a parlare con i rifugiati. Grunberg scrisse: “Quando chiedo: ‘Com’è il trattamento nel campo? Va tutto bene?’ ho la sensazione di stendere il bollettino della Wehrmacht”. E continuò: “Di fronte a questa sofferenza capisco benissimo le SS nei campi di concentramento. È impossibile identificarsi con il ‘subumano’. Puzza, è letargico, non sa cosa sia la solidarietà, non assomiglia quasi più a una persona”.</p>
<p>Nei Paesi che finanziano i campi, gran parte della gente non ha nemmeno idea dell’esistenza di questi luoghi dove vengono parcheggiati i “sub-umani”. L’oblio è pressoché totale, nonostante vivano più o meno in questo modo fra un quarto e un terzo di tutti i profughi e gli sfollati del mondo, sparsi in decine di campi in trenta-quaranta Paesi, in giungle, deserti e paludi, dentro tende di plastica o capanne di pannelli di compensato o di rami e fango, in perenne indigenza. E <strong>bloccati, perché non hanno il diritto di chiedere asilo</strong>. È stato loro assegnato lo status di prima facie.</p>
<p>Nella Convenzione ONU sui rifugiati questo status non viene neanche nominato, ma attualmente riguarda tra l’80 e il 90 per cento di tutti i rifugiati del mondo.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Lo status di prima facie protegge dal <em>refoulement</em>, ma non offre un normale accesso alle procedure di asilo né chi se ne avvale viene considerato per i programmi di reinsediamento.</span></p></blockquote>
<p>Lo status di prima facie e i campi di accoglienza intendono essere misure di breve durata, finché non si trova una soluzione permanente, ma una volta che c’è un campo di accoglienza e che questo è pieno i governi si rilassano, perché la necessità di cercare soluzioni è venuta meno. Alla domanda su che cosa significa “temporaneo” non rispondono né i Paesi di accoglienza né i governi donatori. Una permanenza media in un campo di accoglienza dura già diciassette anni, ma ci sono anche infiniti casi in cui si protrae. I campi per gli eritrei in Sudan, per esempio, esistono ormai dal 1968, i campi per i Saharawi in Algeria dal 1975. L’UNHCR chiama questa specie di miseria che si trascina per decenni <em>protracted displacement</em>, “sradicamento prolungato”.</p>
<p>La situazione dei profughi prima facie non viene esaminata secondo il diritto internazionale, ma è sottoposta al giudizio delle autorità locali che determinano anche quando la situazione è abbastanza sicura da mandare a casa i rifugiati, a volte consultandosi con l’UNHCR e i governi donatori che finanziano quei campi.</p>
<p>Un paio di migliaia di sudanesi che bussarono in gruppo alle porte del Kenya ricevettero lo status di prima facie e finirono in un campo. Allo stesso tempo, un altro gruppo di sudanesi grande il doppio arrivò in Egitto. Gli individui furono valutati uno per uno e molti del gruppo ottennero lo status di rifugiato ufficiale, con i relativi diritti. Ne risulta che lo status di prima facie, sebbene sia stato creato per grandi gruppi di profughi, non sempre ha a che fare con la quantità di profughi, ma più spesso con il livello di benessere e organizzazione del Paese in cui essi arrivano. Chi fugge verso un Paese – spesso si tratta di Paesi vicini – che non dispone di un sistema funzionante per valutare i singoli casi, sconta una “sfortuna geografica”.</p>
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<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>Gente di nessuno</em> di Linda Polman. In alto, il campo per rifugiati siriani a Zaatari (Giordania) nel 2013</span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/gente-di-nessuno-linda-polman-rifugiati-estratto/">Imporre l’oblio</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/gente-di-nessuno-linda-polman-rifugiati-estratto/">Imporre l’oblio</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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