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	<title>populismo - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>populismo - Luiss University Press</title>
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		<title>“Ciao, ti odio”. Come l’iperconnessione sta distruggendo la democrazia</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/il-nemico-dentro-tom-nichols-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Oct 2021 09:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
		<category><![CDATA[storia del pensiero politico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dove ha fallito la democrazia? La risposta che Tom Nichols dà in Il nemico dentro ha la forma di un’altra, scomodissima domanda: e se invece fossimo noi a non aver superato la sua prova? In questo estratto tratto dal libro, Nichols riflette sul ruolo di internet come medium prediletto per indebolire i sistemi democratici.  __________________________________________________________ [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Dove ha fallito la democrazia? La risposta che Tom Nichols dà in</strong></em> <strong> Il nemico dentro </strong><em><strong>ha la forma di un’altra, scomodissima domanda: e se invece fossimo noi a non aver superato la sua prova? In questo estratto tratto dal libro, Nichols riflette sul ruolo di internet come medium prediletto per indebolire i sistemi democratici. </strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non mi piace la cucina indiana. Forse lo sapete già. Lo sanno anche milioni di persone in tutto il mondo, e il fatto che forse lo sapete è un problema. In verità, è una strana storia che costituisce un esempio perfetto di come la tecnologia ci stia inducendo all’autodistruzione. </span><b>Il mio problema è cominciato, come tutte le storie avvincenti di ferite autoinflitte nel Ventunesimo secolo, con i social network</b><span style="font-weight: 400;">. Un tranquillo sabato pomeriggio alla fine dell’autunno del 2019 un giovane di nome</span> <a href="https://twitter.com/jonbecker_" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Jon Becker</span></a><span style="font-weight: 400;"> ha chiesto agli utenti di Twitter di postare le loro opinioni alimentari più controverse, e hanno risposto migliaia di persone. C’è stato il consueto odio per la maionese, un po’ di malumore nei confronti della lattuga e persino qualche attacco ai sandwich con burro d’arachidi e marmellata. Non si tratta proprio di opinioni controverse: per decenni in America si è combattuto l’equivalente di una guerra religiosa per l’ananas sulla pizza e il ketchup sugli hot dog. Io però ho deciso di puntare al primo posto in classifica. Ho dichiarato che non sopportavo la cucina di un popolo composto da oltre un miliardo di persone. E, giusto per essere irritante, ho aggiunto che non poteva piacere a nessun altro.</span> <a href="https://twitter.com/radiofreetom/status/1198349042683658241" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">“Penso che il cibo indiano sia terribile”, ho scritto, “e che fingiamo che non lo sia”</span></a><span style="font-weight: 400;">. (L’ultima parte era una battuta tagliente rivolta ai miei amici americani che mi trascinano ripetutamente in ristoranti indiani e poi insistono per dirmi quanto amano il cibo mentre si asciugano il sudore dalla fronte e ingollano acqua).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non sono mai stato in India e quindi la mia esperienza è limitata, ma semplicemente non mi è mai piaciuta quella che viene spacciata per cucina indiana negli Stati Uniti e in Europa, e i miei amici considerano questa mia avversione la dimostrazione di un palato provinciale e poco raffinato. All’inizio le reazioni sono state bonarie e divertenti. “Non hai le papille gustative?”, mi ha chiesto la celebre conduttrice di Top Chef Padma Lakshmi. L’ex procuratore generale degli Usa Preet Bharara si è offerto di portarmi in un ristorante indiano e di darmi una mano a scorrere il menù. Neal Katyal, illustre studioso di giurisprudenza indiano-americano (nonché mio ex allievo all’università a Dartmouth) ha postato la risposta più tipica di Twitter: “Unfollow”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi le reazioni hanno assunto toni più cupi. Sono stato accusato, in varie sfumature di furia squilibrata, di fare il gioco degli stereotipi sugli indiani e di favorire una storia di oppressione. Qualcuno si è spinto fino a inventare storie sulla mia probabile nostalgia per i</span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Impero_anglo-indiano" target="_blank" rel="noopener"> <span style="font-weight: 400;">tempi del Raj</span></a><span style="font-weight: 400;">. (Per la cronaca, non sono cresciuto come un figlio dell’Impero, ma sono figlio unico. Presumo sempre che a nessuno possa piacere qualcosa che a me non piace). Altri hanno persino suggerito che fossi un sostenitore del genocidio. Il lunedì mattina dopo il mio tweet del weekend, mi sono svegliato e ho trovato un’email di un collega indiano che mi diceva che </span><b>in India ero finito sui notiziari</b><span style="font-weight: 400;">. Nelle quarantotto ore successive mi sono ritrovato sulle pagine e sugli schermi del Times of India e altri giornali indiani, della BBC in Gran Bretagna, del Washington Post e di Fox News negli Stati Uniti, e di RT in Russia. Sia Fox sia RT, naturalmente, mi hanno presentato come un eroico professore bianco che rifiutava di piegarsi al multiculturalismo della massa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono bianco, sì, ma non stavo cercando di dire qualcosa sul multiculturalismo. Piuttosto, stavo dimostrando che mi irrito facilmente per le cose che non mi piacciono. Quando </span><b>ho cominciato a ricevere email minatorie, però, in cui mi si diceva che dovevo letteralmente morire per aver scherzato con il cibo indiano</b><span style="font-weight: 400;">, mi sono chiesto – e non per la prima volta – quando la nostra società globale iperconnessa fosse diventata tanto bizzarra e pericolosa. Non era la prima volta che ricevevo minacce di morte e molestie di altro tipo, ma di solito erano state provocate da qualcosa che avevo scritto riguardo a temi politici più seri. Ora la gente mandava email a un professore di mezza età relativamente sconosciuto, nel Rhode Island, augurandosi la sua rapida dipartita a causa di un’affermazione casuale sul cibo fatta su Twitter.</span></p>
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			Politica e società		</p>
	<p class="name product-title woocommerce-loop-product__title"><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-nemico-dentro/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link">Il nemico dentro</a></p></div><div class="price-wrapper">
	
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<p><span style="font-weight: 400;">La mia esperienza del Grande scandalo del cibo indiano del 2019 è stata relativamente leggera in confronto ai processi subìti da altre persone grazie al miracolo dei social network. </span><b>La nostra capacità di comunicare all’istante, anonimamente e senza riflettere ha immortalato momenti di stupidità </b><span style="font-weight: 400;">(anche da parte mia) che in passato sarebbero giustamente passati inosservati. In alcuni casi gli effetti sono stati molto gravi: vite innocenti sono state messe in pericolo in casi di scambio d’identità o per informazioni inesatte – e talvolta intenzionalmente fuorvianti – sulla sicurezza pubblica, per questioni che vanno dagli incidenti con le armi da fuoco alle informazioni sul Covid. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"><span style="font-weight: 400;">Peggio ancora, ci sono dei malintenzionati, dagli Stati ai politici imbroglioni, che ormai </span><b>usano internet come medium prediletto per indebolire le elezioni democratiche in tutto il mondo</b><span style="font-weight: 400;">.</span></span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Il tema dell’intervento straniero è troppo vasto per affrontarlo qui: in qualità di esperto di Russia, so che il governo russo e altri sistemi autoritari sono lieti di sfruttare le divisioni sociali nelle democrazie. Ma in fin dei conti il problema è degli utenti e dei consumatori, non dei regimi nemici che avvelenano i pozzi. (Ho scritto diffusamente del problema di internet e del suo effetto sulla verità e sull’autorevolezza del sapere in</span> <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-conoscenza-e-i-suoi-nemici/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;"><em>La conoscenza e i suoi nemici</em></span></a><span style="font-weight: 400;">, e non intendo riprodurre qui tutte le mie argomentazioni). Questi attacchi sfruttano le nostre divisioni e rimostranze, la nostra vanità e il nostro tedio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A volte si tratta di operazioni limitate contro singole figure o partiti politici, ma in alcuni casi diventano incendi distruttivi come il</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/QAnon" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">movimento QAnon</span></a><span style="font-weight: 400;">, che ha seminato il panico morale basandosi su una folle teoria del complotto riguardo al sacrificio di bambini e alla pedofilia e che nel 2020 portando più di un politico squilibrato nelle aule del Congresso degli Stati Uniti. L’aumento dei venditori di complotti online ha avuto anche altre conseguenze nel mondo reale. Il 6 gennaio del 2021 la promessa di una connessione globale si è trasformata in un incubo civile quando </span><b>migliaia di persone hanno preso d’assalto il Campidoglio degli Usa</b><span style="font-weight: 400;">,</span> <a href="https://www.washingtonpost.com/graphics/2021/politics/trump-insurrection-capitol/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">invadendo la Camera e il Senato</span></a><span style="font-weight: 400;"> e ferendo oltre cento agenti di polizia in una delle giornate peggiori per i danni alle forze dell’ordine dagli attentati dell’11 settembre 2001. I rivoltosi non erano persone senza diritti o oppresse riunite in un’assemblea pacifica. </span><a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2021/02/the-capitol-rioters-arent-like-other-extremists/617895/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Un’analisi dettagliata</span></a><span style="font-weight: 400;"> condotta da due studiosi dell’Università di Chicago sui partecipanti che sono stati arrestati ha evidenziato invece che la rivolta di gennaio è stata vissuta come una gita in campeggio per americani di mezza età appartenenti al ceto medio:</span></p>
<p><b><i>L’età media degli arrestati che abbiamo esaminato è 40 anni</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. Due terzi hanno 35 anni o più e il 40 per cento è composto da proprietari di aziende o colletti bianchi. A differenza dello stereotipo dell’estremista, molti dei presunti partecipanti all’insurrezione del Campidoglio hanno tanto da perdere. Sono amministratori delegati, negozianti, medici, avvocati, informatici e commercialisti. </span></i><b><i>A sorpresa, i documenti processuali indicano che solo il 9 per cento di loro è disoccupato</i></b><i><span style="font-weight: 400;">. In passato, tra i sospettati estremisti di destra che abbiamo analizzato, il 61 per cento aveva meno di 35 anni, il 25 per cento era disoccupato e quasi nessuno aveva un lavoro impiegatizio. </span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In altri termini, </span><b>si trattava di una “sotto-borghesia” annoiata, un ceto medio narcisista e per lo più benestante</b><span style="font-weight: 400;">, con le tasche piene e la mente vuota, che sosteneva a parole la democrazia ma non nutriva alcun interesse nei suoi confronti se i risultati delle elezioni democratiche non la soddisfacevano. Questi </span><b>insorti sono arrivati a Washington dopo aver vomitato per anni complotti e meme stupidi su internet</b><span style="font-weight: 400;">, e poiché avevano partecipato a lungo alla vita politica attraverso uno schermo erano stranamente scollegati dalla gravità delle loro azioni. Hanno devastato la sede del governo e nel frattempo si guardavano sullo schermo del telefono e postavano freneticamente aggiornamenti sui loro account Instagram e Facebook, cosa che poi, ovviamente, ha agevolato la loro cattura. Una di loro ha raccontato al suo pubblico che, “viva o morta”, sarebbe entrata in Campidoglio, ma che una volta tornata in Texas tutti avrebbero dovuto ricordare che era un’ottima agente immobiliare bravissima a vendere le loro case. (Poi ha chiesto la grazia al presidente Trump). Un’altra, dopo l’arresto, ha chiesto al tribunale di essere rilasciata per poter partecipare a una “esperienza di fraternizzazione con i colleghi” in un resort del Messico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quasi tutti sembravano genuinamente sconvolti del fatto che la morte e la devastazione provocati dalla trasformazione della loro Woodstock antidemocratica alimentata dalla rete in una violenta insurrezione in stile</span> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Altamont_Free_Concert" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Altamont</span></a><span style="font-weight: 400;"> potessero avere conseguenze serie. Questa violenza contro il sistema costituzionale americano è stata la pubblica espressione di una religione eccentrica, di </span><b>un culto che sarebbe potuto emergere ovunque ma che poteva crescere soltanto nel pantano di un Paese iperconnesso</b><span style="font-weight: 400;">. I suoi seguaci si sono schierati gli uni con gli altri sui social network, eleggendo a loro profeti e alti sacerdoti gli opinionisti delle TV via cavo. </span><b>Il loro oracolo, il loro testo sacro, era il feed di Twitter</b><span style="font-weight: 400;"> del presidente degli Stati Uniti, che usava il potere del collegamento istantaneo per dar loro in pasto una storiella dopo l’altra su un’elezione rubata. Mentre quei folli ululavano e intonavano slogan nella galleria del Senato e altri sporcavano con escrementi le sale di marmo del Campidoglio, il potere e la promessa del coinvolgimento non sembravano tanto una forza di pace e democrazia, quanto una bandoliera di granate tra le mani di bambini ferini. </span><span style="font-weight: 400;">Ancora una volta, come l’umanità è riuscita a fare con tutto, dal fuoco all’energia nucleare, </span><b>abbiamo trovato un ottimo strumento che può far progredire la civiltà umana. E ancora una volta rischiamo di usarlo per distruggere noi stessi</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400; font-size: 130%;">La possibilità della connessione, che poco tempo fa era un prodigio e una fortuna, è diventata una maledizione. </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Già solo le dimensioni della nostra interazione con il mondo virtuale e la velocità con cui quel mondo ci ha avvolti hanno creato uno</span><b> spazio vasto e tuttavia solitario</b><span style="font-weight: 400;">,<strong> i</strong></span><b>n cui siamo allo stesso tempo troppo connessi e troppo isolati</b><span style="font-weight: 400;">. Interagiamo con milioni di altre persone quando ci pare e quando ci conviene, mentre ripuliamo le tracce della loro presenza attraverso le interfacce antisettiche delle app di messaggistica e dei social network. Non abbiamo bisogno degli altri per molto tempo: se siamo in cerca di un passatempo, possiamo semplicemente chiedere al nostro telefono o computer di aprirci un tavolo di blackjack o di trovarci un compagno per giocare a scacchi, e se non ci sono umani disponibili intervengono le macchine e ci arrangiamo. Se cerchiamo una conversazione, possiamo sputar fuori i primi pensieri che ci passano per la testa a nessun destinatario particolare o a tutto il mondo. Persino la nostra vita sessuale è diventata virtuale al punto in cui possiamo ingannare il tempo sull’autobus rifugiandoci nella pornografia, ignorando il disagio delle persone sedute accanto a noi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La capacità di inviare e ricevere quantità infinite di dati, dalla televisione via cavo ai messaggi di testo, è uno dei progressi scientifici più importanti della storia umana, ma come tanti altri avanzamenti passati, c’è stato un prezzo da pagare. </span><b>La democrazia liberale richiede pazienza, tolleranza e prospettiva</b><span style="font-weight: 400;">, ma queste qualità sono inondate da fiumi di esperienze sensoriali (sarebbe troppo definirle “informazioni”). La possibilità continua di sbirciare nelle vite dei nostri vicini, di confrontarci con gli estranei, di mantenere un contatto costante con tutto il pianeta, giorno e notte, è innaturale e spinge la mente umana ben oltre la sua capacità di ragione e riflessione. La scala del problema è quasi impossibile da cogliere. L’iperconnessione ha invaso le nostre vite in modi di cui non ci rendiamo neanche conto e che non comprendiamo appieno. Anche chi cerca di evitare questa connessione non può evitare gli altri membri della comunità che sono connessi e sovralimentati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pensiamo alle dimensioni e alla portata dei social network: Twitter, nel momento in cui scrivo, ha più di 325 milioni di utenti. Facebook ne ha oltre due miliardi e mezzo, e ormai è un prodotto come la “TV via cavo”, che non ho bisogno di spiegare a un lettore moderno. A questo punto probabilmente </span><b>Facebook è incontrollabile persino per i suoi creatori</b><span style="font-weight: 400;">: la giornalista Adrienne LaFrance l’ha definito una </span><b>“macchina dell’apocalisse”, </b><span style="font-weight: 400;">perché gli algoritmi distruttivi del social network agiscono ormai quasi senza alcun intervento umano e Facebook si propone di diventare “l’(unica) esperienza de facto di internet per le persone di tutto il mondo”. Ma Twitter e Facebook sono soltanto due delle punte più alte di diversi giganteschi iceberg. Al giorno d’oggi chiunque possieda uno smartphone o un account di posta elettronica è “connesso”, e stiamo parlando di un sacco di persone. Nel 2012 circa un miliardo di persone nel mondo possedeva uno smartphone; nel 2020 il numero si è quasi quadruplicato, fino a comprendere quasi tutti gli americani. </span></p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Analogamente, più di metà della popolazione del pianeta ha un account di posta elettronica. E non ci limitiamo a mandare messaggi e a tenere calendari. La società che secondo alcune stime è al terzo posto per portata e influenza sulla società, appena dopo Facebook e Twitter, ma prima di Microsoft, Apple e Amazon, è Pornhub, il sito di intrattenimento per adulti che racimola 3,5 miliardi di visite al mese. Di nuovo, questo livello di connettività è in astratto un risultato straordinario. È una prodezza scientifica che aiuta gli esseri umani a restare in contatto reciproco, per non parlare dell’accesso che offre a diverse possibilità, dalle opportunità di lavoro ai servizi d’emergenza. </span><b>Ma ciascuno</b> <b>smartphone e account di posta elettronica è anche un tubo che perde da cui fuoriescono molti liquami politici, sociali e intellettuali</b><span style="font-weight: 400;">. Nel 2016 uno studio del</span><a href="https://www.pewresearch.org/" target="_blank" rel="noopener"> <span style="font-weight: 400;">Pew Research Center</span></a><span style="font-weight: 400;"> ha evidenziato il fatto che quasi non c’è modo di usare la tecnologia moderna solo come uno strumento, isolato dal mondo emotivamente sovraccarico del cyberspazio, soprattutto non i social network. </span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Nelle interazioni faccia a faccia, gli americani possono tentare (e spesso lo fanno) di tenersi alla larga da coloro con cui sono in forte disaccordo. Ma gli ambienti online dei social network presentano nuove sfide. In questi spazi gli utenti possono imbattersi in affermazioni che potrebbero ritenere estremamente controverse o offensive, anche quando non si impegnano in prima persona per rintracciare questi materiali. Anche le zuffe politiche possono invadere le vite degli utenti quando i commenti su argomenti scollegati si trasformano in accesi conflitti o litigi tra le parti</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span><i><span style="font-weight: 400;">Farsi strada tra queste interazioni può essere particolarmente teso, alla luce della complessa miscela tra amici intimi, familiari, conoscenti distanti, collegamenti professionali e figure pubbliche che compone la rete di contatti online di molti utenti.</span></i><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"><span style="font-weight: 400;">Possiamo tentare di convincerci che preferiamo non entrare in relazione con il mondo online, </span><b>ma il mondo online entra costantemente in relazione con noi</b><span style="font-weight: 400;">, che lo vogliamo o meno e che ci piaccia o meno. </span></span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Il giornalista </span><a href="https://twitter.com/drdredel" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Yevgeny Simkin</span></a><span style="font-weight: 400;"> ha sintetizzato la situazione in un’espressione concisa e terribile, anche se forse esagerata: “Tutti i mali moderni, sociali, politici e sociologici si possono far risalire ai social network”. Non tutti sono così pessimisti. David Shor, analista di dati americano impegnato in cause progressiste, osserva che molti cittadini non sono connessi al mondo virtuale come potremmo pensare.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">L’elettore medio delle politiche ha circa 50 anni, quello delle elezioni di midterm o delle primarie è più vecchio. Non ha una laurea. Guarda circa sei ore di TV al giorno, in media; ci sono persone che ne guardano di più. In genere non legge giornali di parte. Per lo più si informa ancora grazie a fonti tradizionali. Guarda quello che trasmette ABC Nightly News. Forse vede qualcosa su Facebook, ma per lo più sui media tradizionali.</span></i></p>
<p><a href="https://twitter.com/davidshor" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Shor</span></a><span style="font-weight: 400;"> però sottovaluta il problema. La realtà è molto di più che “vedere qualcosa” su Facebook o altri siti internet. </span><b>Oggi il numero di persone connesse è più alto che in qualsiasi altro momento storico</b><span style="font-weight: 400;">, e l’elettore medio di Shor sta marinando in una cultura le cui priorità spesso vengono definite dall’iperconnessione. Sperare che tutto ciò rimanga distante dai cittadini comuni equivale a essere ottimisti e sperare che un uomo che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua corra rischi minori di malattie ai polmoni ignorando che è un minatore e vive in una casa piena di gente che fuma.</span></p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;">Da <em>Il nemico dentro. Perché siamo noi stessi a distruggere la democrazia </em>di <em>Tom Nichols</em>. In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@robynnexy?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Robynne Hu</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/internet?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Unsplash.</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/il-nemico-dentro-tom-nichols-estratto/">“Ciao, ti odio”. Come l’iperconnessione sta distruggendo la democrazia</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/il-nemico-dentro-tom-nichols-estratto/">“Ciao, ti odio”. Come l’iperconnessione sta distruggendo la democrazia</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Il problema è il potere</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/la-nuova-lotta-di-classe-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 08:24:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[competenza]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggenda vuole che, la sera del 14 luglio 1789, un duca abbia informato il re di Francia Luigi XVI della presa della Bastiglia. “Si tratta dunque di una rivolta?” chiese il re. “No, maestà: è una rivoluzione” rispose il duca. Il 23 giugno 2016 l’elettorato britannico ha approvato in maggioranza il referendum sulla Brexit che [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Leggenda vuole che, la sera del 14 luglio 1789, un duca abbia informato il re di Francia Luigi XVI della presa della Bastiglia. “Si tratta dunque di una rivolta?” chiese il re. “No, maestà: è una rivoluzione” rispose il duca.</p>
<p>Il 23 giugno 2016 l’elettorato britannico ha approvato in maggioranza il referendum sulla Brexit che prevede l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Pochi mesi dopo quel terremoto politico – l’8 novembre 2016 – si è verificato qualcosa di ancor più sconvolgente: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.</p>
<p>Da allora, <strong>in tutta Europa i partiti di centro hanno perso elettori a vantaggio di partiti e uomini politici secondari,</strong> in qualche caso di sinistra ma più spesso della destra populista e nazionalista. Nell’estate 2018, in Italia è salita al governo una coalizione formata dalla Lega, un partito populista di destra, e dal Movimento 5 stelle, un partito antiestablishment. In Germania, i socialdemocratici di centrosinistra sono implosi, perdendo elettori a favore di nascenti movimenti di destra e di sinistra. Altre nazioni, fino a quel momento ritenute immuni al populismo nazionalista – come Svezia, Germania e Spagna – hanno assistito all’ingresso nei rispettivi parlamenti di partiti populisti in ascesa.</p>
<p>Sotto il governo di Emmanuel Macron, ex funzionario civile e banchiere d’affari che nel 2017 aveva sconfitto la candidata nazionalpopulista Marine Le Pen, la Francia in un primo tempo è parsa al sicuro da questa perturbazione. “La vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni per la presidenza francese dimostra senza ombra di dubbio che il domino populista nelle economie avanzate fuori dal mondo anglosassone non ha nemmeno rischiato di cadere”, ha dichiarato nel maggio 2017 Jacob Funk Kirkegaard, senior fellow al Peterson Institute for International Economics (PIIE), un <em>think tank</em> di Washington DC che si occupa di libero mercato, in un articolo intitolato “<a href="https://piie.com/blogs/realtime-economic-issues-watch/macrons-victory-signals-reform-france-and-stronger-europe" target="_blank" rel="noopener">Macron’s Victory Signals Reform in France and a Stronger Europe</a>”.</p>
<p>A distanza di quasi un anno, nell’aprile 2018, Will Marshall del Progressive Policy Institute, ideatore del movimento<em> New Democrat</em> collegato ai Clinton, ha pubblicato su <em>Politico</em> un articolo intitolato “<a href="https://www.politico.com/magazine/story/2018/04/22/emmanuel-macron-trump-france-leader-218067/" target="_blank" rel="noopener">How Emmanuel Macron Became the New Leader of the Free World</a>”, nel quale ha sostenuto che il presidente francese era la prova tangibile che i centristi neo-libersisti favorevoli al mercato avrebbero potuto sconfiggere le forze del populismo e del nazionalismo.</p>
<p>Poi, all’inizio del mese di novembre di quello stesso anno, alcune proteste – indirizzate in un primo tempo contro l’impatto che avrebbe avuto l’aumento dei prezzi dei carburanti sui cittadini francesi delle periferie, delle campagne e della classe operaia – sono degenerate in mesi di scontri violenti tra poliziotti e contestatori che hanno invaso il centro di Parigi con gas lacrimogeni e automobili date alle fiamme, moltiplicando i cortei di contestazione in tutta la Francia.</p>
<p>“Si tratta dunque di una rivolta?”<br />
“No, maestà: è una rivoluzione.”</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Proprio così: Europa e America del Nord stanno vivendo<strong> la più vasta ondata rivoluzionaria</strong> di proteste politiche dagli anni Sessanta, o forse dagli anni Trenta. Solo che in Francia, per il momento, la rivoluzione transatlantica è ancora nonviolenta. In ogni caso, si tratta proprio di una rivoluzione.</span></p></blockquote>
<p>Uno degli slogan dei radicali degli anni Sessanta era: Il problema non è il problema. Se i problemi di oggi che infiammano soprattutto il populismo della classe dei lavoratori nativa di Paesi particolari – l’immigrazione e gli scambi commerciali per Trump, l’immigrazione e la sovranità per i sostenitori della Brexit, le alte percentuali di musulmani tra gli immigrati per i populisti tedeschi e scandinavi, il costo del carburante e altre questioni di politica interna, le cui spese ricadono perlopiù sulla classe operaia delle periferie, nel caso dei Gilet gialli francesi – non sono il problema, allora qual è il problema?</p>
<p><strong>Il problema è il potere</strong>. Il potere sociale si esprime in tre àmbiti: il governo, l’economia, la cultura. Ciascuno di questi tre àmbiti del potere sociale è sede di una lotta di classe – uno scontro talora intenso, talvolta tenuto a freno da compromessi trasversali. Tutti e tre gli àmbiti della società occidentale odierna sono fronti di guerra della nuova lotta di classe.</p>
<p>La prima lotta di classe in Occidente cominciò un secolo e mezzo fa, nelle fasi iniziali del processo di industrializzazione, quando la struttura sociale agraria premoderna andò in pezzi per l’affermarsi di due importanti classi sociali moderne: da un lato chi lavorava nelle fabbriche e nel settore dei servizi, dall’altro i capitalisti borghesi, ai quali in seguito si unirono dirigenti e professionisti con credenziali accademiche. Le riforme furono parziali e circoscritte, fino a quando l’imperativo di mobilitare l’intera popolazione nazionale per la guerra non rese indispensabile <strong>porre fine alla lotta di classe</strong>.</p>
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<p>Durante e dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti e i loro alleati europei adottarono, spesso sulla base di precedenti del tempo di guerra, alcune versioni di quello che in questo libro chiamo pluralismo democratico. Nell’America di Truman e di Eisenhower, nella Germania di Adenauer, nella Gran Bretagna di Churchill e in altre democrazie occidentali, i mediatori del potere che rispondevano del loro operato all’elettorato della classe operaia e rurale – politici di partiti affermatisi dal basso, capi di sindacati dei lavoratori, esponenti di punta di associazioni agricole e religiose – contrattarono con le élite nazionali nei tre ambiti del governo, dell’economia e della cultura. Nell’era del pluralismo democratico, le società delle regioni nordatlantiche hanno goduto del benessere di massa e ridotto le disuguaglianze.</p>
<p>Tra gli anni Sessanta e oggi – quando il timore decrescente di un conflitto tra grandi potenze poco alla volta ha ridotto gli incentivi per le élite occidentali a fare concessioni alle classi operaie occidentali – il sistema postbellico è stato smantellato con una rivoluzione dall’alto, che ha sostenuto gli interessi materiali e i valori intangibili della minoranza di manager e professionisti con un’istruzione universitaria, subentrati come élite dominante ai capitalisti borghesi di un tempo.</p>
<p>Il pluralismo democratico è stato sostituito da quello che potremmo chiamare <strong>neoliberismo tecnocratico</strong>. Nell’àmbito dell’economia, le grandi aziende hanno incoraggiato la desindacalizzazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro a discapito dei lavoratori. Le aziende hanno anche accolto l’arbitraggio globale del lavoro, delocalizzando la produzione a lavoratori poveri fuori dai confini del Paese o assumendo lavoratori immigrati, per indebolire i sindacati locali e sottrarsi ai vincoli delle normative nazionali sul lavoro.</p>
<p>Nel frattempo, negli ambiti della politica e del governo, ai partiti che in origine erano federazioni nazionali di organizzazioni locali con affiliazioni di massa, sono subentrati partiti controllati da donatori e consulenti dei media. Allo stesso tempo, molti dei poteri delle legislazioni nazionali democratiche sono stati usurpati da, o delegati a, agenzie esecutive, tribunali, oppure enti transnazionali sui quali i professionisti con un’istruzione universitaria hanno un’influenza di gran lunga superiore a quella della maggioranza formata dalla classe operaia, nata in loco o all’estero.</p>
<p>Infine, nell’àmbito della cultura – media e pubblica istruzione inclusi – gli organi di vigilanza religiosi e civici hanno perso potere, spesso in conseguenza dell’attivismo di giudici membri dell’élite sociale, che condividono opinioni libertarie su società ed economia con i loro pari che hanno un’istruzione universitaria.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">La rivoluzione neoliberista tecnocratica dall’alto, combattuta in una nazione occidentale dopo l’altra da membri di una élite manageriale sempre più aggressiva e potente, ha provocato una <strong>controreazione populista dal basso</strong> da parte della classe operaia nazionale, sempre più esautorata e sulla difensiva, costituita perlopiù da non bianchi (una minoranza sostanziale di elettori britannici neri e di varie etnie di colore ha appoggiato la Brexit, mentre si calcola che nel 2016 abbia votato per Trump il 26 per cento degli americani di origine centroamericana).</span></p></blockquote>
<p>Dopo essersi resi conto che i sistemi politici delle loro nazioni erano corrotti e che i partiti mainstream avrebbero continuato a ignorare i loro interessi e valori, gli elettori della classe operaia estraniata hanno trovato in qualche caso improbabili paladini tra i demagoghi populisti come Donald Trump, Nigel Farage, Boris Johnson, Marine Le Pen e Matteo Salvini.</p>
<p>Nonostante le molteplici differenze, questi demagoghi populisti hanno sferrato contrattacchi simili agli establishment neoliberisti dominanti in tutti e tre gli àmbiti del potere sociale. Nell’àmbito dell’economia, i populisti sono favorevoli a restrizioni nazionali agli scambi commerciali e all’immigrazione, per fare da scudo ai lavoratori rispetto alla concorrenza delle importazioni e degli immigrati. Nell’àmbito della politica, i populisti accusano i partiti e le fazioni neoliberisti di corruzione ed elitarismo. Nell’àmbito della cultura, infine, i populisti denunciano il multiculturalismo e il globalismo promulgati dalle élite, trasgredendo di proposito all’etichetta del politically correct che contraddistingue l’appartenenza all’élite manageriale con un’istruzione universitaria.</p>
<p>I populisti in Europa e in America del Nord riusciranno a sovvertire e sostituire il neoliberismo tecnocratico? Quasi certamente no. Gli elettori populisti sono una percentuale considerevole e stabile degli elettori occidentali, ma sono soltanto una componente elettorale di società pluralistiche con sistemi politici sempre più frammentati.</p>
<p>Oltretutto, i demagoghi populisti tendono alla ciarlataneria. Spesso sono corrotti. Molti sono razzisti o etnocentrici, anche se spesso queste caratteristiche sono esagerate dai critici dell’establishment, che li mettono sullo stesso piano di Mussolini e Hitler. Se i populisti demagoghi riescono in qualche caso isolato ad aggiudicare la vittoria ai loro elettori, la Storia ci insegna che i movimenti populisti hanno maggiori probabilità di fallire quando si trovano a dover affrontare classi dominanti ben radicate, i cui membri traggono beneficio da un monopolio pressoché esclusivo di competenze, ricchezze e ascendente culturale.</p>
<p>Come reazione alle ribellioni populiste dal basso, le élite manageriali di vari Paesi occidentali potrebbero indirizzarsi verso una repressione vera e propria della classe operaia, limitando l’accesso all’attività politica e ai media a tutti i dissidenti, non soltanto a quelli populisti. In alternativa, le classi manageriali al governo potrebbero cercare di cooptare i ribelli populisti facendo loro concessioni secondarie sull’immigrazione, gli scambi commerciali o la politica interna.</p>
<p>Tuttavia, è improbabile che spartire la ricchezza con la ridistribuzione e con gesti simbolici di cortesia possa porre fine alla nuova lotta di classe, se l’esigua superclasse manageriale non sarà disposta a <strong>condividere davvero il potere</strong> con la maggioranza della popolazione appartenente alla classe dei lavoratori. Per perseguire un’autentica pace di classe nelle democrazie occidentali sarà imprescindibile unire e dotare di pieni poteri sia i lavoratori immigrati sia quelli nativi, e nel frattempo ripristinare un autentico potere decisionale per la maggioranza priva di un’istruzione universitaria in tutti e tre gli àmbiti del potere sociale: l’economia, la politica e la cultura.</p>
<p>Il populismo demagogico è un sintomo. Il neoliberismo tecnocratico è la malattia. Il pluralismo democratico è la cura.</p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">In alto, Charles Thévenin, <em>The Storming of the Bastille </em>(Francia, 1790), Severance and Greta Millikin Trust &#8211; <a href="https://www.clevelandart.org/art/2015.21" target="_blank" rel="noopener">Cleveland Museum of Art</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/la-nuova-lotta-di-classe-estratto/">Il problema è il potere</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/la-nuova-lotta-di-classe-estratto/">Il problema è il potere</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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