C’era una volta una Lady che non tornava indietro. Niall Ferguson, con Lady (Luiss University Press), racconta una Margaret Thatcher diversa da ogni stereotipo: una donna determinata, spietata quando serviva, ma soprattutto capace di trasformare in dottrina politica una visione economica che avrebbe cambiato il volto dell’Occidente. “Era un Hayek con la borsetta”, scrive Ferguson, sintetizzando in un’immagine folgorante la fusione tra pragmatismo e ideologia che rese il thatcherismo una vera e propria teoria del potere. Nel libro, l’autore — uno dei più influenti storici britannici contemporanei — scava nella mente e nella parabola politica della prima donna a guidare il Regno Unito, mostrandone la tempra punk, la passione per la lotta e la fede incrollabile nel libero mercato. Non solo la “Iron Lady” che tutti conosciamo, ma anche una stratega formata dai grandi pensatori liberali come Friedrich Hayek, e una politica che seppe usare la temerarietà come arma di governo.

Margaret Thatcher_copertina articolo

Con il rigore dello storico e l’ironia del narratore, Ferguson restituisce alla Thatcher il suo posto nella storia delle idee: non solo una leader, ma l’incarnazione di un’epoca in cui il potere non chiedeva scusa per essere esercitato. Ecco di seguito qualche estratto dal libro da poco uscito, disponibile in libreria e sul nostro sito CLICCANDO QUI:

Era un Hayek con la borsetta, e mi piaceva da impazzire. Una volta al potere, il suo cavallo di battaglia fu la temerarietà. “Non c’è alternativa”, dichiarò nel giugno 1980, una frase che ben presto sarebbe stata abbreviata nell’acronimo TINA (There Is No Alternative). “Posso dire una cosa sola a chi sta col fiato sospeso ad aspettare il solito ritornello, l’annuncio di un’inversione a U, come tanto piacerebbe alla stampa”, disse al congresso dei Tory nell’ottobre 1980, “Se volete, fate pure inversione, ma questa lady non torna indietro”. [In inglese, “the lady’s not for turning”, NdT]. Da vera punk, Thatcher adorava gli scontri. “Come ben sapete”, dichiarò nel 1984 in un’intervista televisiva, “senza mettervi nei guai, non otterrete mai niente”. Quando infieriva, sapeva essere spietata. “Tu hai un problema, John”, disse a un deputato senza incarichi e con troppe esitazioni, durante i suoi ultimi disperati giorni al potere, “la spina dorsale non ti arriva al cervello”. Molti britannici a fine anni Settanta soffrivano della stessa sindrome. Ma non Margaret Thatcher. (p.39);

Dal capitolo 1. Punk Tory

La maggior parte degli intellettuali detestava Margaret Thatcher. Va però assolutamente riconosciuto che prima ancora di essere una linea politica, il thatcherismo era una teoria. Una teoria fortemente debitrice alla minoranza di intellettuali che si schierarono con lei. Thatcher non era né un’economista né una teorica della politica. A Oxford aveva studiato chimica; in seguito, aveva studiato diritto e conseguito le qualifiche per esercitare come avvocato. Quand’era una giovane politica ambiziosa, aveva letto La via della servitù di Friedrich Hayek, ma in seguito aveva ammesso di “non averne capito le implicazioni”. Certo, a metà degli anni Sessanta, come portavoce del suo partito sul tema degli alloggi, aveva proposto di vendere le council houses ai locatari, e si era opposta alla pressione fiscale troppo alta e ai tentativi del governo laburista di controllare prezzi e redditi. Come segretaria all’istruzione, durante il governo di Edward Heath, non si era però opposta davvero alla trasformazione della scuola, volta a farla diventare sempre più comprehensive, un disastroso esperimento socialista per distruggere le grammar school, come quella che lei stessa aveva frequentato. Approvò i peggiori errori di Heath, su tutti l’abbandono della riforma dei sindacati. Fu persino disposta ad accettare il suo piano cretino per imporre un tasso massimo sui mutui. Questo perché Margaret Thatcher era una donna ambiziosa. Se si fosse schierata con i personaggi più ideologizzati a destra di Heath – pensiamo a Enoch Powell – avrebbe sabotato la propria carriera. (p. 41-42);

Dal capitolo 2. Think Tank e Scribacchini

Sfidando la percezione di Lady di ferro come “conservatrice sociale”, Ferguson argomenta che l’era di Margaret Thatcher fu anche una “rivoluzione sociale a pieno titolo”, essendo la prima e unica donna primo ministro, sposata con un divorziato e perseguendo una carriera politica da neo-madre. Il thatcherismo portò a una maggiore mobilità sociale, specialmente per la “working class” che acquistava case e avviava attività. La riduzione degli iscritti ai sindacati e l’espansione dell’istruzione superiore scardinarono il sistema di classe, creando una società più fluida. La mobilità aumentò anche in senso più basilare, con un incremento della proprietà di auto e un’esplosione dei viaggi all’estero. Le abitudini sociali mutarono radicalmente: i pub tradizionali lasciarono il posto ai tapas bar, e si diffuse una maggiore attenzione alla forma fisica e al fitness, con il dimezzamento dei fumatori. Tuttavia, Ferguson riconosce che ci furono anche cambiamenti sociali non anticipati e non desiderati da Thatcher, come il declino della famiglia tradizionale e l’aumento delle nascite fuori dal matrimonio e dei divorzi. Anche l’immigrazione continuò a crescere sotto i governi Thatcher, seppure non allo stesso ritmo dei decenni precedenti, rendendo difficile la realizzazione pratica del classico topos conservatore della difesa delle frontiere. Altro effetto indesiderato, dal punto di vista conservatore, fu il collasso del cristianesimo tradizionale, con un crollo dei credenti e dei praticanti e l’indebolimento del senso di “britannicità”, in particolare in Scozia, dove si accentuarono le spinte autonomiste ed europeiste rispetto all’appartenenza nazionale.12 Ferguson sottolinea con efficacia i paradossi del liberismo thatcheriano: la liberazione degli individui attraverso il mercato e il capitale, se da un lato risolveva il problema economico e finanziario e metteva l’accento sulla responsabilità individuale, dall’altro andava a erodere inevitabilmente i capisaldi di ordine morale, comunitario e sociale del conservatorismo. (p. 18-20).

Dall’introduzione di Lorenzo Castellani