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	<title>sorveglianza - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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		<title>Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 16:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita di Veronica Barassi. Viviamo in un periodo storico in cui ogni traccia lasciata da noi e dai nostri figli viene trasformata in dati. Per la prima volta stiamo creando una generazione “datificata” da prima della nascita. I dati dei nostri bambini vengono aggregati, [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Proponiamo un estratto da </strong></em><strong>I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita </strong><em><strong>di Veronica Barassi. Viviamo in un periodo storico in cui ogni traccia lasciata da noi e dai nostri figli viene trasformata in dati. Per la prima volta stiamo creando una generazione “datificata” da prima della nascita. I dati dei nostri bambini vengono aggregati, scambiati, venduti e trasformati in profili digitali, sempre più utilizzati per giudicarli e decidere aspetti fondamentali della loro vita. Veronica Barassi riflette su questa trasformazione epocale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>Il giorno del Ringraziamento del 2016 ho scoperto di esser incinta della mia seconda figlia, e Google l’ha saputo prima dei miei genitori e di mia sorella. Eravamo in partenza per un lungo weekend fuori Los Angeles e in macchina, mentre raggiungevamo l’hotel, mi è venuta una preoccupazione improvvisa. Sapevo che sarei partita da lì a poco per l’Italia e ho pensato che un viaggio di quattordici ore in aereo potesse fare male al bambino.</p>
<p>Ero in ansia, avevo bisogno di una risposta e l’ho cercata su Google. Mentre mio marito guidava ho consultato diversi siti, passando da storie tragiche di aborti spontanei in v<span style="font-weight: 400;">olo a consigli rassicuranti di fonti specializzate. Appena arrivati in hotel sono stata colta da un altro dubbio: “Posso usare una vasca idromassaggio nei primi giorni di gravidanza? Quali sono i rischi?”. La maggior parte delle risposte alle mie domande le ho trovate su </span><a href="https://www.babycenter.com/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">BabyCenter</span></a><span style="font-weight: 400;">, un sito che offre informazioni sulla gravidanza e sul periodo neonatale molto frequentato dalle famiglie del Regno Unito e degli Stati Uniti, con più di cento milioni di utenti nel mondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre cercavo le informazioni che mi servivano sapevo bene che qualsiasi click su BabyCenter sarebbe stato rimandato a Google, Amazon, AppNexus, DoubleVerify e via dicendo. Lo sapevo perché avevo appena finito una ricerca sulle app per la gravidanza, e ne avevo studiato le diverse policy e condizioni di utilizzo, incluse quelle di BabyCenter.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non avevo ancora dato la notizia alla mia famiglia, ma quelle poche ricerche </span><span style="font-weight: 400;">erano bastate per fare in modo che Google e tutti i data-tracker di internet mi profilassero come “soggetto in gravidanza”. </span><b>Mia figlia stava venendo tracciata da prima della nascita, e io ne ero ben consapevole e in parte responsabile, perché non riuscivo a rinunciare a interrogare Google. </b><span style="font-weight: 400;">Nei nostri mondi digitali, moltissimi genitori si trovano nella mia situazione: </span><span style="font-weight: 400;">quando scegliamo di fare una ricerca, Google o il download dell’ultima app per la gravidanza espongono i nostri figli a un tracciamento e a una raccolta dati senza precedenti, che a volte comincia quando ancora non sono venuti al mondo. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Il processo di tracciamento e datificazione dei bambini ha origine proprio dalle nostre abitudini digitali, dall’uso che facciamo delle app sui nostri smartphone, dalle nostre ricerche online, dai nostri post sui social media e dalle cose che diciamo ai nostri assistenti virtuali. Proteggere i nostri figli da tutto questo è diventato difficilissimo anche quando scegliamo di non utilizzare le app o di fare ricerche su Google.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo ha dimostrato Janet Vertesi, docente di sociologia di Princeton, quando nel 2014 ha cercato di </span><a href="https://www.forbes.com/sites/kashmirhill/2014/04/29/you-can-hide-your-pregnancy-online-but-youll-feel-like-a-criminal/?sh=7d0f88ad21f3" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">mantenere segreta la sua gravidanza</span></a><span style="font-weight: 400;"> ai bot, ai tracker, ai cookie e agli altri data sniffers che alimentano i database utilizzati per la pubblicità mirata. Vertesi era consapevole del fatto che le donne incinte sono tracciate più degli altri utenti, perché le aziende </span><span style="font-weight: 400;">preposte alla raccolta e alla vendita dei dati stimano che id</span><span style="font-weight: 400;">entificare un “soggetto in gravidanza” equivalga a conoscere l’età, il sesso e la posizione di 200 utenti generici. In un </span><a href="https://time.com/83200/privacy-internet-big-data-opt-out/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">articolo pubblicato sulla rivista </span><i><span style="font-weight: 400;">Time</span></i></a><i><span style="font-weight: 400;">, </span></i><span style="font-weight: 400;">Vertesi ha spiegato che cercare di nascondere la sua gravidanza l’ha fatta apparire e sentire come una criminale, perché per accedere </span><span style="font-weight: 400;">ai contenuti di BabyCenter è dovuta ricorrere a diversi escamotage, come, per esempio, l’utilizzo di Tor, il software che permettere di navigare in rete in maniera anonima. Grazie al suo esperimento, Vertesi è arrivata alla conclusione che cercare di nascondere la sua gravidanza era quasi impossibile per vie legali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il giorno del Ringraziamento del 2016, quando ho scelto di cercare le informazioni su Google, ero a conoscenza dell’esperimento di Vertesi e sapevo benissimo che </span><b>provare a nascondere la mia gravidanza sarebbe stato non solo difficile, ma molto probabilmente inutile, perché le mie figlie venivano sorvegliate, tracciate e profilate in modi che sfuggono </b><b>totalmente al mio controllo.</b> <b>Ma cosa succede ai dati dei bambini? </b><b>Chi li controlla? Come funziona il sistema?</b></p>
<h3><b><i>Datificati da prima della nascita: il ruolo delle app</i></b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’aprile del 2019 il Washington Post ha pubblicato la</span><a href="https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/?next_url=https%3a%2f%2fwww.washingtonpost.com%2ftechnology%2f2019%2f04%2f10%2ftracking-your-pregnancy-an-app-may-be-more-public-than-you-think%2f"><span style="font-weight: 400;"> storia di Diana Diller</span></a><span style="font-weight: 400;">, u</span><span style="font-weight: 400;">na signora di trentanove anni residente a Los Angeles che aveva ricevuto dal suo datore di lavoro un incentivo di un dollaro al giorno in voucher per incoraggiarla a usare l’app di gravidanza Ovia. Si tratta di una pratica comune negli Stati Uniti, dove l’assicurazione sanitaria è molto spesso legata al posto di lavoro e quindi le aziende incoraggiano gli impiegati a usare diverse app mediche, conosciute in inglese come </span><i><span style="font-weight: 400;">mHealth </span></i><span style="font-weight: 400;">(mobile Health) in linea con i programmi aziendali wellness. Diana Diller non ci ha pensato molto: ha scaricato Ovia, accettandone i termini di utilizzo, e ha riportato tutte le informazioni sulla sua gravidanza e sul suo bambino, senza pensare che, così facendo, anche il suo datore di lavoro avrebbe avuto accesso alle informazioni che condivideva sull’app. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Negli Stati Uniti diverse aziende stanno facendo accordi con le compagnie mHealth e offrono incentivi per utilizzare le app proprio per avere accesso a dati sulla salute dei loro dipendenti. Un’azienda come Ovia condivide con i datori di lavoro le informazioni raccolte attraverso l’app in forma aggregata, ovvero anonima. Superficialmente, simili incentivi e pratiche digitali sembrano innocue, eppure i rischi per la privacy individuale sono enormi. I dati aggregati, infatti, possono essere ri-identificati, soprattutto in quelle aziende con un piccolo numero di dipendenti o in quegli ambienti di lavoro dov’è possibile raccogliere altre </span><span style="font-weight: 400;">informazioni sulle gestanti durante le conversazioni tra colleghi, e quindi incrociare queste informazioni con i dati aggregati.</span></p>
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			Internet e cultura digitale		</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Al momento del download, Diana Diller non aveva pensato a tutto questo. Nella sua intervista apparsa sul Washington Post racconta che la sua scelta di usare Ovia – per quanto a posteriori le sembrasse naïve – in realtà era dovuta al fatto che lei aveva creduto davvero che la sua azienda “la stesse incoraggiando a prendersi cura di sé”. È proprio quest’idea della cura di sé e dei propri bambini che viene maggiormente enfatizzata </span><span style="font-weight: 400;">dal business delle app mediche, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. </span><a href="https://www.grandviewresearch.com/industry-analysis/mhealth-market" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Un’indagine di Grand View Research</span></a><span style="font-weight: 400;"> pubblicata nel febbraio del 2021 stima il valore totale del mercato delle mHealth nel 2020 in 45,7 miliardi di dollari e prevede un tasso di crescita annuale </span><span style="font-weight: 400;">del 17,6 per cento tra il 2021 e il 2028. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il FemTech – ovvero il settore delle app di gravidanza, maternità e salute dedicato alla donna – costituisce una parte significativa di questo mercato che, secondo Emergen Research, </span><a href="https://www.emergenresearch.com/industry-report/femtech-market" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">nel 2027 varrà 60 miliardi di dollari</span></a><span style="font-weight: 400;">. Una crescita così rapida indica che milioni di donne in tutto il mondo usano queste app, perciò se vogliamo capire il fenomeno della datificazione dei bambini dobbiamo cominciare proprio da qui. </span><span style="font-weight: 400;">Il tracciamento medico dei nascituri e delle donne incinte non è certo una novità. Come fa notare la sociologa Deborah Lupton, è da secoli che i non (ancora) nati vengono monitorati, analizzati e datificati, da parte della ricerca scientifica (medici e ospedali) e delle </span><span style="font-weight: 400;">stesse famiglie che in passato hanno documentato la gravidanza della futura mamma e i primi mesi di vita del neonato attraverso diari, fotografie, video amatoriali e altro. Quando è nata mia figlia, mia madre mi ha mostrato i quaderni dove lei annotava la mia routine quotidiana nei miei primi giorni di vita: quanto crescevo in peso e altezza, quanto </span><span style="font-weight: 400;">avessi mangiato e dormito e così via. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le informazioni su quei quaderni ingialliti dal tempo non sono molto diverse da quelle che vengono condivise sulle app dai genitori al giorno d’oggi. Eppure, ci sono due grandi differenze rispetto al passato. Da una parte le famiglie che usano queste app possono aggregare in un’unica banca dati informazioni che prima </span><span style="font-weight: 400;">erano raccolte in luoghi diversi: informazioni mediche (come le prime ecografie, le dimensioni del feto, il numero di calci…), informazioni sulla routine quotidiana (quello che hanno mangiato le gestanti o i neonati, quanto hanno dormito…), informazioni psicologiche e personali (oscillazioni o cambiamenti di umore, pensieri, progetti futuri…) e informazioni </span><span style="font-weight: 400;">più mondane (liste della spesa, idee regalo, organizzazione di feste…). Dall’altra parte, mentre i quaderni ingialliti dal tempo utilizzati da mia madre sono rimasti chiusi in un cassetto, i dati che i genitori condividono attraverso le app vengono tracciati e condivisi da una grande quantità di aziende a livello globale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindi, anche se il tracciamento della gravidanza e dei neonati esiste da molto tempo, le mHealth app hanno trasformato questa pratica storica in modo significativo, mettendola a servizio del business di raccolta e rivendita dei dati.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Nel marzo del 2019, i risultati di una <a href="https://www.bmj.com/company/newsroom/study-finds-serious-problems-with-privacy-in-mobile-health-apps/">ricerca pubblicata sul British Medical Journal </a>hanno dimostrato come su 24 app mHealth, 19 hanno condiviso i dati degli utenti con i loro partner e fornitori di servizi (terze parti), i quali hanno a loro volta condiviso i dati con 216 “quarte parti”, tra cui società tecnologiche multinazionali, società di pubblicità digitale, società di telecomunicazioni e un’agenzia di credito (sì, le agenzie di credito stanno raccogliendo i dati dei bambini prima della loro nascita!).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Di tutte queste 216 quarte parti, solo tre appartenevano al settore sanitario. Il documento ha inoltre dimostrato che i dati sono stati condivisi con diverse aziende Big Tech, tra cui Alphabet (Google), Facebook e Oracle, tutte in grado di aggregarli facilmente sotto un unico </span><span style="font-weight: 400;">profilo ID (Grundy et al., 2019). Durante la mia ricerca, ho incontrato molti genitori consapevoli di tutto questo  Come mai, dunque, sentivano comunque il bisogno di utilizzare queste tecnologie?</span></p>
<h3><b>Perché le famiglie usano le app di tracciamento?</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Katie, mamma di un bambino di sei mesi e di un ragazzino di tredici anni, mi ha raccontato un giorno di essere entusiasta del baby-tracker che usava, perché era un’app che le permetteva di condividere tutte le informazioni di suo figlio con il marito e la babysitter, e di sapere esattamente quanto il bambino avesse mangiato, dormito, giocato eccetera. Mi ha pure spiegato di utilizzare l’app per mostrare le statistiche al pediatra nel caso ci fossero cambiamenti o evoluzioni da notare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno degli aspetti più affascinanti dell’intervista è stato registrare il suo entusiasmo per il tracciamento, il fatto che dichiarasse apertamente di “amare i dati e le statistiche” e che giustificasse tutto questo spiegando che la raccolta e analisi dei dati le davano una “sensazione di sicurezza e controllo”. Katie ovviamente non è la sola a pensarlo; la raccolta dati è spesso collegata a un bisogno di controllo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo è emerso chiaramente nei commenti online che ho analizzato. Molti descrivevano l’app di gravidanza che usavano come “una fonte importante di informazioni a cui non posso rinunciare”, altri come “un grande supporto”, una mamma l’ha definita addirittura “la mia migliore amica”. I commenti che ho analizzato mi hanno fatto notare quanto fosse rassicurante la raccolta dati in un momento della vita che di solito è pieno di ansie e incertezze. “Sono una persona ansiosa per natura” scrive una utente dell’app What To Expect. “Quindi, come futura mamma, la mia ansia è fuori controllo! Questa app ha una risposta a ogni domanda che mi viene in mente, anzi conosce anche le domande </span><span style="font-weight: 400;">che non mi sono ancora venute in mente.” </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Le aziende che producono queste app e che incoraggiano i loro utenti a “raccogliere il maggior numero di dati possibili” sono consapevoli del fattore umano e lo sfruttano vendendo “certezze” e rassicurazioni. </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">È per questo che offrono accesso a vari tipi di articoli di natura medico-scientifica e il supporto di “esperti” Le famiglie non usano queste app solo per un bisogno di controllo, molto spesso le usano anche per la loro dimensione interattiva e partecipativa. Quando ho condotto la mia ricerca, ho notato che molti commenti degli utenti non venivano scritti da donne incinte, ma da mariti, future nonne, future zie e via dicendo. Una futura nonna, per esempio, scriveva di come l’app “mi aiuta a ricordare il passato e a condividere l’esperienza con mia figlia incinta”. Un’altra utente si presentava come “la figlia di una mamma in attesa di un figlio” e raccomandava “di utilizzare l’app a tutti quelli che hanno una gravidanza in famiglia”. Un padre raccontava di come l’app “mi permette di capire meglio l’esperienza della mia compagna” e aggiungeva: “Quando diventerà mia moglie e il bambino sarà nato, ci ricorderemo di quest’app”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i tanti commenti entusiasti e quelli che invece si lamentavano per i problemi tecnici, ricordo di essere rimasta particolarmente colpita dalle parole di un neopapà lasciate sull’app MyPregnancy che gettavano una luce più sinistra sull’uso di queste app come forma interattiva: “L’app ha un sacco di informazioni sugli alimenti che si dovrebbero mangiare e su </span><span style="font-weight: 400;">come mantenere la madre e il bambino in salute. […] Mia moglie è infastidita </span><span style="font-weight: 400;">dal fatto che ho accesso a tutte queste informazioni quando le ricordo cosa dovrebbe mangiare per la corretta alimentazione sua e del bambino”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho trovato questo commento particolarmente interessante. Una delle cose meravigliose dell’antropologia sta proprio nel fatto che i piccoli dettagli quotidiani che emergono durante la ricerca sul campo – che si tratti di una storia, di un’esperienza o anche di un semplice gesto o sguardo – molto spesso parlano delle grandi trasformazioni sociali e storiche che ci troviamo a vivere. Appena ho letto il commento del neopapà su MyPregnancy ho pensato alla </span><a href="https://ojs.library.queensu.ca/index.php/surveillance-and-society/article/view/3359" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">teoria di Mark Andrejevic sulla “sorveglianza</span> <span style="font-weight: 400;">laterale”</span></a><span style="font-weight: 400;">. Second</span><span style="font-weight: 400;">o lo studioso di scienza della comunicazione, i social media e altre tecnologie di raccolta dati, come le app, hanno </span><span style="font-weight: 400;">portato a una normalizzazione e interiorizzazione di pratiche di sorveglianza </span><span style="font-weight: 400;">che prima venivano utilizzate soprattutto da istituzioni governative, </span><span style="font-weight: 400;">come la polizia, o nel mondo del marketing, e ci siamo trovati </span><span style="font-weight: 400;">tutti a sorvegliare i nostri amici, conoscenti, familiari e figli. Il commento </span><span style="font-weight: 400;">del neopapà “entusiasta” di MyPregnancy ci fa notare che</span><b> quando le famiglie </b><b>usano le app di tracciamento non c’è più confine tra partecipazione </b><b>e sicurezza, sorveglianza e controllo. </b></p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">Da<em> I figli dell’algoritmo</em> di Veronica Barassi. In alto, illustrazione di copertina di Noma Bar. </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/">Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/">Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sorveglianza come stile di vita</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 09:54:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre il Grande Fratello Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte 1984. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento [...]</p>
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<h2>Oltre il Grande Fratello</h2>
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<p>Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte <em>1984</em>. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento nel controllo statale all’interno di presunte democrazie liberali e per l’invito rivolto al lettore a perseguire un mondo dignitoso, tollerante e umano.</p>
<p>Il mio messaggio, invece, è che oggi quella del Grande Fratello è la metafora sbagliata per la sorveglianza. Persistere nell’uso del linguaggio di un tiranno totalitarista che minaccia le sue vittime con ratti famelici e stivali che calpestano, distoglie semplicemente l’attenzione da quello che sta davvero accadendo nel mondo della sorveglianza. Alcune situazioni di sorveglianza, certo, sono sinistre e sadiche e vengono giustamente criticate in quanto tali. Ma l’esperienza che oggi la maggior parte delle persone fa della sorveglianza è diversa, ed ecco perché andare oltre il Grande Fratello è più necessario che mai.</p>
<p>All’inizio degli anni Novanta, nel mio libro <em>L’occhio elettronico</em>, osservavo che anche se Orwell può ancora insegnarci molte cose, non sarebbe mai riuscito a indovinare il ruolo che le nuove tecnologie informatiche da un lato e il consumismo dall’altro avrebbero ricoperto nella creazione della sorveglianza come si stava evolvendo alla fine del Novecento. Tuttavia da allora sono stato costretto a riconoscere che la sorveglianza è cambiata di nuovo.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">L’esperienza che viviamo nel Ventunesimo secolo è profondamente legata alla partecipazione di chi è sorvegliato. Anzi, non soltanto <strong>essere osservati ma anche osservare</strong> è diventato uno stile di vita. </span></p></blockquote>
<p>I personaggi di Orwell vivevano attanagliati da una spaventosa incertezza su quando e perché fossero osservati. La sorveglianza di oggi è resa possibile dai nostri click sui siti web, dai nostri messaggi di testo e dai nostri scambi di foto. Le persone comuni contribuiscono alla sorveglianza come mai prima. I contenuti generati dagli utenti creano i dati attraverso cui vengono monitorati i nostri gesti quotidiani. Ecco come prende forma la cultura della sorveglianza.</p>
<p>Con l’espressione cultura della sorveglianza mi riferisco al tipo di cose che potrebbe studiare un antropologo: <strong>usi, costumi, abitudini e modalità di lettura e interpretazione del mondo</strong>. L’enfasi è posta principalmente sulla sorveglianza della vita quotidiana piuttosto che sui tentacoli da piovra dell’intelligence globale e sulle reti di controllo, o sulle seducenti e subdole sirene del marketing aziendale. La cultura della sorveglianza, in questa accezione, riguarda il modo in cui la sorveglianza viene immaginata e vissuta e come le banali attività di camminare per strada, guidare un’automobile, controllare i messaggi, fare acquisti nei negozi o ascoltare musica sono influenzate dalla sorveglianza e la influenzano a loro volta. E come anche chi ha ormai familiarità con la sorveglianza o addirittura vi si è assuefatto la promuove e vi prende parte.</p>
<p>Pertanto questo libro non parla principalmente della cultura della sorveglianza intesa in senso letterario o artistico. Dedica poco spazio all’esplorazione dei mondi della sorveglianza scaturiti dall’immaginazione creativa, dai film, dalle canzoni, dai romanzi, dalle serie tv o dall’arte. Ma vi presta attenzione nella misura in cui illuminano gli ambiti più “antropologici” della sorveglianza nella vita quotidiana. Le opere della popular culture mantengono un’importanza fondamentale. Molte sono estremamente sagge e offrono interpretazioni penetranti sulla cultura della sorveglianza. Inoltre, è stato scritto molto sulle affascinanti intuizioni contenute in queste produzioni letterarie, musicali, visive e artistiche, che contribuiscono anche a gettare luce sulla cultura nel senso di “stile di vita”.</p>
<p>Ciò detto, dopo aver proposto di andare oltre Orwell per cogliere la realtà attuale della sorveglianza, mi sento in dovere di suggerire alcuni luoghi in cui si colloca questo “oltre”. Sono disseminati in questo libro, ma per me uno in particolare risalta su tutti.</p>
<p>Oggi il mondo della sorveglianza è inestricabilmente legato alla famosa Silicon Valley californiana, l’incubatore per eccellenza del mondo digitale che con tanta rapidità è diventato familiare a gran parte della popolazione globale. Non sorprende, pertanto, che uno degli eredi più significativi dello scettro di Orwell abbia ambientato le sue storie nella Silicon Valley. Nel titolo di un romanzo del 2013,<em> Il cerchio</em> non è soltanto il nome dell’azienda hi-tech dove lavora la protagonista Mae. È anche una metafora del modo in cui tutta <strong>la vita è sempre più inglobata in un mondo digitale circondato dal cyberspazio</strong>. Mae viene valutata in base a quanti “zing” posta e indossa per tutto il tempo il suo tesserino “TruYu” e la sua telecamera “SeeChange”, mentre si integra nella vita nell’ambiente felice e di tendenza della trasparenza fra pareti di vetro. Malgrado qualche dubbio momentaneo, diventa rapidamente un’icona e una celebrità nella sfera d’influenza del Cerchio. Diventa completamente trasparente.</p>
<p>Dave Eggers, l’ispirato autore de<em> Il cerchio</em>, fa riferimenti espliciti a Orwell attraverso espedienti come gli slogan. “La libertà è schiavitù” di Orwell diventa “Condividere è avere cura” in questo mondo della sorveglianza soft, fatto di beni di consumo e abbigliamento casual sul posto di lavoro. E, come osserva sardonico Peter Marks, <em>Il cerchio</em> è figlio dei Big Data più che del Grande Fratello.</p>
<p>È proprio questo il punto. Le culture odierne della sorveglianza, quei modi cruciali di vedere e di essere nell’ambiente digitale, sono inseparabili dai cosiddetti “dati exhaust” che fluiscono da milioni di macchine in ogni momento di ogni giorno e dall’avido tentativo globale di trasformarli in valore. Ciò che le persone percepiscono, per lo più, è lo straordinario potere che internet ha di mantenerle connesse, di fornire intrattenimento e merci, di aggiornarle, rassicurarle e informarle di continuo. Nel loro rapporto con il mondo online, però, non soltanto improvvisano reazioni ai modi subdoli in cui vengono osservate ma a loro volta usano le tecnologie di sorveglianza per i propri scopi. Così nascono nuove culture della sorveglianza.</p>
<p>Per sintetizzare, dunque, questo libro coniuga due interrogativi diversi sulla sorveglianza nel Ventunesimo secolo. Da un lato c’è l’ovvietà che la sorveglianza è una realtà quotidiana che non proviene solo dall’esterno, ma alla quale partecipiamo dall’interno in molti contesti. Talvolta la adottiamo in quanto strumento per ottenere maggiore sicurezza o convenienza, altre volte la mettiamo in discussione o le opponiamo resistenza ritenendola inappropriata o eccessiva, altre ancora la trattiamo come una possibilità gradevole o rassicurante, offerta dai sistemi o dai dispositivi, per osservare o monitorare gli altri e noi stessi come mai prima.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Spesso fenomeni come la sorveglianza dei social network sembrano un’attività soft, apparentemente insignificante ma, come ribadirò più volte, in realtà contribuiscono a una trasformazione socioculturale. <strong>Osservare è diventato uno stile di vita</strong>.</span></p></blockquote>
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			Internet e cultura digitale		</p>
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<p>D’altro canto, le tipologie di dati che ormai circolano con volumi, velocità e varietà più grandi che mai, per usare le parole che spesso si applicano ai Big Data, rivestono un interesse enorme per una gamma crescente di attori, non solo dipartimenti governativi, agenzie di sicurezza e polizia, ma anche internet company, aziende sanitarie, ingegneri del traffico, urbanisti e molti altri. I dati sono preziosissimi, sia sotto il profilo economico, come merci da sfruttare e scambiare in mercati multimiliardari e contesti analoghi, sia come strumenti di governo o persino di controllo degli altri. L’osservazione come stile di vita è legata inestricabilmente a queste altre realtà, e pertanto il nostro tema è tutt’altro che marginale o di poco conto rispetto alle principali sfide etiche e politiche della nostra epoca.</p>
<p>Esiste dunque una tensione tra la vita digitale delle persone regolarmente e innocentemente immerse nei social network, in contesti online di gioco – o di “gamification” – e di self-tracking, e quella degli individui le cui occasioni, opportunità di vita e scelte sono colpite, talvolta in modo negativo, dal modo in cui gli altri raccolgono, conservano, classificano e analizzano quei dati. Un gruppo di commentatori sostiene che per qualcuno la sorveglianza è chiaramente gradevole, divertente e empowering, e che bisognerebbe leggere tutto questo come il significativo fenomeno culturale che in effetti è. Altri osservano che quelle stesse attività potrebbero fare il gioco di forze molto più minacciose e che pertanto l’attenzione degli studi sulla sorveglianza dovrebbe concentrarsi sugli aspetti disumanizzanti e limitanti per la libertà delle attuali attività di monitoraggio e di tracciamento.</p>
<p>Per molti aspetti le caratteristiche della sorveglianza come stile di vita sono diverse rispetto alle precedenti culture della sorveglianza, per esempio da quelle di comunità chiuse e geograficamente localizzate. Tra gli elementi più frequenti della sorveglianza di oggi troviamo la facile quantificazione dei dati, la loro estrema tracciabilità, la loro probabile dimensione economica – monetizzata – e la possibilità di raccoglierli a distanza (sono cioè deterritorializzati). Sono meno “solidi”, più “liquidi”, ma condividono ancora pattern di connessione e di attività. I consumatori online, per esempio, sono convinti di essere liberi di scegliere quello che comprano, nonostante la sorveglianza sia ormai un fatto sempre più tangibile. Tuttavia spesso cercano di presentarsi sotto una luce estremamente favorevole, facendo il gioco della sorveglianza sociale a cui prendono parte.</p>
<p>Sottolineo la necessità che gli immaginari e le pratiche della cultura della sorveglianza di oggi vengano presi sul serio e sostengo, allo stesso tempo, che essi sono direttamente collegati alla nostra comprensione delle tipologie di sorveglianza messe in atto dalle internet company, dalle agenzie di sicurezza nazionale e altri. Spesso gli stessi dati non si trasmettono tra utenti, ma anche tra settore pubblico e privato. Gli stessi metodi vengono usati per spiegare i dati e per agire in base a essi. E chi partecipa alla sorveglianza sui social impara dalle strategie delle grandi organizzazioni, e viceversa. Inoltre, acquisire familiarità con oggetti e tecnologie in un ambito potrebbe normalizzare quelli dell’altro. I diversi contesti culturali contribuiscono a determinare il modo in cui le persone interpretano le loro esperienze della sorveglianza.</p>
<h2>Verso una sorveglianza generata dagli utenti</h2>
<p>L’osservazione degli altri in senso sorvegliante è una pratica antica. Per gran parte della storia dell’umanità, la sorveglianza è stata l’attività di una minoranza, appannaggio di persone o organizzazioni specifiche. Oggi, gran parte della sorveglianza è ancora un’attività specializzata svolta dalla polizia, dalle agenzie di intelligence e ovviamente dalle aziende. Ma viene svolta anche a livello domestico, nella vita quotidiana. I genitori usano dispositivi di sorveglianza per controllare i bambini, gli amici osservano gli altri sui social network, ed è sempre più diffuso l’uso di gadget per il monitoraggio della nostra salute e forma fisica. Oggi si verificano le medesime tipologie di osservazione, ma con strumenti diversi dalle caratteristiche nuove citate sopra. In questo modo osservare diventa uno stile di vita.</p>
<p>“Sorveglianza” è un termine spinoso. La sua origine, dal francese <em>surveiller</em>, letteralmente “vigilare su”, è piuttosto evidente. Il problema è cosa potrebbe rientrare o essere escluso in una definizione rigida della parola. Sorveglianza indica le operazioni e le esperienze di raccogliere e analizzare dati personali allo scopo di esercitare influenza, di decidere chi ha di- ritto a cosa e di controllare. Come dice saggiamente Gary Marx:</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"> “La tecnologia della sorveglianza non viene semplicemente applicata; viene anche <strong>esperita dai soggetti, dagli agenti e dal pubblico che definisce</strong>, giudica e prova dei sentimenti riguardo al fatto di essere osservato o osservatore”.</span></p></blockquote>
<p>La mia definizione sollecita ulteriori interrogativi, come per esempio cosa rientra nella formula “dati personali”? Li prenderemo in esame in seguito. Per ora, osserviamo l’ampiezza delle situazioni coperte dal termine. La sorveglianza potrebbe essere attuata, per esempio, da corporation che esercitano influenza guardando il vostro profilo social per decidere come convincervi a comprare il loro prodotto, da dipartimenti del governo che giudicano i vostri diritti esaminando i vostri conti in banca per decidere se avete i requisiti per ottenere l’assistenza sociale, o da organismi come la polizia che prende decisioni di controllo legate al miglior percorso per una manifestazione. Ma può essere attuata anche nella vita quotidiana, sugli altri, controllando i profili che ci interessano, o su noi stessi, con il cosiddetto self-tracking.</p>
<p>L’emergente “cultura della sorveglianza” di oggi è senza precedenti. Un elemento cruciale è che le persone partecipano attivamente alla propria sorveglianza e a quella degli altri e tentano di regolamentarle. Abbiamo sempre più prove dell’esistenza di pattern di prospettive, modi di vedere o mentalità sulla sorveglianza, nonché di modalità con cui iniziare la sorveglianza, negoziarla o opporvi resistenza. Chi non ha sentito i celebri mantra tirati fuori da politici e altre persone nella vita quotidiana, “Se non avete niente da nascondere non avete niente da temere”? Oppure, “abbiamo bisogno della sorveglianza per essere al sicuro”? Sono piuttosto diffusi ma controversi, come vedremo.</p>
<p>La cultura della sorveglianza è comparsa perché sempre più le persone usano strumenti di monitoraggio. Molti controllano le vite degli altri usando i social network, per esempio. Allo stesso tempo gli “altri” rendono tutto questo possibile concedendo di esporsi alla vista con messaggi e tweet, post e fotografie. Alcuni prendono parte alla sorveglianza anche quando si preoccupano di quello che gli altri, soprattutto organizzazioni grandi e opache come le compagnie aeree o le agenzie di sicurezza, sanno di loro.</p>
<p>Tuttavia, per non dare l’idea che la comparsa della cultura della sorveglianza sia in qualche modo casuale, imprevista o inevitabile, questo libro sottolinea anche che i sistemi disponibili sul mercato sono progettati per permettere e incoraggiare questi sviluppi culturali. Più cerchiamo sui social lo stesso tipo di persone, perché hanno interessi e stili di vita simili, più le aziende possono personalizzare le loro pubblicità e i loro profili. Ovviamente questo non ci rende dei creduloni ingannati dal sistema. Qualcuno potrebbe usare questi sistemi in modi a cui chi li ha progettati non aveva pensato, e potrebbero persino essere più umani, giusti o democratici. Ma il punto è che alcuni aspetti importanti della cultura della sorveglianza rispecchiano possibilità che sono incorporate nelle piattaforme commerciali.</p>
<p>Le persone possono reagire in molti modi diversi all’emergente cultura della sorveglianza. Per esempio, potrebbero agire per bloccare la sorveglianza di qualcuno, per limitare chi può vedere la loro vita. Ma molti si limitano ad andare avanti, pur consapevoli di alcuni aspetti della sorveglianza.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In altri termini, che piaccia o meno,<strong> tutti rivestono un ruolo nella sorveglianza</strong>, più di quanto succedesse nello “Stato di sorveglianza” o persino nella “società della sorveglianza”.</span></p></blockquote>
<p>Queste espressioni descrivono come viene esercitata la sorveglianza su individui e gruppi. La cultura della sorveglianza va oltre. Pur riconoscendo quello che succede nella sorveglianza esercitata dalle organizzazioni, mette in luce i diversi ruoli che tutti noi ricopriamo in rapporto alla sorveglianza.</p>
<p>Pertanto la cultura della sorveglianza è caratterizzata dalla sorveglianza generata dagli utenti. Prendendo spunto dalla nozione di contenuti generati dagli utenti del Web 2.0, possiamo osservare che le stesse capacità tecnologiche – o “affordance”, nella loro definizione tecnica – consentono agli utenti di contribuire fornendo contenuti alla sorveglianza e allo stesso tempo di generare forme di sorveglianza. Da una parte, il coinvolgimento dell’utente nei confronti di dispositivi e piattaforme come smartphone e Twitter crea dati usati nella sorveglianza delle organizzazioni. E dall’altra gli utenti stessi agiscono come sorveglianti quando controllano, seguono e danno valutazioni ad altri con i loro “like”, le loro “raccomandazioni” e altri criteri di valutazione. Quando lo fanno, non interagiscono solo con i loro contatti online, ma anche con i modi subdoli in cui le piattaforme sono create per favorire particolari tipologie di interscambio.</p>
<p>Questo libro, perciò, è anche una specie di mappa a grandezza naturale del mondo della sorveglianza di oggi – anche se, come lo Street View di Google, non copre tutto! – che si concentra in particolare su coloro che, volutamente o meno, consapevolmente o meno, vi prendono parte nella vita di tutti i giorni, producendo sorveglianza generata dagli utenti. Per esempio, prende in considerazione quali emozioni vengono suscitate dalla sorveglianza e dedica un capitolo a<em> Il cerchio</em> di Dave Eggers. Questo è un modo per capire la cultura della sorveglianza di oggi, come potrebbe esserlo ascoltare <em>Every Breath You Take</em> dei Police o guardare il film <em>Le vite degli altri</em> di Florian Henckel von Donnersmarck o un episodio della serie tv <em>Black Mirror</em>.</p>
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<p><span style="font-size: 75%;">In altro, foto di <a href="https://unsplash.com/@scottwebb?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Scott Webb</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/big-brother?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/">Sorveglianza come stile di vita</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/">Sorveglianza come stile di vita</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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