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	<title>Russia - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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		<title>Un amore che brucia e distrugge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 12:21:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto dall&#8217;introduzione di Paolo Nori a Qualche impressione sulla Russia di Jhon Maynard Keynes. “Certo” conclude Keynes “è ragionevole aver paura della Russia, come fanno i gentiluomini che scrivono per il Times”, e viene ancora da dargli ragione. Per Erodoto, i popoli che vivono al nord, nelle terre adesso abitate dai russi, si [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto dall&#8217;introduzione di Paolo Nori a <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/qualche-impressione-sulla-russia/"><em>Qualche impressione sulla Russia</em></a> di Jhon Maynard Keynes. “Certo” conclude Keynes “è ragionevole aver paura della Russia, come fanno i gentiluomini che scrivono per il <em>Times</em>”, e viene ancora da dargli ragione. Per Erodoto, i popoli che vivono al nord, nelle terre adesso abitate dai russi, si chiamano <em>Sciti</em>, e un grande poeta russo, Aleksandr Blok, nel 1918 scrive una poesia che si intitola <em>Sciti</em> nella quale i russi, un anno dopo la rivoluzione, si rivolgono agli occidentali.</p>
<p>_____________________________________</p>
<p>Mi è capitato, qualche anno fa, di leggere un libro molto interessante sul modo in cui, in Unione Sovietica, venivano decisi i prezzi. Si intitola <em>L’ultima favola russa</em>, l’ha scritto Francis Spufford, l’ha pubblicato in Italia Bollati Boringhieri (traduzione di Carlo Prosperi), e in quarta di copertina si legge che è “impossibile pensare a un libro che comunichi altrettanto bene la quotidianità della vita in Unione Sovietica”. Ecco, a me, il libro di Spufford, “docente al Gold-smiths College di Londra nominato nel 1997 giovane scrittore dell’anno dal <em>Sunday Times</em>”, è sembrato una specie di<em> Lettere persiane</em> al contrario. <em>Lettere persiane</em>, come si sa, è un romanzo epistolare di Montesquieu in un cui Montesquieu fa finta di essere un persiano nella Francia di fine Settecento che scrive a un suo corrispondente persiano e gli descrive la vita dei francesi, per esempio gli racconta che i francesi di fine Settecento (cito a memoria) hanno un’abitudine stranissima, che <strong>ogni tanto tirano fuori dei rettangoli di stoffa, che tengono nascosti dentro i vestiti, e li avvicinano al naso proprio nel momento in cui dal naso sta per uscire un materiale segreto, di colore indefinito</strong>, tra il giallo e il verde e il marrone, evidentemente molto prezioso perché i francesi, scrive il finto persiano al suo finto amico persiano, lo nascondono molto velocemente e furtivamente dentro il rettangolo di stoffa che poi, altrettanto velocemente e furtivamente, rinascondono dentro i vestiti.</p>
<p><strong>Cioè: fingendosi un persiano, fingendosi estraneo alla propria contemporaneità, Montesquieu costruisce una macchina narrativa che corrisponde a una specie di binocolo endotico</strong>, una macchina che mette in rilievo tutte le stranezze dei comportamenti suoi (di Montesquieu), mettendolo in una condizione di naturale e felice straniamento, verrebbe da dire. Spufford, invece, nei ringraziamenti dell’<em>Ultima favola russa</em> scrive: “Prima dei ringraziamenti, una confessione: ho scritto questo libro senza saper parlare né leggere il russo, e ho quindi potuto attingere a una piccola parte dei materiali disponibili”.</p>
<p>Con questo materiale a disposizione, Spufford mette in scena protagonisti russi, come Nikita Chrušcˇëv, o il cantautore Aleksandr Galicˇ, o il matematico Leonid Vital’evicˇ Kantorovicˇ, o Leonid Brežnev, e costruisce una macchina che corrisponde a una specie di binocolo esotico; cioè:</p>
<blockquote><p>se Montesquieu, tramite i suoi protagonisti persiani, diceva continuamente, ai suoi lettori francesi, “guardate come siamo strani, e coglioni”, sembra che Spufford dica continuamente ai suoi lettori anglosassoni “guardate come erano strani, e coglioni, i sovietici”.</p></blockquote>
<p>Che è una cosa che, un po’, è un peccato, perché l’idea del libro, di raccontare, in forma romanzesca, il modo in cui in Unione Sovietica si dava il prezzo alle cose, è un’idea molto bella, e fertile, e dev’essere stata una storia bellissima, solo che dal libro di Spufford a me non sembra che salti fuori, mentre continuamente salta fuori che erano strani, e coglioni, e ingenui, i sovietici, e che <strong>l’Unione Sovietica era un posto triste, e grigio, e ingiusto, e pieno di delinquenti, e di fool, e di sardine decapitate</strong> mentre per me, che il russo un po’ lo so, e che un po’ ci son stato, in Unione Sovietica, per me l’Unione Sovietica è stato un posto, per esempio, dove una volta, me lo ricorderò finché scampo, a Leningrado, un giorno che pioveva, ho preso un filobus, il filobus numero 10, sulla prospettiva grande dell’isola Vasil’evskij, per andare in biblioteca, e il filobus era pieno di gente dappertutto tranne che in un cerchio di un metro di diametro, perché sul tetto del filobus c’era un buco, e loro, gli addetti all’azienda dei trasporti urbani di Leningrado, o come si chiamava, cosa avevano fatto? Avevano fatto un buco sul pavimento, del filobus, di un metro di diametro, e l’acqua passava, e il filobus andava, e questa – avevo pensato – è l’Unione Sovietica.</p>
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			Politica e società		</p>
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<p>E non sapevo, allora, che nel 1925 John Maynard Keynes aveva scritto, dell’Unione Sovietica, che:</p>
<blockquote><p>a tratti, malgrado la povertà, la stupidità e l’oppressione, si ha la sensazione che sia questo il laboratorio della vita. È qui che gli elementi chimici vengono mescolati in nuove combinazioni, è qui che puzzano ed esplodono. Potrebbe – c’è una piccola possibilità – venirne fuori qualcosa. E anche una sola possibilità rende quanto sta succedendo in Russia più importante di quanto sta succedendo (diciamo così) negli Stati Uniti d’America.</p></blockquote>
<p>“Certo” conclude Keynes “è ragionevole aver paura della Russia, come fanno i gentiluomini che scrivono per il <em>Times</em>”, e viene ancora da dargli ragione. Per Erodoto, i popoli che vivono al nord, nelle terre adesso abitate dai russi, si chiamano <em>Sciti</em>, e un grande poeta russo, Aleksandr Blok, nel 1918 scrive una poesia che si intitola Sciti nella quale i russi, un anno dopo la rivoluzione, si rivolgono agli occidentali.</p>
<blockquote><p>Voi siete milioni. Noi nugoli, e nugoli, e nugoli.<br />
Provate a combattere con noi.<br />
[…]
Di amar così come ama il nostro sangue<br />
tra voi nessuno è più capace.<br />
Avete dimenticato che esiste un amore<br />
che brucia e che distrugge.<br />
Noi amiamo tutto: e l’ardore dei freddi numeri<br />
e il dono delle visioni divine.<br />
Noi capiamo tutto: e l’acuto spirito gallico<br />
e il tenebroso genio germanico…<br />
Noi ricordiamo tutto: l’inferno delle strade parigine<br />
e il fresco di Venezia, la lontana<br />
fragranza dei boschetti di limoni<br />
e le moli fumose di Colonia…<br />
Noi amiamo la carne – e il suo gusto e il suo colore<br />
e l’afoso, mortale odore della carne…<br />
È colpa nostra forse se scricchia il vostro scheletro<br />
tra le nostre pesanti, carezzevoli zampe?</p></blockquote>
<p>Ha ragione, Keynes, fanno paura. E qualche anno fa, quando una rivista russa,<em> Inostrannaja literatura</em> (Letteratura straniera), mi ha intervistato, alla fine, alla domanda di Anna Jampol’skaja su come mai mi piacesse così tanto la Russia, io mi ricordo ho risposto che la Russia mi piace perché fa paura.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">In alto, immagine di Derzsi Elekes Andor, <i>2012.</i></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/un-amore-che-brucia-e-distrugge/">Un amore che brucia e distrugge</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/un-amore-che-brucia-e-distrugge/">Un amore che brucia e distrugge</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Se vuoi destabilizzare il nemico, rivela i loro nomi</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/se-vuoi-destabilizzare-il-nemico-rivela-i-loro-nomi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[lup_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 09:19:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[misure attive]]></category>
		<category><![CDATA[Rid]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un quotidiano ucraino riporta il fatto che siano stati trafugati i dati personali di circa 120.000 soldati russi che combattono in Ucraina &#8211; se confermato, sarebbe una delle fughe di notizie più devastanti di tutti i tempi. Ma qual è il rapporto tra guerra e furto dati? Quale la relazione tra una notizia come questa e le tattiche di disinformazione? Di questi temi ha scritto<strong> Thomas Rid</strong> nel suo ultimo<strong> </strong><em><strong><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/misure-attive/">Misure attive. Storia segreta della disinformazione</a> </strong></em>di cui proponiamo un estratto.</p>
<p>______________________________________</p>
<p>Nel tardo pomeriggio di un giorno di settembre del 1961, tre bambini inglesi stavano giocando in un parchetto nel verde dello Tsvetnoy Boulevard, nel cuore di Mosca. La loro mamma, Anne Chisolm, se ne stava seduta poco distante. Un uomo russo si fermò e si avvicinò sorridendo ai bambini. Consegnò loro un pacchetto di caramelle e sparì. I bambini diedero la scatola alla mamma. Sotto ai dolci, c’erano rullini di pellicola con le immagini di documenti segreti fotografati con una piccola macchina Minox. La mamma era sposata con il capo della sede moscovita dell’MI6; il passante era un agente del Direttorato principale per l’informazione (GRU), il servizio informazioni delle forze armate sovietiche; e i bambini che giocavano erano parte di un <em>brush-pass</em>, un rapido passaggio manuale di materiale, impercettibile e attentamente pianificato per far arrivare documenti da un agente all’altro.</p>
<p><strong>Oleg Vladimirovicˇ Pen’kovskij fu una delle spie più efficienti dell’intera guerra fredda.</strong> L’agente del GRU, diventato colonnello a trentun anni, passò una mole incredibile di informazioni ai nemici del suo paese, comprese 5000 foto di documenti e bozzetti; partecipò inoltre a una serie di inestimabili colloqui nei suoi numerosi viaggi a Londra e Parigi. La CIA ricavò dal materiale fornito da Pen’kovskij più di diecimila pagine di rapporti in inglese. Gran parte degli incontri segreti tra CIA, MI6 e il loro agente della GRU si svolsero al Mount Royal Hotel di Oxford Street. Durante questi insoliti viaggi di lavoro, le richieste personali di Pen’kovskij in genere prevedevano cure dentali e “incontri con qualche signora inglese”. Gli incaricati britannici lo accontentavano, come rivelato molti anni dopo dagli archivi CIA: “L’MI6 (con l’aiuto dell’MI5) ha fatto quanto richiesto” (hanno detto alla ragazza che si trattava di un certo Alex di Belgrado, lei aveva ventidue anni, ci sono volute due ore e 10 sterline). Non tutti gli incontri con Pen’kovskij filavano così lisci.</p>
<p>Durante un meeting con agenti della CIA, Pen’kovskij propose un piano per “mettere Mosca” e l’intera leadership sovietica “sotto scacco”. “Ci consigliò di posizionare 29 piccoli ordigni nucleari in modo casuale in tutta Mosca, nascosti dentro a valigette o cestini dei rifiuti” riportò uno degli agenti americani presenti. “Noi avremmo dovuto fornirgli le armi, spiegargli come saldarle sul fondo dei cassonetti moscoviti e dargli un detonatore per attivarle al nostro comando.” Non fu semplice spiegare a Pen’kovskij che il suo piano non era realizzabile. A convincere il colonnello del GRU non furono i motivi strategici, ma solo l’impossibilità di miniaturizzare le armi atomiche.</p>
<p>Pen’kovskij non parlava bene l’inglese ma era una spia che non temeva nulla. Collaborò con CIA e MI6 per sedici mesi, dal 12 aprile 1961 al 4 settembre 1962. La guerra fredda era più fredda che mai: nel giugno del 1961 venne costruito il muro di Berlino, e alla fine dell’estate del 1962 ci fu la crisi dei missili cubani, che portò il mondo a un passo dalla catastrofe nucleare. La spia del GRU, ambiziosa al punto di essere sconsiderata, passò alla CIA i piani dettagliati e le descrizioni delle postazioni di lancio dei missili cubani. Senza l’aiuto di Pen’kovskij, gli americani non sarebbero riusciti a identificare i missili sovietici sulle rampe di lancio e a tracciare quanto fossero pronti a entrare in azione. Il KGB cominciò però a sorvegliare Pen’kovskij. Osservando la sua finestra con una microcamera nascosta in un vaso di fiori, il KGB scoprì che nascondeva attrezzatura per lo spionaggio nel proprio studio. Venne arrestato nel 1962. Otto mesi dopo, la Corte Suprema dell’Unione Sovietica ritenne il colonnello quarantaquattrenne colpevole di alto tradimento e lo condannò a morte tramite plotone di esecuzione nella prigione della Lubjanka. Quando il giudice lesse la sentenza, nell’aula stracolma il pubblico applaudì e festeggiò per trenta secondi. “La spia Oleg Pen’kovskij è stata giustiziata” riportò la tass il 16 maggio 1963. Il processo a Pen’kovskij innescò la più aggressiva misura attiva della CIA dai tempi della chiusura del fronte LCCASSCK di Berlino, avvenuta tre anni prima.</p>
<p>Il 3 maggio, prima che iniziassero le udienze in tribunale, il direttore della CIA si fece preparare una nota dettagliata di sette pagine che esaminava rischi e possibili risposte dell’agenzia. “Faremo uscire in Turchia un articolo che racconterà la vita di Pen’kovskij basandosi su tutte le fonti plausibili a nostra disposizione” spiegava la nota. La CIA usò il quotidiano di Istanbul <em>Cumhuriyet</em> per descrivere quel personaggio tanto singolare. Il governo americano voleva far sapere che Pen’kovskij era un militare di carriera, medaglia al valore nella Seconda guerra mondiale, appartenuto all’intelligence militare. <strong>Si trattava di fatti veri, ai quali la CIA volle aggiungere “una foto di Pen’kovskij in uniforme con le sue decorazioni” da pubblicare sullo stesso numero di <em>Cumhuriyet</em>. La nota indicava poi, sempre in modo confidenziale, che l’articolo turco doveva essere “diffuso quanto più possibile dai principali media occidentali”</strong>.</p>
<p>Una settimana dopo, <em>Cumhuriyet</em> pubblicò effettivamente l’articolo mettendo la foto in prima pagina. E il testo venne diffuso, come pianificato, dopo che il <em>Washington Post</em> ebbe tradotto e pubblicato i passaggi salienti. Stephen Rosenfeld del <em>Post</em> scrisse che l’articolo del giornale di Istanbul “si basava su fonti che paiono veritiere” e che Pen’kovskij aveva passato agli Stati Uniti “documenti segreti sulla potenza missilistica dell’Unione Sovietica”.</p>
<p>L’articolo turco era solo l’inizio. La nota di inizio maggio della CIA, scritta prima del processo a Pen’kovskij, proponeva di inventarsi un fantasma per perseguitare il KGB: “Prevediamo che dovremo soprattutto impegnarci a preparare le ‘memorie’ di Pen’kovskij” spiegava al direttore della CIA la divisione sr (così venivano chiamati gli esperti della Russia sovietica). Bisognava ricostruire il modo in cui Pen’kovskij considerava il regime sovietico, la sua storia e le sue prospettive il “più accuratamente possibile”. L’unico falso menzionato esplicitamente nella prima nota era il racconto di come il memoriale e altri documenti sarebbero comparsi a Ovest: bisognava dire che il tutto “era stato affidato a una persona occidentale di fiducia” da Pen’kovskij, con la promessa di renderlo pubblico nel caso fosse stato arrestato in Russia. Già il 3 maggio 1963 la CIA annotava che erano cominciati i primi lavori al memoriale.</p>
<p>Circa due anni dopo l’esecuzione di Pen’kovskij, alla fine del 1965, ventinove giornali – compresi The Washington <em>Post</em>, <em>Los Angeles</em> <em>Times</em> e <em>The Observer</em> di Londra – pubblicarono a puntate gli estratti di un nuovo libro scandalo, che sarebbe divenuto celebre come <em>The Pen’kovskij Papers</em>.</p>
<p>I <em>Papers</em> cominciavano con una breve biografia che spiegava perché Pen’kovskij fosse diventato una spia. Suo padre si era arruolato come ufficiale dell’esercito Bianco ed era morto combattendo contro i comunisti durante la guerra civile, senza mai conoscere suo figlio. Pen’kovskij era divenuto a sua volta un ambizioso comandante dello stesso esercito che “aveva fatto a pezzi i Bianchi”, come disse una volta utilizzando un modo di dire dell’esercito russo. La sua storia professionale e quella personale erano destinate a convergere. “Mi vergogno di me, perché sono parte di questo sistema e vivo in una bugia” raccontava Pen’kovskij. “Conosco l’Armata e so che molti ufficiali provano lo stesso sentimento.” Come referente scientifico, Pen’kovskij aveva molti contatti coi leader del partito e dell’esercito.<strong> Le informazioni che passava all’estero, e di conseguenza le sue memorie, riguardavano dettagli tecnici degli scambi tra intelligence, le dinamiche politiche del Partito comunista e perfino le scappatelle erotiche dei leader della polizia moscovita</strong>.</p>
<p>Nel libro c’era anche un manuale del direttorato anglo-americano del GRU su come gestire e supervisionare gli agenti americani. Spiegava come mettere in atto senza rischi un <em>dead drop</em> (ossia uno scambio che avviene lasciando il materiale in un posto e senza che le spie si incontrino), come incontrare fonti sotto sorveglianza, cosa indossare per un weekend con un agente locale (“scegliere colori chiari”) e perfino come ordinare una birra in un bar americano senza attrarre attenzioni “superflue”: “Non basta dire: ‘Una birra, grazie’. Bisogna anche aggiungere la marca, Schlitz, Rheingold eccetera”.</p>
<p>Nel libro, Pen’kovskij lavava in piazza i panni sporchi. Insinuava che Ivan Kupin, comandante delle truppe missilistiche e dell’artiglieria del distretto militare moscovita, mentre era in servizio in Germania Est come comandante dell’artiglieria della Prima armata corazzata, vivesse con l’addetta ai codici segreti all’insaputa di sua moglie. Dopo aver promesso di sposare l’addetta, l’aveva lasciata mentre era incinta, e lei si era impiccata. Gli investigatori avevano trovato foto di Kupin tra gli averi della ragazza. Il racconto di Pen’kovskij dipingeva un mondo di decadimento morale e abusi di potere.</p>
<p>Pen’kovskij se la prendeva soprattutto con Nikita Krusciov. Ricordava di averlo conosciuto nel 1939, quando il futuro segretario del partito era membro del Consiglio militare del distretto di Kiev, con indosso un’uniforme che “gli stava bene come una sella a una mucca” (una citazione di Gogol’). Il memoriale accusava Krusciov di guidare un “governo di avventurieri” e definiva il Politburo un mucchio di “demagoghi e bugiardi”, fintamente interessati alla pace, e in realtà pronti a rischiare l’olocausto nucleare. “So che i leader del nostro Stato sovietico vogliono provocare una guerra atomica” scriveva Pen’kovskij.</p>
<p>Era in particolare questa accusa a irritare Mosca.<strong> Tutti questi dettagli vennero pubblicati nei giornali statunitensi durante le prime due settimane di novembre del 1965, e il libro divenne uno dei bestseller spionistici della guerra fredda</strong>. John le Carré non si limitò a recensirlo per Book Week, ma lo usò come ispirazione per uno dei suoi romanzi.</p>
<p>Il 13 novembre, il ministro degli Esteri russo convocò Stephen Rosenfeld, corrispondente da Mosca del <em>Washington Post</em>, che già si era occupato del processo a Pen’kovskij. F.M. Simonov, un diplomatico che lavorava nell’ufficio stampa del ministero, lesse una dichiarazione a Rosenfeld: “Il 31 ottobre il <em>Washington Post</em> ha cominciato a pubblicare i cosiddetti <em>Pen’kovskij Papers</em>. Si tratta di un falso, un misto di invenzioni antisovietiche e calunnie messe in bocca a una spia che è stata smascherata”. Il diplomatico moscovita spiegò che la pubblicazione del falso avrebbe avvelenato i rapporti internazionali, rendendo più difficile un riavvicinamento. “Le responsabilità” dichiarò Simonov “sono condivise da chiunque abbia a che fare con la pubblicazione dei <em>Pen’kovskij Papers</em>”. Mise in guardia il suo interlocutore: “Ci aspettiamo che vengano presi provvedimenti in modo che in futuro articoli e materiale del genere non vengano più pubblicati sul <em>Washington Post</em>”.</p>
<p>Il <em>Post</em> fu inamovibile. Il giorno seguente, le memorie vennero pubblicate come previsto. Il <em>Post</em> raccontò anche delle minacce sovietiche e di come Mosca considerava quel materiale tanto controverso. “Di fatto” sosteneva il comunicato stampa sovietico citato dal <em>Post</em> “i cosiddetti <em>Pen’kovskij Papers</em> non sono altro che un vile falso elaborato da chi si è giovato dei servizi della spia Pen’kovskij a due anni dalla sua detenzione”. La pubblicazione del falso americano sui giornali statunitensi, affermavano i sovietici, andava “considerata come un atto premeditato nella peggior tradizione della ‘guerra fredda’”.</p>
<p><strong>Il quotidiano di Washington era diventato un campo di battaglia per le operazioni di disinformazione degli Stati Uniti contro i sovietici</strong>. La Russia accusò direttamente la CIA di gestire operazioni del genere contro Mosca: o era il kgb che stava conducendo una sua campagna di disinformazione? Impossibile da dirsi. Il <em>Post</em> comprendeva un tale dilemma, e fece qualcosa di inatteso: nei due giorni seguenti pubblicò due articoli memorabili, che davano ragione ai sovietici e mettevano in dubbio l’autenticità dei <em>Pen’kovskij Papers</em>.</p>
<p>Victor Zorza aveva divorato una copia in anteprima del libro di Pen’kovskij. Britannico di origini polacche, Zorza era un prolifico giornalista d’inchiesta attento ai minimi dettagli, oltre che uno dei più celebri cremlinologi del mondo. Si accorse subito che qualcosa non quadrava.</p>
<p>Un piccolo editore russo con sede in Germania Ovest, dopo aver notato l’annuncio del memoriale sulla stampa internazionale, aveva contattato Doubleday, l’editore statunitense, offrendo 1000 marchi per il diritto di pubblicarlo in russo e facendo richiesta del manoscritto originale. Doubleday aveva accettato l’accordo: secondo Zorza era in buonafede e voleva davvero inviare il manoscritto russo, ma non era riuscito a trovarlo. Per due volte, raccontava Zorza, Doubleday aveva contattato il Dipartimento di Stato per ottenerlo, ma senza alcun riscontro. Era abbastanza per essere molto sospettosi. Zorza si lanciò inoltre in un’analisi linguistica minuziosa. Il testo non era una traduzione diretta, c’erano troppi passaggi e intere sezioni dalle quali traspariva “una mano – o lingua – straniera”.</p>
<p>Il mattino del 16 novembre, la CIA inserì una copia dell’approfondimento di Zorza nella rassegna stampa del direttore. Un analista, con un pennarello, sottolineò le parole “Opera della CIA” in nero a beneficio del capo. Zorza terminava con una critica all’Agenzia di Langley, che l’analista sottolineò con un tratto molto marcato: “Nella CIA ci sono alcuni dei miei migliori amici, ma se vogliono che i loro atti di warfare psicologico rimangano segreti, devono darsi più da fare”.</p>
<p>Due giorni dopo, l’esperto ambasciatore sovietico a Washington, Anatolij Dobrynin, si incontrò con Llewellyn Thompson, ex ambasciatore americano a Mosca, per parlare dei <em>Pen’kovskij Papers</em>. Fu una conversazione segnata dalla tensione.</p>
<p>“Il governo degli Stati Uniti non è responsabile della loro pubblicazione” disse Thompson a Dobrynin. “Come l’ambasciatore ben saprà, i nostri quotidiani e editori sono liberi di stampare quello che vogliono. La responsabilità è soltanto loro.”</p>
<p>Dobrynin non ci stava. Disse al suo collega americano che avrebbe informato Mosca secondo l’usanza diplomatica, ma aggiunse: “<strong>Sono certo che voi sappiate, come io so, che qualcuno di qualche agenzia americana ha scritto queste memorie</strong>”. L’ambasciatore russo aggiunse che ciò non implicava che il complotto Pen’kovskij fosse partito dalla Casa Bianca, e che la CIA forse non aveva avvisato il Dipartimento di Stato. Thompson era irremovibile. Ripeté quanto già detto a Dobrynin: il Dipartimento di Stato aveva chiesto spiegazioni alla CIA, e l’agenzia aveva negato ogni coinvolgimento. In verità la CIA era coinvolta eccome, ma non l’aveva detto al Dipartimento di Stato.</p>
<p>Dobrynin e Zorza avevano ragione: le memorie erano false. Si sbagliavano però su un aspetto importante. La storia vera aveva ancora qualche sorpresa in serbo.</p>
<p>La CIA pensava che Pen’kovskij fosse stato arrestato attorno al 4 settembre 1962. Nei sedici mesi che avevano preceduto il suo arresto, la spia si era incontrata in segreto quarantacinque volte con il personale della divisione sovietica della CIA in Inghilterra, con la supervisione dell’MI6. Tutte le conversazioni erano state registrate. Quattro settimane dopo l’arresto di Pen’kovskij a Mosca, prima che fosse giustiziato nella prigione della Lubjanka, gli esperti della CIA avevano finito di compilare le sue “memorie” e la divisione sovietica aveva già deciso di diffonderle come misura attiva anticomunista. Una nota interna della CIA del 4 ottobre 1962 chiariva: “Le ‘memorie’ dovranno essere pubblicate, in qualche modo, dalla stampa libera”.</p>
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<p>L’operazione incappò subito in qualche ostacolo. La CIA aveva chiesto a Deriabin, uno dei “super disertori sovietici”, di scrivere una prima bozza delle memorie di Pen’kovskij in russo, con “l’assistenza dell’intera” divisione sovietica della CIA. Deriabin aveva già collaborato a misure attive, e in seguito avrebbe perfino pubblicato un vademecum sui trucchetti sovietici; fu così che il traduttore ufficiale divenne il ghostwriter. La bozza di Deriabin ebbe però vita breve. Sembrava non riuscire a liberarsi delle proprie abitudini di falsario del kgb. Nella prima bozza in russo, cambiò parti della storia inventandosi un colpo di scena: scrisse che Pen’kovskij aveva lavorato in segreto per il kgb per molto tempo. Quando gli esperti di Russia della CIA lessero la prima stesura di Deriabin, non gradirono la creatività dell’ex agente del kgb. Il primo maggio 1963, la divisione sr espresse la sua preoccupazione: “Secondo noi è un grosso errore basare la storia della vita di Pen’kovskij sulla falsità che fosse stato un agente del kgb per gran parte della sua carriera”.</p>
<p>Questa implicazione, come indicarono molti della CIA che avevano familiarità con la vicenda, “non sarebbe stata accettata come vera dalle persone che volevamo colpire con quei documenti: gli agenti dell’intelligence sovietica”. I critici letterari dell’agenzia fecero anche notare che per i giornalisti occidentali già sarebbe stato difficile capire il racconto di Pen’kovskij e che “aggiungere anche questo colpo di scena li avrebbe confusi del tutto”. <strong>La CIA voleva invece che la storia fosse accurata e comprensibile</strong>. “Secondo noi, attenerci ai fatti e alle parole di Pen’kovskij renderà la storia non solo più valida ma anche più avvincente.” Pertanto Deriabin non venne più usato come ghostwriter, anche se sul libro sarebbe stato citato come traduttore.</p>
<p>Alla CIA serviva un ghostwriter adeguato. La divisione sr si mise in cerca di “uno scrittore competente in grado di revisionare le memorie e approntarle per la pubblicazione”. L’agenzia si rivolse così a Frank Gibney, esperto giornalista e redattore, che accettò di correggere e riscrivere l’intero manoscritto. Per questo la divisione sr non volle dare il manoscritto originale in russo alla Doubleday: non coincideva con la versione finale in inglese di Gibney. La CIA vendette i diritti di pubblicazione del manoscritto tramite un’organizzazione di facciata appositamente creata, la Pen’kovskij Foundation.</p>
<p>Ci vollero molti anni perché si scoprissero tutti i retroscena. Il Church Committee, una pietra miliare nella storia delle inchieste sull’intelligence, nel 1976 definì <em>The Pankovsky Papers</em> “un libro della CIA”. “Il libro è stato scritto da personale dell’agenzia che si è basato su materiale veritiero” affermava il rapporto del comitato. La morale della storia fu chiara per Rosenfeld, che venne cacciato da Mosca per aver fatto pubblicare a puntate il libro sul <em>Washington Post</em>. “Le vere vittime di quest’operazione furono cittadini americani” scrisse Rosenfeld. Già nel 1965, Zorza aveva osservato che nelle democrazie aperte le agenzie di intelligence “hanno il grosso svantaggio di dover ingannare il proprio pubblico quando cercano di danneggiare l’avversario”. Rosenfeld era d’accordo. L’operazione aveva danneggiato un pilastro fondamentale della democrazia liberale, la stampa libera. L’inganno ai danni del pubblico americano, si chiedeva, era “una conseguenza inattesa o uno degli scopi?”.</p>
<p>Chi criticava la CIA si sbagliava su un aspetto importante. A Langley non avevano falsificato i contenuti, ma solo il modo di raccontarli. Il Direttorato per la pianificazione, che approvava le operazioni segrete e clandestine, insisteva sempre meno sul political warfare; il libro di Pen’kovskij non era certo ai livelli di falsificazione e aggressività dimostrati dalle organizzazioni di facciata della CIA a Berlino.</p>
<p>Il 6 novembre 1964, David Murphy, capo della divisione SR, preparò un memorandum per Richard Helms, all’epoca vicedirettore della pianificazione, dal titolo: “Richiesta per l’approvazione della pubblicazione delle memorie di Pen’kovskij”. Il documento esaminava il lavoro svolto dalla CIA per scrivere le memorie: gli agenti dell’SR che avevano lavorato con la spia del GRU e conoscevano la sua personalità si assicurarono che la bozza conservasse lo stile di Pen’kovskij, “spesso con le sue esatte parole”, oltre che il suo “sapore russo”. La CIA si procurò anche una copia della trascrizione del processo a Pen’kovskij, la tradusse e la usò per colmare qualche lacuna, compresi i riferimenti all’agenzia stessa e all’MI6 (che tecnicamente erano ancora segreti). Il memorandum di Murphy sottolineava che la CIA non avrebbe incensato la spia: “Il ritratto dell’uomo Pen’kovskij che emerge da queste pagine non solo è accurato, ma anche interessante e credibile”. L’agenzia si aspettava un “forte” ritorno finanziario dal libro, che magari avrebbe potuto dar vita a un film o a una serie tv; il denaro sarebbe stato poi donato a un’organizzazione anticomunista non specificata. Il memorandum si concludeva sottolineando che non serviva il consenso del Dipartimento di Stato. Helms diede la sua approvazione. Nel frattempo, l’Est calcava la mano sull’uso dei libri in questo tipo di operazioni.</p>
<p><strong>Il volume aveva l’aria di una Bibbia, ma era più piccolo di un tascabile, con una copertina rigida granata; l’elegante rilegatura custodiva 592 pagine di carta sottile di alta qualità, tradotte in tedesco e in inglese. Aveva lo stesso titolo in entrambe le lingue</strong>: <em>Who’s Who</em> in CIA.</p>
<p>L’editore era un certo Julius Mader, un cittadino privato associato all’indirizzo “Berlin W 66, Mauerstr. 69”. Anche quest’informazione era ingannevole: “W” non stava per “West”, visto che l’indirizzo si trovava a Berlino Est, a solo un isolato dal Checkpoint Charlie. Il goffo sottotitolo di <em>Who’s Who</em> in CIA lo presentava così: “Un’enciclopedia biografica dei 3000 membri dello staff delle agenzie di intelligence militari e civili degli USA in 120 Stati”. Il libro non si occupava solo della CIA, ma usava quel nome celebre per parlare di tutta l’intelligence americana. Conteneva sei pieghevoli con stampate sopra altrettante tabelle, comprese una con la struttura dell’intelligence del Pentagono, una della National Security Agency e una per vari fronti segreti della CIA, più un organigramma dell’FBI. Molti dei nomi elencati avevano effettivamente lavorato per la CIA nel corso della loro vita.</p>
<p>Il libro era pasticciato, quasi comico. Mader accusava la CIA di praticare “la sovversione […], il warfare psicologico e il gioco sporco”, e lo faceva impiegando gli stessi metodi. Nella lista degli agenti c’erano molte importanti personalità che sembrava perlomeno esagerato includere, come il presidente Lyndon B. Johnson, il senatore Eugene McCarthy e perfino George Meany, un celebre leader sindacale fondatore di aflcio. Nel libro c’erano anche due cartoline staccabili che i lettori potevano usare per fornire le “biografie mancanti” degli agenti dell’intelligence statunitense. Una nota scritta in piccolo garantiva la possibilità dell’anonimato. Era il 9 luglio 1968, e <em>Who’s Who</em> in CIA costava 10,50 marchi della Germania Est, pari a circa 25 centesimi americani.</p>
<p>Il giorno dopo, Neues Deutschland pubblicò una recensione entusiasta del libro di Mader sul “governo ombra degli USA”, la più grande organizzazione segreta imperialista, più potente del resto del governo americano messo assieme. La <em>Associated Press</em> e il <em>Washington Post</em> avevano già menzionato il libro in modo neutro, senza accennare al fatto che potesse essere parte di un’operazione di disinformazione.</p>
<p>“D’improvviso la guerra dei libri si è infiammata” scrisse il Los Angeles Times, presentando il volume di Mader effettivamente come una misura attiva. Anche la rivista Time pubblicò una recensione critica. A novembre, secondo il <em>Washington Post</em>, il libro sulle spie era esaurito in una libreria di Washington. “Alcune istituzioni”, raccontava il negozio, l’avevano ordinato in grandi quantità, e perciò avevano dovuto richiedere altre 150 copie tramite posta aerea. Probabilmente <em>Who’s Who</em> in CIA era imperdibile per le ambasciate straniere nella capitale.</p>
<p><strong>Bastava osservarlo bene, per capire che il libro di Mader era meno sofisticato di quanto sembrasse. Le tabelle apparivano clamorose, ma erano state ricavate da fonti disponibili a tutti. I nomi “filtrati” erano stati presi soprattutto dal registro biografico del Dipartimento di Stato. La CIA conosceva Mader, che esisteva davvero, come agente del blocco sovietico esperto di disinformazione, e aveva anche un proprio uomo sul posto che si relazionava direttamente con lui.</strong> Un analista della CIA disse che delle migliaia di persone elencate “il 99 per cento non aveva alcun collegamento con l’intelligence”. Anche questa era un’esagerazione. Il numero reale di agenti CIA nel libro è ancora oggi ignoto. Comunque fosse, molti recensori esterni capirono subito la vera natura del libro.</p>
<p>Julius Mader era un nome famigerato, perlomeno nel giro dell’intelligence. Negli anni Sessanta aveva già pubblicato sette libri, tutti contro le agenzie spionistiche occidentali. Non stava però lavorando da solo. Una dozzina di anni dopo, davanti alla commissione scelta permanente sull’intelligence della Camera, Bittman rispose a una domanda su <em>Who’s Who</em> in CIA. “Conosco molto bene quel libro” spiegò “perché purtroppo devo ammettere di esserne uno dei coautori”. Bittman continuò chiarendo la nascita e lo scopo dell’operazione.</p>
<blockquote><p>Il libro <em>Who’s Who</em> in the CIA [sic] venne preparato a metà degli anni Sessanta dall’intelligence cecoslovacca assieme a quella della Germania Est. Ci vollero due anni per realizzarlo. Circa metà dei nomi elencati sono veri agenti CIA. L’altra metà erano solo diplomatici americani o ufficiali di vario tipo; venne preparato con ’intenzione di danneggiare moltissimi americani che lavoravano all’estero, diplomatici e così via, che sarebbero stati additati come agenti della CIA.</p></blockquote>
<p>Alcuni recensori e persino la stessa agenzia avevano criticato questa pubblicazione congiunta di KGB-Stasi-STB in quanto inaccurata e raffazzonata; l’inclusione di persone innocenti non era però un errore, ma parte del piano. Lo scopo dell’operazione, come chiarito da Bittman, era “paralizzare” non solo la CIA ma anche diplomatici innocenti, giornalisti e altre persone ingiustamente accusate di spionaggio. Nei paesi occidentali, il libro sarebbe stato visto come un evidente falso. In quelli in via di sviluppo, invece, avrebbe causato più danni, perfino mortali, come si sarebbe visto in seguito. La stima dei danni della CIA è ancora segreta, ma il piccolo libretto rosso di Mader fu abbastanza nocivo da spingere l’agenzia a reagire. La CIA impiegò anni per vendicarsi.</p>
<p>Gli archivi della Stasi, oggi aperti, hanno confermato la ricostruzione di Bittman: il ministero della Sicurezza di Stato di Berlino Est arruolò Mader e la sua segretaria come “agenti in servizio speciale”. Venne promosso nel 1964 e cominciò a ricevere uno stipendio fisso dalla Stasi. Aveva molti nomi in codice, come FAINGOLD, HUNTER e x54. “<strong>Col nostro aiuto, Mader è diventato uno degli scrittori più importanti nella nostra area operativa</strong>”, segnalava un rapporto di valutazione dei primi anni Sessanta. Tuttavia, come accade a molti autori di successo, Mader finì per innamorarsi un po’ troppo della propria abilità. Un file del ministero della Sicurezza di Stato riportava: “Di tanto in tanto gli dobbiamo ricordare che i suoi successi non sono frutto solo del suo duro lavoro e del suo spirito d’iniziativa, ma anche dell’impegno dell’mfs e del sostegno che ha ricevuto dal ministero”.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">Da<em> Misure attive. Storia segreta della disinformazione</em> di Thomas Rid. In alto, immagine di Merle M. Rasmussen &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/File:Topsecretrpcover.jpg">Top Secret (copertina del gioco di ruolo)</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/se-vuoi-destabilizzare-il-nemico-rivela-i-loro-nomi/">Se vuoi destabilizzare il nemico, rivela i loro nomi</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/se-vuoi-destabilizzare-il-nemico-rivela-i-loro-nomi/">Se vuoi destabilizzare il nemico, rivela i loro nomi</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>La spada e l&#8217;altare: le origini del pensiero politico di Putin</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 14:07:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da La Russia eterna. Origini e costruzione dell&#8217;ideologia post sovietica di Luca Gori. Credo nel katechon; è la sola possibilità per me di capire la storia e di trovare il suo significato come cristiano. Carl Schmitt Se l’eccezionalismo americano era nato come momento di “rottura” rivoluzionaria rispetto all’ordine costituito, proponendo la democrazia come nuovo [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tratto da </strong><em><strong><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-russia-eterna/">La Russia eterna. Origini e costruzione dell&#8217;ideologia post sovietica</a> </strong></em><strong>di Luca Gori</strong><strong>.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em><br />
Credo nel katechon; è la sola possibilità per me di capire la storia e di trovare il suo significato come cristiano</em>.<br />
Carl Schmitt</p>
<p style="text-align: left">Se l’eccezionalismo americano era nato come momento di “rottura” rivoluzionaria rispetto all’ordine costituito, proponendo la democrazia come nuovo orizzonte politico universale,<strong> il conservatorismo russo ha invece nel suo Dna il <em>Kathéchon</em>: la visione di una Russia come “scudo” che protegge l’ordine dalle forze apocalittiche del caos</strong>. Si tratta di un concetto chiave per chi voglia provare a capire la Russia di Putin, la sua “svolta conservatrice” e l’obiettivo di sfidare l’egemonia occidentale per affermare una civiltà russa autonoma e creare un mondo policentrico.</p>
<p style="text-align: left">La parola <em>Kathéchon</em> viene dal greco antico e significa “ciò che trattiene” o “colui che trattiene”. Nella visione escatologica della cultura cristiana, il <em>Kathéchon</em> viene identificato con la Roma imperiale, considerata l’ultimo Regno in grado di proteggere il mondo dalla venuta dell’Anticristo. Questa interpretazione è basata sulla seconda Lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi, e in particolare sul seguente (per molti versi misterioso) passaggio:</p>
<blockquote><p><em>Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l&#8217;apostasia e dovrà esser rivelato l&#8217;uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s&#8217;innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell&#8217;iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">Nella tradizione russa, il <em>Kathéchon</em> viene riproposto nella formula della “Terza Roma”, coniata dal monaco Filofej di Pskov nel XVI secolo.<strong> L’idea che i russi fossero il “popolo eletto” destinato a combattere l’Anticristo forgiò una mentalità con evidenti ripercussioni politiche e ideologiche</strong>. Già durante il regno di Ivan IV (detto il Terribile), incoronato nel 1547 dal metropolita Makarij con il titolo di “gran principe e zar di tutta la Rus’”, in un rito di definitiva sacralizzazione della monarchia russa, vennero indicati due nemici contro cui Mosca doveva fungere da <em>Kathéchon</em>.</p>
<p style="text-align: left">Un Anticristo esterno, che poteva arrivare dalle terre oltre la Moscova; e un Anticristo interno, che veniva identificato nella resistenza alla volontà del potere costituito, soprattutto nelle fasi di instabilità e disordine. Equiparando ogni insubordinazione al tentativo di indebolire lo Stato nel suo ruolo di “freno” al ritorno dell’Anticristo, veniva forgiato in chiave escatologica un certo tipo di regime e di esercizio del potere che avrebbe segnato a lungo la cultura politica della Russia. In particolare nel rapporto tra Stato e popolo.</p>
<p style="text-align: left">Nel XVIII e XIX secolo, i contenuti del concetto di <em>Kathéchon</em> cambiarono però sensibilmente. La sua interpretazione venne collegata al dibattito tra occidentalisti e slavofili, divenendo così una dottrina laica di politica estera a difesa dell’unicità storico-culturale della Russia. Manteneva comunque anche una dimensione messianica, per cui Mosca restava la protettrice del mondo e lo “scudo” che aveva salvato l’Europa dall’orda mongola. A quest’ultimo riguardo, è rinomata la presa di posizione di Puškin nella sua Lettera a Cˇaadaev del 19 ottobre 1836:</p>
<blockquote><p><em>Senza dubbio, lo scisma ci ha separati dal resto dell’Europa, e non abbiamo potuto partecipare a tutti i grandi eventi che l’hanno definita, ma noi abbiamo avuto un destino speciale. È stata la Russia e il suo territorio senza limiti che ha assorbito l’invasione dei Mongoli. I Tatari non hanno osato giungere sino ai nostri confini occidentali, lasciandoci alle loro spalle. Si ritirarono verso i loro deserti e la civiltà cristiana è stata salvata […] il nostro martirio ha evitato distrazioni allo sviluppo energico dell’Europa cattolica.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">Durante l’Epoca d’argento, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il principio del <em>Kathécon</em> venne nuovamente riformulato, questa volta in termini apocalittici e declinisti. Nel 1894 Vladimir Solov’ev, ispiratore del movimento poetico del Simbolismo, scrisse una poesia, <em>Panmongolismo</em>, in cui elogiava la cultura orientale e profetizzava la caduta di Mosca come Terza Roma. A seguito della guerra russo-giapponese del 1905, si diffuse inoltre in Russia la paura – ampiamente riflessa nella letteratura del tempo – dell’uomo orientale. Nel 1913, Andrej Belyj scrisse uno dei più importanti romanzi simbolisti, <em>Pietroburgo</em>, dove a questa fobia veniva riservato uno spazio centrale.</p>
<p style="text-align: left">La Prima guerra mondiale e la Rivoluzione bolscevica aggiunsero poi un ulteriore elemento di caos e di disordine dionisiaco, silitico che di autocoscienza. La Russia non sembrava più in grado di mettere un freno alla venuta dell’Anticristo. Anzi, di fronte ad un mondo che non offriva più una prospettiva di salvezza, abbassava lo scudo protettivo e lasciava passare la “malvagità”, con il suo carico di guerra, morte e distruzione.</p>
<p style="text-align: left">Questo senso di Apocalisse imminente lo si ritrova – in particolare – nella poesia di Aleksandr Blok, <em>Gli Sciti</em>. Nei versi dedicati al popolo delle steppe vi si intravede – all’inizio del 1918, sullo sfondo dei colloqui che avrebbero condotto al Trattato di Brest-Litovsk – una Russia tumultuosa, impaurita e smarrita, che minaccia di non alzare nuovamente la “diga” contro l’onda (anche simbolica) del panmongolismo nel caso in cui russi ed europei non fossero riusciti a trovare la pace e a salvare la loro civiltà. Particolarmente significativo è il passaggio seguente:</p>
<blockquote><p><em>Unisciti a noi! Via dalla guerra,<br />
Vieni nelle nostre pacifiche braccia!<br />
Sei ancora in tempo – la spada sotterra,<br />
Compagno! Fratello, ti abbraccio!<br />
Ma se la nostra offerta sarà vana,<br />
Anche noi conosciamo la slealtà!<br />
La vostra progenie sarà malsana<br />
E per secoli interi vi maledirà!<br />
Per boscaglie e boschi ci scanseremo<br />
Davanti all’Europa bella e distinta,<br />
E rivolti ad essa noi mostreremo<br />
Il nostro sorriso e l’asiatica grinta!<br />
Andate, andate pure negli Urali!<br />
Noi lasceremo il campo di battaglia,<br />
Là dove respira l’integrale,<br />
Dove colpisce la mongola marmaglia!<br />
Ma d’ora in poi non saremo più un baluardo,<br />
D’ora in poi alla lotta non costretti,<br />
La lotta seguiremo con lo sguardo,<br />
Coi nostri occhi sghembi e stretti.<br />
Noi non ci muoveremo quando gli empi<br />
Unni i cadaveri deruberanno,<br />
Bruceranno le città e i templi,<br />
E la carne dei bianchi arrostiranno!</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">Per quanto concerne la versione sovietica del <em>Kathéchon</em>, la questione è molto articolata e richiederebbe ben altra trattazione. Ci limitiamo qui a ricordare in modo succinto due interpretazioni storiografiche. In primo luogo, è stato sostenuto che secondo una logica conservatrice, Stati Uniti e Urss hanno svolto entrambi, durante la Guerra fredda, un ruolo di “freno” rispetto al rischio dell’Apocalisse atomica. La dottrina della “distruzione mutua assicurata” avrebbe cioè “trattenuto” sia Mosca che Washington dal compiere passi avventati, garantendo – in ultima istanza – la stabilità globale. Secondo un’altra lettura, di stampo liberale, sarebbe stata invece la stessa guerra fredda ad agire da <em>Kathéchon</em>, “congelando” la realizzazione del progetto kantiano di un governo mondiale e di una pace perpetua.</p>
<p style="text-align: left">Dopo il 1991 è tuttavia prevalsa – almeno tra le fila dei neoconservatori russi – un’ulteriore interpretazione dell’Urss come <em>Kathéchon</em>. Il regime sovietico è stato presentato, secondo una visione secolarizzata del messianismo russo, come protettore della classe operaia rispetto all’oppressione del capitalismo e – soprattutto – come bastione che ha difeso l’umanità dal male assoluto del nazismo. Negli anni Novanta, i neoconservatori russi hanno inoltre scoperto il pensiero di Carl Schmitt che ha scritto del <em>Kathéchon</em> in <em>Il nomos della terra</em>. Ed è stato soprattutto Dugin, attraverso una serie di articoli tra i quali <em>Katechon</em> <em>and Revolution</em> pubblicato nel 1997, a rendere Schmitt popolare anche in Russia.</p>
<p style="text-align: left">Se nella filosofia di Schmitt il <em>Kathéchon</em> coincide sostanzialmente con lo Stato che protegge contro il caos<strong>, nella Russia post sovietica il concetto, molto caro ai “conservatori radicali”, ha finito per incarnare l’idea stessa di difesa dalla minaccia esterna</strong>. Mosca è vista cioè come la forza che resiste a un nemico fisico e metafisico inviato dall’Anticristo. Un tempo i Tatari, i Turchi, Napoleone o Hitler. Più di recente i liberali, gli agenti americani, i movimenti Lgbt, la Nato, l’Unione europea, il liberalismo, la globalizzazione, il postmodernismo.</p>
<p style="text-align: left">Il <em>Kathéchon</em> si erge in sostanza a difesa della civiltà russa, a cominciare dalla sua identità ortodossa. Nel manifesto conservatore, La dottrina russa si enfatizza proprio la dimensione religiosa ed escatologica del concetto e infatti vi si legge: “<em>Il Kathéchon come regno ortodosso difende i cristiani contro le forze ostili alla salvezza dell’anima</em>”. Dal canto suo, il conservatore Cholmogorov ha definito il <em>Kathékon</em> come segue:</p>
<blockquote><p><em>Ecco come l’idea bizantina di Kathéchon, l’idea di trattenere il mondo, è riflessa nella nostra coscienza imperiale. È ciò che sta sul ponte tra l’Anticristo e il mondo e che impedisce all’Anticristo di entrare nel mondo. Ora non è più un ponte, ma piuttosto una botola, il cui coperchio viene ogni tanto rimosso e alcuni vampiri o lupi mannari o assassini escono dal buco. Lo stivale [militare] russo incerato pesta il coperchio e ripristina il silenzio per un po’ di tempo.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">L<strong>a forza militare è quindi un alleato del <em>Kathéchon</em></strong>. Le parole di Cholmogorov lasciano intravedere come i conservatori post sovietici, soprattutto i più radicali, abbiano una visione politica, patriottica e militarizzata della religione ortodossa. Una visione nazionalista. Come direbbe Dugin, sono intellettuali che oppongono al cattolicesimo occidentale lo spirito ortodosso: contemplativo, apofatico, esicastico, comunitario, anti-individualista e antimoderno. E che fanno rivivere il mito di fine Ottocento della Russia “Nuova Gerusalemme”, la terra che custodisce la verità di Cristo. I neoconservatori parlano, in particolare, di un’ideologia dell’“ortodossia atomica”.</p>
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<p style="text-align: left">Una dottrina basata sulla capacità di unire il “rosso” (lo scudo atomico forgiato in epoca sovietica) e il “bianco” (lo scudo della chiesa ortodossa), garantendo così la sovranità del Paese. Il “doppio scudo” (militare e religioso) è indispensabile affinché la Russia sia indipendente e realizzi la sua missione nel mondo. Fede e forza militare concorrono al conseguimento di uno stesso obiettivo: difendere l’ordine.</p>
<p style="text-align: left">Per Cholmogorov, Dugin e Prochanov<strong> la dimensione militare della Russia riguarda, in altri termini, la sua stessa natura spirituale</strong>. Mosca deve essere infatti forte perché nulla e nessuno possa mettere a rischio la sua capacità di testimoniare la fede cristiana. Questo “patriottismo ortodosso” risale al 1888, quando fu celebrato il novecentesimo anniversario della conversione della Russia. Il simbolo più recente di tale connubio può essere individuato nella costruzione di un’enorme cattedrale, fuori Mosca, nel Parco della Vittoria, dedicata alle forze armate russe. Putin sembra aver convalidato il concetto di “doppio scudo” quando nel 2007 a Sarov (la città dove fu prodotta la prima bomba atomica sovietica) ha risposto alla domanda di un giornalista sulla politica nucleare di Mosca e sul futuro dell’ortodossia, usando le seguenti parole:</p>
<blockquote><p><em>Le due questioni sono correlate perché sia la fede tradizionale della Federazione Russa che lo scudo nucleare della Russia sono componenti che rafforzano lo Stato russo e creano le condizioni necessarie per la sicurezza interna ed esterna del Paese. Ciò indica chiaramente come lo Stato debba trattare entrambe [le problematiche] oggi e in futuro.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">Nel pensiero di Putin, l’ortodossia va quindi arruolata a difesa della stabilità, della Patria, dello Stato e della sua sovranità. La scelta di considerare l’ortodossia come una religione politica ha implicato – per alcuni circoli conservatori – la messa in evidenza del legame con la guerra e la resistenza al male. Da qui la tendenza a rivalutare i principi guerrieri (Nevskij, Donskoj) e il tentativo di “canonizzare” i costruttori dello Stato russo: Ivan il Terribile, Pietro il Grande e Stalin, o personalità militari come il Maresciallo Zˇukov o i marinai del sottomarino Kursk.</p>
<p style="text-align: left">In definitiva, possiamo ritenere che <em>Kathéchon</em> e ortodossia atomica facciano parte della coscienza collettiva russa, come l’eccezionalismo di quella americana. Entrambi i concetti contribuiscono infatti alla missione nazionale di respingere i nemici e tutelare ordine e status quo, secondo un’esigenza fortemente sentita dai russi, consciamente o inconsciamente. In <em>Fuga da Bisanzio</em>, Iosif Brodskij – sia pur nel quadro di riflessioni metafisiche e certo non di segno conservatore – ha scritto:</p>
<blockquote><p><em>Noi siamo, dopo tutto, un popolo molto sedentario, lo siamo anche più di altri popoli europei (tedeschi o francesi) che corrono a destra e a sinistra, se non altro perché hanno le automobili e non hanno frontiere che siano vere frontiere. Per noi un appartamento è a vita, la città è a vita, il Paese è a vita. Perciò i concetti di residenza e di permanenza sono più forti; e così il senso di perdita. Eppure una nazione che in mezzo secolo ha perduto quasi sessanta milioni di anime sacrificandole al suo Stato carnivoro […] era sicuramente in grado di intensificare in sé il senso della stabilità. Se non altro perché quelle perdite furono sostenute per la causa dello status quo.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">I russi incarnano dunque una drammatica propensione alla stabilità. Di cui lo Stato approfitta per perseguire i suoi fini e preservare sé stesso. Secondo la logica conservatrice, attraverso questa interiorizzata capacità russa di “trattenimento” dello status quo, Mosca non difenderebbe peraltro solo sé stessa (e il suo sistema) da una minaccia occidentale che la pone sotto attacco ma proteggerebbe anche, ancora una volta, la cultura europea autentica, i veri valori cristiani, l’anima spirituale del Vecchio continente cui gli europei stessi avrebbero voltato le spalle.</p>
<blockquote><p><em>[La Chiesa ortodossa] – ha osservato John Burgess – è arrivata alla seguente conclusione: poiché la Russia, spesso a dispetto di sé stessa, ha preservato l’ortodossia nel tempo, la nazione e la sua Chiesa hanno ora una responsabilità speciale, dimostrare cosa è buono e vero non solo per i russi ma per l’umanità intera. La grandezza della Russia sta nel tutelare questa visione di paradiso in terra e nell’offrirla al mondo.</em></p></blockquote>
<p style="text-align: left">Di fronte all’invocazione di questa responsabilità universale, il nemico del <em>Kathékon</em> e dell’ordine costituito non sarebbe allora l’Occidente in sé, ma la sua degenerazione postmoderna. La vera dialettica contemporanea – ha sottolineato Natal’ja Naroˇcnickaja, membro dell’Izbosrkij Club – andrebbe pertanto riassunta in questi termini: “Europa conservatrice versus Europa postmoderna e la Russia è dalla parte dell’Europa conservatrice”. Sebbene Putin non si sia mai schierato in modo così netto e non abbia mai usato esplicitamente il concetto di <em>Kathéchon</em>, la sua narrativa pubblica ne è pervasa. Basti ricordare il discorso di Monaco del 2007, l’intervento presso il Club Valdaj del 2013 o le parole usate in occasione dell’annessione della Crimea nel 2014. Basti pensare alla sua posizione sulle “rivoluzioni colorate” o sulle “Primavere arabe”. Tutti esempi dai quali emerge la consapevolezza di quale sia diventata – oggi – la posta in gioco nel rapporto tra Russia e Occidente.</p>
<p style="text-align: left"><strong>Non più soltanto una competizione geopolitica tra divergenti interessi nazionali, ma una battaglia metafisica tra diversi modelli di valori</strong>. Eccezionalismo americano versus Idea Russa. Cosmopolitismo europeo versus sovranismo russo. Disordine versus ordine. Cambio di regime versus status quo. Anomia versus <em>Kathéchon</em>. Una battaglia che implica anche una crescente politicizzazione della dimensione religiosa, nel caso della Russia dell’ortodossia, attraverso un’alleanza sempre più stretta tra “spada” e “altare”.</p>
<p style="text-align: left">___</p>
<p><span style="font-size: 75%">Da<em> La Russia eterna. Origini e costruzione dell&#8217;ideologia post sovietica</em> di Luca Gori. In alto, immagine di <b>Pieter Bruegel</b> &#8211; <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Fall_of_the_Rebel_Angels_-_RMFAB_584_(derivative_work).jpg"><i>The Fall of the Rebel Angels</i></a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/la-spada-e-laltare-le-origini-del-pensiero-politico-di-putin/">La spada e l’altare: le origini del pensiero politico di Putin</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/la-spada-e-laltare-le-origini-del-pensiero-politico-di-putin/">La spada e l&#8217;altare: le origini del pensiero politico di Putin</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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			</item>
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		<title>L’idea russa: identità e nazionalismo</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/russia-eterna-identita-nazionalismo-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2021 11:18:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da La Russia eterna di Luca Gori. La Russia è diventata la patria del pensiero conservatore. Questo libro, analizzando i concetti fondanti del nuovo conservatorismo russo e il pensiero degli intellettuali che lo hanno ispirato, ricostruisce la parabola attraverso cui la nuova ideologia è diventata cultura politica dominante.  __________________________________________________________ &#160; La definizione [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Proponiamo un estratto da</strong></em> <strong>La Russia eterna </strong><em><strong>di Luca Gori. La Russia è diventata la patria del pensiero conservatore. Questo libro, analizzando i concetti fondanti del nuovo conservatorismo russo e il pensiero degli intellettuali che lo hanno ispirato, ricostruisce la parabola attraverso cui la nuova ideologia è diventata cultura politica dominante. </strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La definizione di conservatorismo russo adottata in questo lavoro fa riferimento, oltre che all’esigenza di un cambiamento organico, all’<strong>unicità storico-culturale della Russia e quindi al tema della sua identità</strong>. Pochi Paesi si sono confrontati con tale questione in modo così ossessivo, pervasivo e inconcludente come la Russia. Anche i conservatori non hanno mai trovato una formula univoca sull’identità russa, dividendosi in particolare sul peso da assegnare al rapporto tra Mosca e Occidente. Proprio su questo aspetto, la stessa natura del conservatorismo russo si presta a interpretazioni divergenti. Da un lato, affondando le sue radici nel rigetto delle riforme di Pietro il Grande, si presenta come movimento nazionale a difesa della russità contro i rischi di assimilazione occidentale. Dall’altro, avendo subito l’influenza del Romanticismo tedesco, suggerisce di essere inquadrato nel più ampio movimento europeo di reazione all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese.</p>
<p>Non vi è dubbio comunque che il baricentro tradizionale del pensiero conservatore – da Michail Pogodin agli slavofili, dai pochvenniki al panslavismo, dalle teorie di Danilevskij e Leont’ev sino alle varie espressioni dell’eurasianismo anche post sovietico – è orientato a favore di una Russia come soggetto distinto e autonomo dall’Occidente. In certi casi, questa separazione è stata spinta sino a forme esplicite di antioccidentalismo, tanto da indurre alcuni analisti a leggere il conservatorismo come mera declinazione di un sentimento nazionalista. In altre circostanze, quella linea di demarcazione è stata invece interpretata come membrana reale ma permeabile, consentendo<br />
alle radici del conservatorismo russo di apprezzare maggiormente la radice europea della cultura russa. Del resto, molti intellettuali conservatori del XIX secolo avevano studiato nelle università dei più importanti Paesi europei, dove viaggiavano con regolarità, ammirandone lingua e cultura.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In ogni caso, l’Occidente è sempre stato il punto di riferimento rispetto al quale la Russia ha provato a definire la sua identità. </span></p></blockquote>
<p>E i conservatori – pur in un’ampia gradazione di sensibilità e opinioni – sono riusciti a convergere sulla visione di una Russia indisponibile a “ricalcare” pedissequamente modelli di sviluppo proposti dall’esterno, anche quando hanno riconosciuto l’esistenza di una contaminazione culturale con il Vecchio continente. Alla base di questa autorappresentazione, vi è la convinzione che Mosca non si sia mai arresa al semplice razionalismo illuminista, dimostrandosi invece capace di mantenere una prospettiva storica più ampia, che oltre alla “ragione” includesse anche “l’anima e il cuore dell’uomo”, come ebbe modo di scrivere Gogol’ e come avrebbe ulteriormente elaborato Pavel A. Florenskij, uno dei più importanti pensatori cristiani del Novecento. E sarebbe stata proprio questa diversa “concezione del mondo” che infine avrebbe permesso a Mosca, venuto il tempo, di salvare l’Europa dalla sua decadenza morale, restituendole autenticità e ponendo così le condizioni perché la Russia stessa potesse riconciliarsi con il Vecchio continente.</p>
<p>“Vedrete – profetizzava il conservatore Gogol’ – che l’Europa verrà da noi non per comperare canapa e lardo, ma per acquistare una saggezza che ormai non si vende più nei mercati europei”. All’interno del perimetro di questo dibattito identitario, <strong>esiste un mito – l’Idea Russa – che ha estremizzato il concetto di unicità della Russia, trasformandolo in ideologia</strong>. Interrogandosi sul destino del proprio Paese, alcuni pensatori – dagli slavofili del XIX secolo sino ai dissidenti dell’era Brežnev e ai conservatori post sovietici – hanno enfatizzato il fatto che la Russia potesse contare su una propria tradizione storico-culturale, indipendente e autosufficiente, cui avrebbe dovuto restare fedele nella definizione del suo percorso di modernizzazione. L’Idea Russa ha postulato cioè l’esistenza di un archetipo – una Russia eterna, immobile e immodificabile – che avrebbe segnato una volta per tutte la natura originale del Paese, “con tutte le conseguenze messianico-nazional-ideologiche che tale concezione comportava”.</p>
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<p>Per la verità esistono varie versioni dell’Idea Russa, in linea con le diverse interpretazioni proposte dai suoi sostenitori o simpatizzanti: da Herzen a Gogol’, da Leont’ev a Solov’ev, da Dostoevskij a Berdjaev, da Il’in a Solženicyn. Oltre al concetto di unicità della storia e della cultura russa, vi sono però due elementi che possiamo ritrovare in quasi tutti i promotori conservatori dell’Idea Russa:</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">una certa postura nazionalista e antioccidentale e il perseguimento di un fine escatologico.</span></p></blockquote>
<p>Per quanto concerne il primo aspetto, va ricordato che l’Idea Russa nacque come reazione tradizionalista alla forzata europeizzazione di Pietro il Grande. La rivoluzione culturale che egli promosse generò uno scisma profondo nel Paese, anzitutto tra Stato e popolo, ma anche tra classi ben istruite e contadini. Aprendo in Russia, con un movimento apparentemente innaturale, una “finestra sull’Europa”, Pietro finì per favorire la nascita di un pensiero nazionale originale, attraverso l’opera di Puškin, Dostoevskij e Tolstoj. Nella sua rivelazione identitaria, l’Idea Russa prese pertanto forma rigettando nettamente i valori occidentali e quindi profilandosi da subito più come un’ideologia nazionalista che come un semplice movimento culturale. Si accompagnò infatti alla percezione complottistica di un Occidente che voleva indebolire la Russia perché mal sopportava la sua indipendenza. La riscoperta delle radici valoriali russe fu improntata sin dall’inizio a un approccio difensivista. L’Idea Russa nacque “in opposizione” a qualcosa di esterno, senza accettare di fare sintesi tra valori diversi, perché espressione di una visione di modernità ispirata a una irredimibile unicità.</p>
<p>In merito al secondo elemento, fu in particolare Nikolaj Berdjaev a parlare di <strong>un’Idea Russa dal forte valore escatologico, votata alla trasformazione etica della società</strong>. Secondo Berdjaev l’Idea Russa aveva una radice spirituale, per cui “il popolo russo, secondo la sua Idea eterna, non ama l’organizzazione di questa città terrena ed è teso alla Città del Futuro, alla Nuova Gerusalemme”. Ma per Berdjaev la coscienza della Russia, la sua unicità, non era solo religiosa. Era anche messianica. Nel suo pensiero, l’Idea Russa rappresentava una nuova Idea dell’uomo e assortiva sentimenti apocalittici e massimalisti. Era pellegrinaggio spirituale, ascetismo e nichilismo, rimessa in discussione dei valori della storia. Era fede nella definitiva trasfigurazione del mondo intesa come salvezza universale.</p>
<p>In definitiva, partendo da questi aspetti qualificanti, l’Idea Russa promossa dai conservatori si basava sui seguenti princìpi, che sono altrettanti ideologemi: l’unicità (e per molti la superiorità) della cultura, della storia e del percorso di modernizzazione della Russia; una società etica orientata sui “valori ultimi”, sulla verità rivelata (dal cristianesimo o dallo Stato); una più elevata forma di comunità, secondo il modello dei villaggi contadini; un’uguaglianza di risultati e condizioni, non solo di opportunità, nella vita e nelle aspettative del popolo; uno Stato forte, centralizzato e paternalistico, lontano dalle concezioni liberali di stampo europeo; un’opposizione dogmatica all’Occidente e ai suoi valori; una missione universale che sarebbe stata declinata in forme diverse (Terza Roma, panslavismo, eurasianismo) a seconda delle diverse epoche storiche e che, nella sua versione laica, avrebbe aperto lo spazio alla tentazione imperialista di Mosca e alla sua ossessiva ricerca di uno status di grande potenza.</p>
<p>L’Idea Russa e la cifra identitaria che esprime è sempre stata tuttavia contestata. Già nell’Ottocento gli Occidentalisti negarono che rappresentasse lo spirito naturale e originale della Russia. Per Petr Čàadaev, prima di Pietro il Grande e della sua rivoluzione culturale non sarebbe esistita neppure una tradizione o una storia russa unitaria cui far riferimento, e alla quale “tornare”. Un concetto che espresse in modo brutale, tanto da essere dichiarato pazzo, con queste parole: “Non una sola idea utile è germinata sul suolo sterile della nostra patria”. Secondo lo storico Aleksandr Ivanov, in un ragionamento che muove da una prospettiva occidentalista, l’Idea Russa va contestata e criticata anche perché si sarebbe prestata a una costante degenerazione nazionalista. Con il regno di Nicola I, l’Idea Russa avrebbe infatti affossato l’opzione europeista promossa dai decabristi e usurpato il concetto di patriottismo, facendolo coincidere con un principio di lealtà verso il regime. Un sentimento che Aleksandr Herzen avrebbe poi definito con l’espressione “patriottismo di Stato”.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">A seguito della sconfitta nella guerra di Crimea, l’Idea Russa finì inoltre per sovrapporre patriottismo e nazionalismo, alimentando in Russia un pericoloso senso di superiorità e rivalsa. </span></p></blockquote>
<p>Un revanscismo molto caro al conservatore Dostoevskij che ne<em> I demoni</em> affida a Šatov le seguenti parole: «Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a una parte secondaria nell’umanità [&#8230;]. Se perde questa fede non è più un popolo. Ma la verità è una sola, e, per conseguenza, uno solo fra i popoli può avere il vero Dio [&#8230;]. Il solo popolo “portatore di Dio” è il popolo russo».</p>
<p>Dostoevskij voleva dunque una Russia protagonista assoluta della Storia. Vladimir Solov’ev vide tuttavia nell’esaltazione di questo destino unico e superiore una pericolosa involuzione dell’Idea Russa di cui egli stesso era stato promotore. E – con spirito profetico – vi lesse il presagio dell’autodistruzione nazionale, come sarebbe accaduto di lì a poco con la Prima guerra mondiale. E come si sarebbe poi ripetuto, tra il 1917 e il 1991, con la parabola dell’Unione Sovietica. Un rischio di implosione – osserva criticamente Ivanov – che la Russia conservatrice di oggi conosce bene e che dovrebbe quindi cercare di evitare.</p>
<p>Non è naturalmente questa la sede per affrontare il complesso dibattito tra occidentalisti e slavofili, mentre è un dato di fatto che la Russia abbia subìto influenze esterne (bizantina, tatara, europea) e abbia visto diverse tendenze di pensiero confrontarsi sulla sua essenza identitaria e sulla sua missione storica. Basti ricordare, su questi temi, i dibattiti tra Vissarion Belinskij e Gogol’ o tra Andrej Sacharov e Solženicyn. Ciò che qui conta rilevare è che politicamente – dall’epoca zarista alla perestroika di Gorbačëv, sino a Putin – siano spesso prevalsi in Russia i promotori di una qualche forma di Idea Russa, cioè di un percorso speciale e nazionalista di sviluppo del Paese, basato su specifici valori e specifiche istituzioni, distanti o diverse dall’Occidente. Secondo alcune interpretazioni, la stessa Urss, nella sua versione stalinista, avrebbe in qualche modo riproposto una forma sovietica di Idea Russa, l’internazionale comunista, contro i concetti filosofici europei intro- dotti dal marxismo-leninismo e dalla rivoluzione bolscevica.</p>
<p>Per molto tempo si è ritenuto che con il 1991 il mito dell’Idea Russa fosse tuttavia finito. Che la sua egemonia culturale si fosse esaurita. Che il paradigma di un Paese con una tradizione politica e storica unica e autonoma non fosse più sostenibile. Che fosse possibile distinguere tra patriottismo e nazionalismo. Che fosse giunto il momento di una Russia davvero europea e moderna. Ciò non solo per la drammatica esperienza che il Paese aveva sperimentato durante gli anni dell’Urss. Ma anche perché le stesse ideologie del Novecento sembravano ormai anacronistiche, al punto da lasciare spazio a un mondo postmoderno che disegnava un nuovo spazio storico globale, aperto, condiviso e omogeneo, dove anche la Russia avrebbe inevitabilmente trovato il proprio posto.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Questa visione si è però rivelata illusoria. Tanto che oggi la “svolta conservatrice” di Putin può essere considerata a tutti gli effetti come la riproposizione di una nuova forma di Idea Russa.</span></p></blockquote>
<p>L’affermazione va tuttavia precisata e contestualizzata. Possiamo parlare infatti del ritorno dell’unicità russa nel XXI secolo a condizione di considerare quel mito non come una verità mistica, fissa e immodificabile, ma come l’esito di un processo storico, la ricerca costante di un tratto culturale originale rispetto a una realtà politica, interna e internazionale, in continuo divenire. In questo senso, l’Idea Russa post sovietica – <strong>il “putinismo” come ideologia</strong> –<strong> si presenta soprattutto come un contenitore di proposte conservatrici funzionali a un disegno patriotti-co di sovranità politica</strong>, di autocoscienza nazionale e di riaffermazione di un ruolo di grande potenza sullo scenario globale. Un progetto fondato – come messo in evidenza dallo stesso Putin sin dal suo “Millennium message” del 1999 – su una visione tradizionalista della storia, della cultura e degli interessi della Russia. Qualcosa di più di un cinico gioco di potere o di una semplice politica nazionalista. Il momento in cui, dopo lo smarrimento del 1991, Mosca ha compiuto una mossa di “difesa avanzata” della sua indipendenza e della sua civiltà, percepite entrambe sotto assedio da parte dell’Occidente, provando a dare una risposta organica alle domande inevase sulla sua identità nazionale post sovietica.</p>
<p>__</p>
<p><span style="font-size: 75%;">Da <em>La Russia eterna</em> di Luca Gori (pp. 34-39). In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@eduardo_cg?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Eduardo Casajús Gorostiaga</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/matryoshka?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a> </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/russia-eterna-identita-nazionalismo-estratto/">L’idea russa: identità e nazionalismo</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/russia-eterna-identita-nazionalismo-estratto/">L’idea russa: identità e nazionalismo</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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