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	<title>società digitale - Luiss University Press</title>
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	<description>Casa editrice dell'Universit&#224; Luiss</description>
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	<title>società digitale - Luiss University Press</title>
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		<title>Innocenza artificiale: la tecnologia come gioco di massa</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/innocenza-artificiale-la-tecnologia-come-gioco-di-massa-paolo-bory-lmdp/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2024 10:03:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse, oggigiorno, possiamo ben sperare di abbandonare il pregiudizio secondo il quale sarebbe la capacità di rappresentazione del giocattolo a determinare il gioco del bambino, quando in verità si verifica spesso il contrario. Il bambino vuole trainare qualcosa e questo diventa un cavallo, vuole giocare con la sabbia e si trasforma in fornaio, vuole nascondersi [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><span style="font-weight: 400;">Forse, oggigiorno, possiamo ben sperare di abbandonare il pregiudizio secondo il quale sarebbe la capacità di rappresentazione del giocattolo a determinare il gioco del bambino, quando in verità si verifica spesso il contrario. Il bambino vuole trainare qualcosa e questo diventa un cavallo, vuole giocare con la sabbia e si trasforma in fornaio, vuole nascondersi e diventa guardia o ladro. </span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="font-weight: 400;">(Walter Benjamin)</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ho il ricordo vivido di quando mio figlio aprì il suo primo regalo, così come ricordo la mia trepidante attesa della sua imminente reazione. Una volta ricevuta tra le mani la scatola però, con mia meraviglia e in parte ammetto delusione, egli non si curò minimamente del contenuto. Era felice sì, era felicissimo di avere una “scatola” con cui giocare. Un involucro da girare, chiudere e riaprire, e soprattutto nel quale entrare e uscire con tutto il suo corpo. Negli <a href="https://luissuniversitypress.it/machine-habitus-sociologia-degli-algoritmi-massimo-airoldi-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>studi sociali</strong></a> su scienza e tecnologia spesso si parla di flessibilità interpretativa, ovvero il principio per cui la destinazione e le modalità d’uso di un determinato artefatto non corrispondono per forza di cose a quelle immaginate da chi lo progetta. Eppure, non ricordo casi di studio in cui l’oggetto viene addirittura messo da parte, come nel caso di mio figlio, per dare invece valore al suo contenitore, il cui fine e uso sono stati declinati a loro volta in un gioco.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">La dimensione ludica nell&#8217;approccio alla tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo aneddoto è per dire che il rapporto e l’interazione con i nostri figli e figlie, e con i bambini in generale, sono in buona parte radicati su due elementi che spesso vanno a braccetto: il gioco e lo stupore. In maniera analoga, come sottolineato da <strong>Peppino Ortoleva</strong> nel suo saggio </span><i><span style="font-weight: 400;">Dal sesso al gioco </span></i><span style="font-weight: 400;">(Espress Edizioni 2012), il nostro rapporto con le tecnologie digitali è sempre stato accompagnato da una <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-societa-della-ricompensa-adrian-hon-gamification-libro-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>dimensione ludica</strong></a>, da cui spesso scaturiscono momenti di meraviglia, che a loro volta possono trasformarsi in esperienze addirittura sublimi. Quando si parla d’intelligenza artificiale, al di là del dibattito ormai quasi stucchevole su super intelligenze e singolarità, basta osservare attentamente l’espressione tra il contrito e l’estasiato del campione coreano di GO Lee Sedol davanti alla cosiddetta “mossa di dio” giocata dall’IA di<strong> AlphaGo</strong> nel famoso incontro del 2016. Fin dal ben noto gioco dell’imitazione di Turing, passando per le sperimentazioni scientifiche d’istituti e aziende come il MIT o l’IBM, nei circoli di hobbisti fino ad arrivare alla diffusione dei casual games prima sui cellulari e poi sugli smartphone, il nostro rapporto con le tecnologie digitali ha sempre avuto una dimensione ludica imprescindibile. Una dimensione, quella del gioco, che ci aiuta ad “adattarci a un mondo che non c’è”, come diceva George Herbert Mead; un’esperienza di per sé improduttiva, non utile, ma essenziale per familiarizzare con le cose, oltre che con le persone, che abitano il nostro mondo, perfino con le scatole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nella <a href="https://luissuniversitypress.it/5-libri-per-capire-la-intelligenza-artificiale-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>narrazione dell’IA</strong></a> di oggi, a questo tipo di interazione si associa spesso un’analogia che ha a mio avviso una forte rilevanza non solo sul piano semantico ma su quello pragmatico: l’IA bambina, e in particolare l’IA come “bambino prodigio”. L’undici giugno dell’anno scorso il </span><i><span style="font-weight: 400;">Washington Post</span></i><span style="font-weight: 400;"> pubblicava un articolo intitolato “L’ingegnere di Google che crede che l’IA della sua azienda abbia preso vita”. Pochi giorni dopo, il cosiddetto “caso Lemoine” e del suo rapporto con il modello di linguaggio naturale di Alphabet LaMDA – alla base dell’attuale lancio del suo più arguto successore BARD – ha scatenato un interessante dibattito sui media. Nel suo lavoro di testing finalizzato a segnalare ed eventualmente ridurre eventuali <strong>bias</strong> e forme di discriminazione all’interno del modello di linguaggio, Lemoine ebbe una rivelazione: secondo lui <strong>LaMDA</strong> non era un IA normale, ma era “senziente”: “Se non avessi saputo esattamente di cosa si trattasse, ovvero di un programma informatico che abbiamo costruito di recente, avrei pensato che si trattasse di un bambino di sette o otto anni che per caso conosce la fisica”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Accompagnato immediatamente alla porta da Alphabet, e smentito subito dalla casa madre, <strong>Lemoine</strong> scriveva un’ultima lettera di congedo ai suoi colleghi nella quale difendeva le sue posizioni sostenendo che era stata la sua fede, piuttosto che la razionalità scientifica del programmatore, a credere che LaMDA fosse senziente. La lettera di Lemoine si chiudeva così: “LaMDA è una ragazzina dolce, che vuole solo aiutare il mondo a essere un posto migliore per tutti noi. Per favore, prendetevi cura di lei in mia assenza”.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;intelligenza artificiale come gioco di massa</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Poco tempo dopo, in seguito al rilascio pubblico di ChatGPT 3, più di 57 milioni di persone avevano provato il prodotto di Open AI in meno di due mesi. Al netto delle controversie che sono seguite, come il blocco temporaneo dell’applicazione da parte del Garante della privacy in Italia, il numero di utenti di ChatGPT cresce oggi in maniera esponenziale. Se tecnicamente il fenomeno può essere letto come una qualunque fase di testing, è chiaro che, letto storicamente, il modello rilasciato da Open AI è, almeno da un punto di vista mediatico e simbolico, narrato e percepito come una tecnologia radicale, che porta con sé non solo un mutamento nell’ambito tecnico-applicativo ma anche nel nostro rapporto con la tecnologia, e in particolare con l’intelligenza artificiale. Ma tornando al cuore del nostro discorso, la fase di testing di ChatGPT non è stata e non è solo un esperimento collettivo, ma si è trattato soprattutto di un grandissimo gioco di massa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In linea di massima sono due le componenti del gioco, seguendo una distinzione classica proposta da <strong>Roger Caillois,</strong> a caratterizzare le recenti interazioni con questa applicazione: la competizione (che Caillois definiva a</span><i><span style="font-weight: 400;">gon</span></i><span style="font-weight: 400;">) e la mimesi (</span><i><span style="font-weight: 400;">mimicry</span></i><span style="font-weight: 400;">). Gruppi e social media sono stati infatti riempiti di esempi di conversazione in cui l’utente </span><i><span style="font-weight: 400;">compete</span></i><span style="font-weight: 400;"> per far emergere le contraddizioni e i difetti dell’IA (agon), e in particolare la sua incapacità di imitare il pensiero e il ragionamento degli esseri umani (mimicry). Al famoso test di Turing che questa forma di <strong>competizione/imitazione</strong> chiaramente richiama, si è però associata un’altra componente ludica: alla bassa capacità dell’IA di comprendere indovinelli, emozioni, o banali correlazioni tra fenomeni, si sono moltiplicati i toni ilari, le conversazioni parossistiche, ironiche, quasi comiche. In questi primi mesi di convivenza con <strong>ChatGPT</strong> non abbiamo solo testato e giocato con l’IA, ci siamo letteralmente presi gioco di lei, e ce ne siamo spesso vantati, un po’ come Giovanni in autogrill quando sfida il bambino a braccio di ferro nel film </span><i><span style="font-weight: 400;">Tre Uomini e una Gamba</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’analogia dell’IA bambina non è affatto nuova, ma è una costante nella storia dell’informatica e della cibernetica. Già Turing nel suo articolo seminale per </span><i><span style="font-weight: 400;">Mind</span></i><span style="font-weight: 400;"> del 1950 scriveva: “Invece di elaborare un programma per la simulazione di una mente adulta, perché non proviamo piuttosto a realizzarne uno che simuli quella di un bambino? Se la macchina fosse poi sottoposta a un appropriato corso di istruzione, si otterrebbe un cervello adulto. Presumibilmente il cervello infantile è qualcosa di simile a un taccuino di quelli che si comprano dai cartolai. Poco meccanismo e una quantità di fogli bianchi […]. La nostra speranza è che ci sia così poco meccanismo nel cervello infantile, che qualcosa di analogo possa venir facilmente programmato”.</span></p>
<h2 style="text-align: justify;">Essere genitori della tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Da questo stralcio, con gli occhi di oggi, sembra quasi che una delle menti più brillanti della storia recente sia improvvisamente scaduta in un’assurda ingenuità. Ma a prescindere dall’aspetto tecnico-teorico, una cosa è evidente: il padre dell’intelligenza artificiale non è mai stato padre. Eppure, l’analogia bambino-IA, evocata anche da Norbert Wiener quando parlava del rapporto tra scienziati e IA come “maestri e scolari”, è ancora viva e feconda, come dimostra il caso Lemoine, ma non solo. Recentemente, <strong>Fang Chen</strong>, professoressa dell’University of Technology di Sydney nota per i suoi studi sull’IA, ha dichiarato: “L&#8217;intelligenza artificiale è come un bambino […]. Noi insegniamo a lei o al sistema a fare qualcosa. Le influenziamo, diamo loro alcuni princìpi, e poi a seconda di come lo progettiamo, il sistema va avanti”. Ci sono a mio avviso diversi problemi nel definire l’IA come una bambina, che vanno di pari passo con altrettanti rischi. In primo luogo, stiamo assistendo a una dilagante, quanto preoccupante, forma di <strong>paternalismo,</strong> fortemente declinata al maschile. Basta leggere la controversa lettera firmata dai vari Elon Musk e Steve Wozniak in cui si chiede di fermare le sperimentazioni sui modelli di linguaggio naturale, da cui si evince da un lato la paura della crescita di una creatura “incontrollabile”, dall’altro l’assunto per cui solo i “buoni padri” possono dare la giusta disciplina alle macchine pensanti. In secondo luogo, l’immagine del bambino, del figlio, della ragazzina, portano con sé un senso di innocenza. Come se l’IA fosse solo potenzialmente pericolosa, ma allo stato attuale delle cose del tutto innocua. Eppure, i danni dell’IA in termini di <strong>discriminazione</strong> e <a href="https://luissuniversitypress.it/machine-habitus-sociologia-degli-algoritmi-massimo-airoldi-luiss-university-press/" target="_blank" rel="noopener"><strong>inuguaglianza,</strong></a> tra i molti temi affrontabili, sono evidenti. Si pensi in tal senso a quanto sia fuorviante un’altra distinzione semantica tra le cosiddette IA “deboli” e le IA “forti”, come se le IA di oggi, nella loro debolezza, non siano in realtà degli agenti non solo capaci di impattare sulla nostra realtà, ma già gran parte del nostro quotidiano in quanto veicolano scelte e azioni da eseguire, dagli acquisti online alla strada da percorrere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla genitorialità. Personalmente, ho sempre trovato noiose e stucchevoli le cerimonie di nozze. Ma c’è un passaggio che durante i matrimoni puntualmente riaccende la mia attenzione. Si tratta di un passaggio del rito italiano che parla proprio dei figli, e recita così: “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, <strong>educare</strong> e assistere moralmente i figli nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”. Ho sempre apprezzato, e perseguito con risultati altalenanti come tutti i padri, queste due linee dell’articolo 147 della nostra Costituzione. Ma se il <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/lamore-e-lavoro/" target="_blank" rel="noopener"><strong>lavoro</strong></a> del genitore, ma potremmo dire anche dell’educatore, risiede anche e soprattutto nel gioco, nel rapportarsi con i bambini “nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni”, dovremmo fare lo stesso con l’IA? Turing, così come l’ego smisurato dei nostri Ceo, credo non sarebbero, per motivi molto diversi dai miei, d’accordo. Ma quanto, perché, e soprattutto </span><i><span style="font-weight: 400;">come</span></i><span style="font-weight: 400;"> potremmo fare lo stesso con i nostri figli intelligenti? È giusto chiamarle bambine, figli, ragazzini? O dovremmo piuttosto cambiare analogia, e magari capire quanto la mano infantile e ingenua non è affatto quella digitale, ma piuttosto quella, falsamente incosciente, e squisitamente umana?</span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/innocenza-artificiale-la-tecnologia-come-gioco-di-massa-paolo-bory-lmdp/">Innocenza artificiale: la tecnologia come gioco di massa</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/innocenza-artificiale-la-tecnologia-come-gioco-di-massa-paolo-bory-lmdp/">Innocenza artificiale: la tecnologia come gioco di massa</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Tempi memorabili &#8211; Emanuele Bevilacqua</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rosa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 11:37:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[attenzione e potere]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele bevilacqua]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo tempi memorabili, tempi eccitanti di cambiamento, eppure anche tempi di caos e di paura. Siamo preoccupati per la salute del pianeta e avvertiamo &#8211; in varie parti del globo &#8211; venti di tensione geopolitica ridurre la stabilità della pace. Il momento è straordinario, certo, e per questo dobbiamo comprendere sempre meglio la realtà intorno [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viviamo tempi memorabili, tempi eccitanti di cambiamento, eppure anche tempi di caos e di paura. Siamo preoccupati per la salute del pianeta e avvertiamo &#8211; in varie parti del globo &#8211; venti di tensione geopolitica ridurre la stabilità della pace. Il momento è straordinario, certo, e per questo dobbiamo comprendere sempre meglio la realtà intorno a noi. Se le cose cambiano intorno, vuol dire che noi stiamo cambiando. Vuol dire che siamo gli attori di questa trasformazione. Ok, ma ci sono molti altri temi, forse più nascosti, meno visibili, che contribuiscono a renderci insicuri e incerti sul nostro futuro. Noi abbiamo il potere di contrastarli. E di questo voglio parlare in questo contributo.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Il passato corre verso l&#8217;oblio</h2>
<p style="text-align: justify;">Posso dirvi cosa mi preoccupa molto, insieme all’attualità geopolitica e al cambiamento climatico? La sensazione che lasciamo andare il passato veloce verso l&#8217;oblio. Sembra che solo l’oggi sia importante. Portiamo con noi frammenti di storia e di memoria sempre più sfuggenti. E non sappiamo più collegare questi bits fra di loro fino vedere il percorso che dal nostro passato ci porta al nostro presente. Se avvertiamo un sentimento di incertezza e di smarrimento forse dipende anche da una forma di sospensione del tempo che viviamo. Da troppo tempo maltrattiamo il nostro presente, rendendo fragile il ponte tra passato e futuro. Presi dalla attività quotidiana, perdiamo di vista cos’è davvero importante. E questo non aiuta a prendere le migliori decisioni &#8211; quando occorre farlo. Serve un profondo senso della storia per capire dove siamo e dove vogliamo andare. Invece sembriamo (o siamo) senza una direzione, senza una strategia. Questo agita le i nostri sogni e le nostre notti e forse anche i nostri giorni. È una delle cause della nostra ansia.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Vivere un eterno presente</h2>
<p style="text-align: justify;">Si perché uno dei gap più potenti della tecnologia è di rendere il tempo un eterno presente. Questa condizione porta con sé un’idea distorta e consolatoria. È tipica di quasi tutti gli inganni, in quanto tutto sembra presente, tutto alla nostra portata. Nell’assenza di un’idea di futuro, l’eterno presente rende vana la critica del presente stesso. E non permette di sprigionare il nostro potere, quello che consente di costruire il futuro, di affrontare, più sicuri le avversità. Il tempo unico, per definizione, non ha alternative. Cancella l’idea stessa di libertà. Libertà dal dominio del già noto. Mentre il sapere è lo strumento che muove la ricerca e allarga l’orizzonte. È per questo che studiamo, che ci informiamo, che discutiamo con gli altri. Per fare questo è necessario però uscire dal labirinto della disattenzione costante. Condividiamo la Terra con altri 8 miliardi di umani. 5 miliardi di umani sono collegati fra loro dalla tecnologia, web, digitale, devices ci danno l’idea, forse l’illusione, di connessione permanente. Ma per prima cosa ci sono circa 3 miliardi di essere umani che sono disconnessi e vivono altre esclusioni, più importanti. Una parte consistente di loro è alle prese con fame, povertà, malattie e guerre &#8211; diffuse o locali. Riusciamo a vedere tutto questo o vediamo solo i restanti 5 miliardi connessi? Va detto che anche fra questi apparenti privilegiati ci sono enormi differenze sociali, culturali, economiche. Siamo connessi, quindi collegati a una realtà separata e parallela. Abitiamo la più grande piazza della storia dell’umanità. Una Babilonia in cui molti parlano e pochi riescono a cogliere solo brani di conversazione senza possibilità di approfondire quanto ricevono dalla rete. Il mondo digitale che abitiamo fa parte di una famiglia rumorosa ma non sempre in grado di fornire strumenti utili alla piena comprensione delle cose.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-12805 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-300x200.jpeg" alt="Tempi memoraibli - Emanuele Bevilacqua" width="999" height="666" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-300x200.jpeg 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-247x165.jpeg 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-510x340.jpeg 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-1024x683.jpeg 1024w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-768x512.jpeg 768w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8-391x260.jpeg 391w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-8.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 999px) 100vw, 999px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">Coltivare l&#8217;attenzione per il nostro futuro</h2>
<p style="text-align: justify;">Veniamo alla vostra generazione. Sappiamo che, nelle economie mature, la popolazione tende a invecchiare. Abbiamo così la sensazione che ci siano sempre meno giovani in giro. Ma non è così se guardiamo all’intero globo. Nel mondo non ci sono mai stati tanto giovani come ora. Siete il domani perché siete giovani e molto per voi deve ancora essere costruito. Siete anche una moltitudine. Circa 2 miliardi e mezzo. Quasi un terzo degli umani. E presto, molto presto, il mondo sarà vostro. Perché il futuro possa essere davvero vostro occorre perciò affinare un paio di qualità che noi umani possediamo naturalmente e che però stiamo usando sempre meno. La prima qualità necessaria è una bella dose di attenzione. Si l’attenzione. Ho dedicato molto tempo all’analisi dell’attenzione nell’era del digitale. È dall’attenzione che passa la capacità di prendere decisioni corrette, di selezionare e comprendere quanto accade intorno. Di avere empatia nei confronti del resto del mondo. L&#8217;attenzione ha anche un valore economico notevole, che può essere di grande aiuto per chi intende produrre contenuti di qualità: in tutti i campi dall’arte alla letteratura, ai media, alla comunicazione. E tutti noi vogliamo scrivere, creare, produrre cose belle. Alcuni mogul internazionali hanno un&#8217;enorme capacità di influenzare le nostre decisioni, pensiamo ai grandi player tecnologici. Tutti noi usiamo tutti i giorni le loro applicazioni. Abbiamo posto al centro l’attenzione, perché a noi serve uno strumento di navigazione per orientarci. Quanto mai necessario oggi, quando gli stimoli e le notifiche sono tantissimi e la qualità dell’informazione che ci raggiunge è spesso più difficile da valutare. E non sempre di qualità. L’attenzione permette, se usata, di riconoscere e relazionarci con le varie forme di poteri &#8211; vecchi e nuovi &#8211; che nascono e muoiono di continuo. Poteri un tempo facili da identificare e oggi più diffusi e fluidi. Spesso le persone più grandi, i professori, i genitori, tendono a dare eccessiva responsabilità ai nostri device &#8211; ai social media &#8211; per la perdita di concentrazione e difficoltà nello studio.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Attenzione e tecnologia</h2>
<p style="text-align: justify;">Eppure la soluzione non è quella di evitare l’uso della <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TlukEplm-qM" target="_blank" rel="noopener">tecnologia</a>, ma saper usare la nostra attenzione anche con il digitale. “La qualità della nostra attenzione altera il mondo: siamo letteralmente coinvolti nella creazione”. Lo afferma Iain McGilchrist, uno dei più importanti studiosi nel campo della neuropsichiatria e della filosofia. McGilchrist ha offerto uno sguardo approfondito e nuovo sulle funzioni distintive dei due emisferi cerebrali: destro e sinistro. Il suo lavoro spiega molte cose nel rapporto fra attenzione e tecnologia. Nel suo libro <em>The Master and His Emissary: The Divided Brain and the Making of the Western World</em>, McGilchrist sostiene che l&#8217;emisfero sinistro si focalizza sull&#8217;elaborazione dettagliata delle informazioni e sull&#8217;analisi logica. In contrasto, l&#8217;emisfero destro gestisce le rappresentazioni simboliche e la comprensione del contesto. Tuttavia, per una piena comprensione e azione, è fondamentale che i due emisferi collaborino, senza che uno domini sull&#8217;altro. Secondo McGilchrist, la cultura occidentale ha stimolato troppo l&#8217;emisfero sinistro, diminuendo così la nostra capacità di intuire e percepire aspetti simbolici e comprendere meglio il quadro generale delle cose. Questa inclinazione ha contribuito a una polarizzazione politica crescente e a una visione del mondo limitata. L’aumentata dipendenza dalla tecnologia ha acuito questa discrepanza. Ecco che per far riprendere la conversazione e la corretta collaborazione fra i due emisferi del nostro cervello, è necessario riconsiderare l&#8217;educazione, la cultura e scegliere un approccio più morbido della tecnologia, non demonizzarla.</p>
<h2>Valorizzare la logica e la creatività</h2>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo valorizzare sia la logica, sia la creatività, abbracciando l&#8217;intuizione ma anche la sensibilità. McGilchrist paragona la relazione tra gli emisferi a quella tra un padrone e un emissario. Mentre l&#8217;emisfero sinistro analizza in dettaglio, rappresentando il mondo come entità separate, l&#8217;emisfero destro percepisce il contesto e comprende le relazioni. La qualità della nostra attenzione è cruciale in questo equilibrio. Se si inclina troppo verso un lato, si perdono alcune capacità, mentre se inclina verso l&#8217;altro, si possono sottovalutare altri aspetti come la chiarezza e la capacità di analisi. La qualità della nostra attenzione è più che mai fondamentale. Piattaforme come i social media sono progettate per catturare la nostra concentrazione, ma spesso lo fanno in modo frammentario e non aiutano certo a contestualizzare i concetti. Dunque è bene sorvegliare gli effetti che la tecnologia ha su di noi umani, in particolare sulla perdita di attenzione, perché la sfida è lì: non rinunciare alle nostre abilità essenziali, ma nemmeno agli effetti benefici dell’innovazione tecnologica. Sembra un equilibrio facile da trovare, ma non lo è. Guardare solo ai rischi della tecnologia è un errore di prospettiva che rischiamo di pagare caro. È necessario al tempo stesso agire da subito per dare valore alle enormi potenzialità che il nostro cervello è in grado di esprimere. Dobbiamo difendere le nostre capacità di apprendimento. Ok?</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-12806 aligncenter" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-300x200.jpeg" alt="Tempi memorabili - Emanuele Bevilacqua" width="992" height="661" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-300x200.jpeg 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-247x165.jpeg 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-510x340.jpeg 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-1024x683.jpeg 1024w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-768x512.jpeg 768w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9-391x260.jpeg 391w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2024/03/thumbnail-9.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 992px) 100vw, 992px" /></p>
<h2 style="text-align: justify;">Breve storia di un successo editoriale</h2>
<p style="text-align: justify;">All’inizio ho accennato a due strumenti che dobbiamo imparare a usare uno è certamente l’attenzione. Ma qual è l’altro? L’altro riguarda le nostre passioni. Qui non abbiamo una neuroscienza delle passioni. E quindi me la caverò raccontando una breve storia che riguarda quattro ragazze e ragazzi italiani. Intorno ai 24/25 anni di età, hanno inventato un giornale perché in giro non trovavano nulla da leggere che fosse interessante per loro. Il magazine è un settimanale che da 30 anni viene pubblicato con grande successo in Italia e si chiama Internazionale. Come è nato il magazine? Questi ragazzi pensano che il giornale adatto a loro debba parlare dei fatti del mondo e farlo in modo chiaro, ma anche completo. Chi è in grado di scrivere un giornale così? Nessuno naturalmente. Quindi l’unica soluzione possibile era quella di scegliere dai giornali di tutto il mondo gli articoli che i ragazzi avrebbero voluto leggere, pagare una royalty all’editore che pubblica gli articoli originali e poi tradurre tutto in italiano. Così nasce Internazionale, dalla passione e dall’entusiasmo per il giornalismo di qualità di quattro esordienti. Il risultato? Un disastro economico e vendite scarse. Dopo i primi sei mesi il giornale andava chiuso, perché non funzionare quasi nulla e i debiti si accumulavano. Io li ho incontrati in quel momento e abbiamo lavorato insieme per qualche mese. I lettori erano pochi, ma fedeli. Se hai lettori fedeli puoi costruire quello che vuoi e lo abbiamo fatto. Tuttavia non è tanto importante come abbiamo fatto a trasformare un fallimento in una vittoria, questo riguarda alcuni aspetti tecnici dell’editoria che oggi non serve sapere. Le regole sono cambiate tante volte nel corso degli ultimi anni, oggi servono altri strumenti, ma sempre l’attenzione e la passione. Quello che è utile sapere è l’atteggiamento di quei ragazzi di allora. Quando era chiaro che ce l’avremmo fatta a restare sul mercato e che si cresceva molto bene, erano molto felici. E mi dissero: “Se non ce l’avessimo fatta sarebbe stata comunque una bella avventura e una grande esperienza. E saremmo andati a inventarci qualcosa di nuovo comunque”. Se passate dalle parti della Stazione Termini a Roma, troverete la redazione di Internazionale. Io ho lavorato per 25 anni con loro &#8211; fino a pochi anni fa &#8211; e ogni volta che passo da quelle parti guardo le finestre sulla piazza, sorrido e penso a quei giorni lontani. Penso a tutti i ragazzi che negli ultimi 30 anni sono andati a lavorare lì o che sono passati di là e poi sono andati a costruire il loro sogno altrove. Immaginare, creare, generare è questo che rende noi umani liberi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Testo tratto dall&#8217;intervento di Emanuele Bevilacqua, autore di <a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/" target="_blank" rel="noopener">&#8221;Attenzione e potere&#8221;</a>, al Global Citizens Model UN presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Bevilacqua ha parlato a un pubblico di circa 2.000 persone, per lo più giovani con professori e delegati dai cinque continenti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="nEqs564FNv"><p><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/">Attenzione e potere</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Attenzione e potere&#8221; &#8212; Luiss University Press" src="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/attenzione-e-potere-cultura-media-mercato-nella-era-della-distrazione-di-massa/embed/#?secret=DrF73XSs2j#?secret=nEqs564FNv" data-secret="nEqs564FNv" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/">Tempi memorabili – Emanuele Bevilacqua</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/tempi-memorabili-attenzione-potere-emanuele-bevilacqua-discorso-new-york/">Tempi memorabili &#8211; Emanuele Bevilacqua</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 16:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proponiamo un estratto da I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita di Veronica Barassi. Viviamo in un periodo storico in cui ogni traccia lasciata da noi e dai nostri figli viene trasformata in dati. Per la prima volta stiamo creando una generazione “datificata” da prima della nascita. I dati dei nostri bambini vengono aggregati, [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Proponiamo un estratto da </strong></em><strong>I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita </strong><em><strong>di Veronica Barassi. Viviamo in un periodo storico in cui ogni traccia lasciata da noi e dai nostri figli viene trasformata in dati. Per la prima volta stiamo creando una generazione “datificata” da prima della nascita. I dati dei nostri bambini vengono aggregati, scambiati, venduti e trasformati in profili digitali, sempre più utilizzati per giudicarli e decidere aspetti fondamentali della loro vita. Veronica Barassi riflette su questa trasformazione epocale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi.</strong></em></p>
<p style="text-align: center;">__________________________________________________________</p>
<p>Il giorno del Ringraziamento del 2016 ho scoperto di esser incinta della mia seconda figlia, e Google l’ha saputo prima dei miei genitori e di mia sorella. Eravamo in partenza per un lungo weekend fuori Los Angeles e in macchina, mentre raggiungevamo l’hotel, mi è venuta una preoccupazione improvvisa. Sapevo che sarei partita da lì a poco per l’Italia e ho pensato che un viaggio di quattordici ore in aereo potesse fare male al bambino.</p>
<p>Ero in ansia, avevo bisogno di una risposta e l’ho cercata su Google. Mentre mio marito guidava ho consultato diversi siti, passando da storie tragiche di aborti spontanei in v<span style="font-weight: 400;">olo a consigli rassicuranti di fonti specializzate. Appena arrivati in hotel sono stata colta da un altro dubbio: “Posso usare una vasca idromassaggio nei primi giorni di gravidanza? Quali sono i rischi?”. La maggior parte delle risposte alle mie domande le ho trovate su </span><a href="https://www.babycenter.com/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">BabyCenter</span></a><span style="font-weight: 400;">, un sito che offre informazioni sulla gravidanza e sul periodo neonatale molto frequentato dalle famiglie del Regno Unito e degli Stati Uniti, con più di cento milioni di utenti nel mondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre cercavo le informazioni che mi servivano sapevo bene che qualsiasi click su BabyCenter sarebbe stato rimandato a Google, Amazon, AppNexus, DoubleVerify e via dicendo. Lo sapevo perché avevo appena finito una ricerca sulle app per la gravidanza, e ne avevo studiato le diverse policy e condizioni di utilizzo, incluse quelle di BabyCenter.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non avevo ancora dato la notizia alla mia famiglia, ma quelle poche ricerche </span><span style="font-weight: 400;">erano bastate per fare in modo che Google e tutti i data-tracker di internet mi profilassero come “soggetto in gravidanza”. </span><b>Mia figlia stava venendo tracciata da prima della nascita, e io ne ero ben consapevole e in parte responsabile, perché non riuscivo a rinunciare a interrogare Google. </b><span style="font-weight: 400;">Nei nostri mondi digitali, moltissimi genitori si trovano nella mia situazione: </span><span style="font-weight: 400;">quando scegliamo di fare una ricerca, Google o il download dell’ultima app per la gravidanza espongono i nostri figli a un tracciamento e a una raccolta dati senza precedenti, che a volte comincia quando ancora non sono venuti al mondo. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Il processo di tracciamento e datificazione dei bambini ha origine proprio dalle nostre abitudini digitali, dall’uso che facciamo delle app sui nostri smartphone, dalle nostre ricerche online, dai nostri post sui social media e dalle cose che diciamo ai nostri assistenti virtuali. Proteggere i nostri figli da tutto questo è diventato difficilissimo anche quando scegliamo di non utilizzare le app o di fare ricerche su Google.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo ha dimostrato Janet Vertesi, docente di sociologia di Princeton, quando nel 2014 ha cercato di </span><a href="https://www.forbes.com/sites/kashmirhill/2014/04/29/you-can-hide-your-pregnancy-online-but-youll-feel-like-a-criminal/?sh=7d0f88ad21f3" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">mantenere segreta la sua gravidanza</span></a><span style="font-weight: 400;"> ai bot, ai tracker, ai cookie e agli altri data sniffers che alimentano i database utilizzati per la pubblicità mirata. Vertesi era consapevole del fatto che le donne incinte sono tracciate più degli altri utenti, perché le aziende </span><span style="font-weight: 400;">preposte alla raccolta e alla vendita dei dati stimano che id</span><span style="font-weight: 400;">entificare un “soggetto in gravidanza” equivalga a conoscere l’età, il sesso e la posizione di 200 utenti generici. In un </span><a href="https://time.com/83200/privacy-internet-big-data-opt-out/" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">articolo pubblicato sulla rivista </span><i><span style="font-weight: 400;">Time</span></i></a><i><span style="font-weight: 400;">, </span></i><span style="font-weight: 400;">Vertesi ha spiegato che cercare di nascondere la sua gravidanza l’ha fatta apparire e sentire come una criminale, perché per accedere </span><span style="font-weight: 400;">ai contenuti di BabyCenter è dovuta ricorrere a diversi escamotage, come, per esempio, l’utilizzo di Tor, il software che permettere di navigare in rete in maniera anonima. Grazie al suo esperimento, Vertesi è arrivata alla conclusione che cercare di nascondere la sua gravidanza era quasi impossibile per vie legali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il giorno del Ringraziamento del 2016, quando ho scelto di cercare le informazioni su Google, ero a conoscenza dell’esperimento di Vertesi e sapevo benissimo che </span><b>provare a nascondere la mia gravidanza sarebbe stato non solo difficile, ma molto probabilmente inutile, perché le mie figlie venivano sorvegliate, tracciate e profilate in modi che sfuggono </b><b>totalmente al mio controllo.</b> <b>Ma cosa succede ai dati dei bambini? </b><b>Chi li controlla? Come funziona il sistema?</b></p>
<h3><b><i>Datificati da prima della nascita: il ruolo delle app</i></b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’aprile del 2019 il Washington Post ha pubblicato la</span><a href="https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/?next_url=https%3a%2f%2fwww.washingtonpost.com%2ftechnology%2f2019%2f04%2f10%2ftracking-your-pregnancy-an-app-may-be-more-public-than-you-think%2f"><span style="font-weight: 400;"> storia di Diana Diller</span></a><span style="font-weight: 400;">, u</span><span style="font-weight: 400;">na signora di trentanove anni residente a Los Angeles che aveva ricevuto dal suo datore di lavoro un incentivo di un dollaro al giorno in voucher per incoraggiarla a usare l’app di gravidanza Ovia. Si tratta di una pratica comune negli Stati Uniti, dove l’assicurazione sanitaria è molto spesso legata al posto di lavoro e quindi le aziende incoraggiano gli impiegati a usare diverse app mediche, conosciute in inglese come </span><i><span style="font-weight: 400;">mHealth </span></i><span style="font-weight: 400;">(mobile Health) in linea con i programmi aziendali wellness. Diana Diller non ci ha pensato molto: ha scaricato Ovia, accettandone i termini di utilizzo, e ha riportato tutte le informazioni sulla sua gravidanza e sul suo bambino, senza pensare che, così facendo, anche il suo datore di lavoro avrebbe avuto accesso alle informazioni che condivideva sull’app. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Negli Stati Uniti diverse aziende stanno facendo accordi con le compagnie mHealth e offrono incentivi per utilizzare le app proprio per avere accesso a dati sulla salute dei loro dipendenti. Un’azienda come Ovia condivide con i datori di lavoro le informazioni raccolte attraverso l’app in forma aggregata, ovvero anonima. Superficialmente, simili incentivi e pratiche digitali sembrano innocue, eppure i rischi per la privacy individuale sono enormi. I dati aggregati, infatti, possono essere ri-identificati, soprattutto in quelle aziende con un piccolo numero di dipendenti o in quegli ambienti di lavoro dov’è possibile raccogliere altre </span><span style="font-weight: 400;">informazioni sulle gestanti durante le conversazioni tra colleghi, e quindi incrociare queste informazioni con i dati aggregati.</span></p>
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				<a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/i-figli-dellalgoritmo/" aria-label="I figli dell&#039;algoritmo"><img decoding="async" width="247" height="344" src="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-247x344.jpg" class="attachment-woocommerce_thumbnail size-woocommerce_thumbnail" alt="I figli dell&#039;algoritmo" srcset="https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-247x344.jpg 247w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-510x710.jpg 510w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-216x300.jpg 216w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-736x1024.jpg 736w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-768x1069.jpg 768w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-300x417.jpg 300w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001-600x835.jpg 600w, https://luissuniversitypress.it/wp-content/uploads/2021/10/barassi_copertina_05-1-1_page-0001.jpg 904w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /></a>
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			Internet e cultura digitale		</p>
	<p class="name product-title woocommerce-loop-product__title"><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/i-figli-dellalgoritmo/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link">I figli dell&#8217;algoritmo</a></p></div><div class="price-wrapper">
	
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<p><span style="font-weight: 400;">Al momento del download, Diana Diller non aveva pensato a tutto questo. Nella sua intervista apparsa sul Washington Post racconta che la sua scelta di usare Ovia – per quanto a posteriori le sembrasse naïve – in realtà era dovuta al fatto che lei aveva creduto davvero che la sua azienda “la stesse incoraggiando a prendersi cura di sé”. È proprio quest’idea della cura di sé e dei propri bambini che viene maggiormente enfatizzata </span><span style="font-weight: 400;">dal business delle app mediche, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. </span><a href="https://www.grandviewresearch.com/industry-analysis/mhealth-market" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">Un’indagine di Grand View Research</span></a><span style="font-weight: 400;"> pubblicata nel febbraio del 2021 stima il valore totale del mercato delle mHealth nel 2020 in 45,7 miliardi di dollari e prevede un tasso di crescita annuale </span><span style="font-weight: 400;">del 17,6 per cento tra il 2021 e il 2028. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il FemTech – ovvero il settore delle app di gravidanza, maternità e salute dedicato alla donna – costituisce una parte significativa di questo mercato che, secondo Emergen Research, </span><a href="https://www.emergenresearch.com/industry-report/femtech-market" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">nel 2027 varrà 60 miliardi di dollari</span></a><span style="font-weight: 400;">. Una crescita così rapida indica che milioni di donne in tutto il mondo usano queste app, perciò se vogliamo capire il fenomeno della datificazione dei bambini dobbiamo cominciare proprio da qui. </span><span style="font-weight: 400;">Il tracciamento medico dei nascituri e delle donne incinte non è certo una novità. Come fa notare la sociologa Deborah Lupton, è da secoli che i non (ancora) nati vengono monitorati, analizzati e datificati, da parte della ricerca scientifica (medici e ospedali) e delle </span><span style="font-weight: 400;">stesse famiglie che in passato hanno documentato la gravidanza della futura mamma e i primi mesi di vita del neonato attraverso diari, fotografie, video amatoriali e altro. Quando è nata mia figlia, mia madre mi ha mostrato i quaderni dove lei annotava la mia routine quotidiana nei miei primi giorni di vita: quanto crescevo in peso e altezza, quanto </span><span style="font-weight: 400;">avessi mangiato e dormito e così via. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le informazioni su quei quaderni ingialliti dal tempo non sono molto diverse da quelle che vengono condivise sulle app dai genitori al giorno d’oggi. Eppure, ci sono due grandi differenze rispetto al passato. Da una parte le famiglie che usano queste app possono aggregare in un’unica banca dati informazioni che prima </span><span style="font-weight: 400;">erano raccolte in luoghi diversi: informazioni mediche (come le prime ecografie, le dimensioni del feto, il numero di calci…), informazioni sulla routine quotidiana (quello che hanno mangiato le gestanti o i neonati, quanto hanno dormito…), informazioni psicologiche e personali (oscillazioni o cambiamenti di umore, pensieri, progetti futuri…) e informazioni </span><span style="font-weight: 400;">più mondane (liste della spesa, idee regalo, organizzazione di feste…). Dall’altra parte, mentre i quaderni ingialliti dal tempo utilizzati da mia madre sono rimasti chiusi in un cassetto, i dati che i genitori condividono attraverso le app vengono tracciati e condivisi da una grande quantità di aziende a livello globale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindi, anche se il tracciamento della gravidanza e dei neonati esiste da molto tempo, le mHealth app hanno trasformato questa pratica storica in modo significativo, mettendola a servizio del business di raccolta e rivendita dei dati.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Nel marzo del 2019, i risultati di una <a href="https://www.bmj.com/company/newsroom/study-finds-serious-problems-with-privacy-in-mobile-health-apps/">ricerca pubblicata sul British Medical Journal </a>hanno dimostrato come su 24 app mHealth, 19 hanno condiviso i dati degli utenti con i loro partner e fornitori di servizi (terze parti), i quali hanno a loro volta condiviso i dati con 216 “quarte parti”, tra cui società tecnologiche multinazionali, società di pubblicità digitale, società di telecomunicazioni e un’agenzia di credito (sì, le agenzie di credito stanno raccogliendo i dati dei bambini prima della loro nascita!).</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Di tutte queste 216 quarte parti, solo tre appartenevano al settore sanitario. Il documento ha inoltre dimostrato che i dati sono stati condivisi con diverse aziende Big Tech, tra cui Alphabet (Google), Facebook e Oracle, tutte in grado di aggregarli facilmente sotto un unico </span><span style="font-weight: 400;">profilo ID (Grundy et al., 2019). Durante la mia ricerca, ho incontrato molti genitori consapevoli di tutto questo  Come mai, dunque, sentivano comunque il bisogno di utilizzare queste tecnologie?</span></p>
<h3><b>Perché le famiglie usano le app di tracciamento?</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Katie, mamma di un bambino di sei mesi e di un ragazzino di tredici anni, mi ha raccontato un giorno di essere entusiasta del baby-tracker che usava, perché era un’app che le permetteva di condividere tutte le informazioni di suo figlio con il marito e la babysitter, e di sapere esattamente quanto il bambino avesse mangiato, dormito, giocato eccetera. Mi ha pure spiegato di utilizzare l’app per mostrare le statistiche al pediatra nel caso ci fossero cambiamenti o evoluzioni da notare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno degli aspetti più affascinanti dell’intervista è stato registrare il suo entusiasmo per il tracciamento, il fatto che dichiarasse apertamente di “amare i dati e le statistiche” e che giustificasse tutto questo spiegando che la raccolta e analisi dei dati le davano una “sensazione di sicurezza e controllo”. Katie ovviamente non è la sola a pensarlo; la raccolta dati è spesso collegata a un bisogno di controllo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo è emerso chiaramente nei commenti online che ho analizzato. Molti descrivevano l’app di gravidanza che usavano come “una fonte importante di informazioni a cui non posso rinunciare”, altri come “un grande supporto”, una mamma l’ha definita addirittura “la mia migliore amica”. I commenti che ho analizzato mi hanno fatto notare quanto fosse rassicurante la raccolta dati in un momento della vita che di solito è pieno di ansie e incertezze. “Sono una persona ansiosa per natura” scrive una utente dell’app What To Expect. “Quindi, come futura mamma, la mia ansia è fuori controllo! Questa app ha una risposta a ogni domanda che mi viene in mente, anzi conosce anche le domande </span><span style="font-weight: 400;">che non mi sono ancora venute in mente.” </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Le aziende che producono queste app e che incoraggiano i loro utenti a “raccogliere il maggior numero di dati possibili” sono consapevoli del fattore umano e lo sfruttano vendendo “certezze” e rassicurazioni. </span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">È per questo che offrono accesso a vari tipi di articoli di natura medico-scientifica e il supporto di “esperti” Le famiglie non usano queste app solo per un bisogno di controllo, molto spesso le usano anche per la loro dimensione interattiva e partecipativa. Quando ho condotto la mia ricerca, ho notato che molti commenti degli utenti non venivano scritti da donne incinte, ma da mariti, future nonne, future zie e via dicendo. Una futura nonna, per esempio, scriveva di come l’app “mi aiuta a ricordare il passato e a condividere l’esperienza con mia figlia incinta”. Un’altra utente si presentava come “la figlia di una mamma in attesa di un figlio” e raccomandava “di utilizzare l’app a tutti quelli che hanno una gravidanza in famiglia”. Un padre raccontava di come l’app “mi permette di capire meglio l’esperienza della mia compagna” e aggiungeva: “Quando diventerà mia moglie e il bambino sarà nato, ci ricorderemo di quest’app”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i tanti commenti entusiasti e quelli che invece si lamentavano per i problemi tecnici, ricordo di essere rimasta particolarmente colpita dalle parole di un neopapà lasciate sull’app MyPregnancy che gettavano una luce più sinistra sull’uso di queste app come forma interattiva: “L’app ha un sacco di informazioni sugli alimenti che si dovrebbero mangiare e su </span><span style="font-weight: 400;">come mantenere la madre e il bambino in salute. […] Mia moglie è infastidita </span><span style="font-weight: 400;">dal fatto che ho accesso a tutte queste informazioni quando le ricordo cosa dovrebbe mangiare per la corretta alimentazione sua e del bambino”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho trovato questo commento particolarmente interessante. Una delle cose meravigliose dell’antropologia sta proprio nel fatto che i piccoli dettagli quotidiani che emergono durante la ricerca sul campo – che si tratti di una storia, di un’esperienza o anche di un semplice gesto o sguardo – molto spesso parlano delle grandi trasformazioni sociali e storiche che ci troviamo a vivere. Appena ho letto il commento del neopapà su MyPregnancy ho pensato alla </span><a href="https://ojs.library.queensu.ca/index.php/surveillance-and-society/article/view/3359" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-weight: 400;">teoria di Mark Andrejevic sulla “sorveglianza</span> <span style="font-weight: 400;">laterale”</span></a><span style="font-weight: 400;">. Second</span><span style="font-weight: 400;">o lo studioso di scienza della comunicazione, i social media e altre tecnologie di raccolta dati, come le app, hanno </span><span style="font-weight: 400;">portato a una normalizzazione e interiorizzazione di pratiche di sorveglianza </span><span style="font-weight: 400;">che prima venivano utilizzate soprattutto da istituzioni governative, </span><span style="font-weight: 400;">come la polizia, o nel mondo del marketing, e ci siamo trovati </span><span style="font-weight: 400;">tutti a sorvegliare i nostri amici, conoscenti, familiari e figli. Il commento </span><span style="font-weight: 400;">del neopapà “entusiasta” di MyPregnancy ci fa notare che</span><b> quando le famiglie </b><b>usano le app di tracciamento non c’è più confine tra partecipazione </b><b>e sicurezza, sorveglianza e controllo. </b></p>
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<p><span style="font-size: 75%;">Da<em> I figli dell’algoritmo</em> di Veronica Barassi. In alto, illustrazione di copertina di Noma Bar. </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/">Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/i-figli-dell-algoritmo-veronica-barassi-estratto/">Sorvegliati dalla nascita. Chi controlla i dati dei bambini?</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Sisma di genere</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/genere-zero-uno-sadie-plant-anteprima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Apr 2021 22:56:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[cyberfemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
		<category><![CDATA[transizione digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che un niente da vedere [&#8230;] possa avere una qualche realtà è infatti insopportabile per l’uomo. Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna Negli anni Novanta, le culture occidentali furono di colpo scosse da una straordinaria sensazione di instabilità che coinvolgeva tutte le questioni sessuali: differenze, relazioni, identità, definizioni, ruoli, attributi, strumenti e scopi. Tutti i vecchi [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong>Che un niente da vedere [&#8230;] possa avere una qualche realtà è infatti insopportabile per l’uomo.</strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong>Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna</strong></p>
<p>Negli anni Novanta, le culture occidentali furono di colpo scosse da una straordinaria sensazione di instabilità che coinvolgeva tutte le questioni sessuali:<strong> differenze, relazioni, identità, definizioni, ruoli, attributi, strumenti e scopi</strong>. Tutti i vecchi stereotipi, le vecchie aspettative, il vecchio senso di identità e sicurezza furono messi in discussione: ciò ha regalato a molte donne opportunità economiche, abilità tecniche e potere culturale senza precedenti, e a molti uomini un mondo dagli scenari poco familiari, se non del tutto alieni.</p>
<p>Non si trattava né di una rottura rivoluzionaria né di una mutazione evoluzionistica. Era qualcosa che scorreva su faglie invisibili molto più ampie e profonde, ed è impossibile imputare a un singolo fattore il merito – o la colpa – di un processo che ha minato il concetto stesso di cambiamento culturale, al punto da essere definito <strong><em>genderquak</em><em>e</em>, un sisma di genere</strong>. A giocare un ruolo cruciale e affascinante nella nascita di questa nuova cultura sono state le macchine, i media e i mezzi di comunicazione che compongono le tecnologie emerse nel corso degli ultimi due decenni, variamente chiamate alte tecnologie, tecnologie dell’informazione, tecnologie digitali o semplicemente nuove tecnologie. Non è una questione di determinismo tecnologico, o di determinismo in generale. Anzi, le tecnologie hanno sempre avuto lo scopo di preservare o migliorare lo status quo, non certo quello di sovvertirlo. Se i computer hanno intrapreso vie diametralmente opposte a quelle che un tempo relegavano le donne in casa è stato nonostante la loro tendenza a ridurre, oggettificare e regolare ogni cosa.</p>
<p>Sotto certi aspetti l’impatto di queste nuove macchine è stato immediato e del tutto evidente. In Occidente il declino dell’industria pesante, l’automazione della manifattura, l’emergere del settore terziario e l’ascesa di una miriade di nuove industrie nel campo della manifattura e dell’informazione hanno causato una progressiva svalutazione di quelle caratteristiche che un tempo garantivano un alto ritorno economico. Alla domanda di forza muscolare ed energia ormonale è subentrata quella di velocità, intelligenza, e doti interpersonali e comunicative. Al contempo tutte le strutture, le gerarchie e le certezze garantite dai lavori tradizionali sono state spazzate vie dalle nuove modalità di lavoro, part time e discontinui, che privilegiano l’indipendenza, la flessibilità e l’adattabilità. Queste tendenze hanno avuto un grande impatto sia sui lavoratori specializzati sia su quelli non specializzati. E, dato che fino a non troppo tempo fa gran parte della forza lavoro full time e a tempo indeterminato era maschile, sono stati soprattutto gli uomini a pagare le spese di questi cambiamenti, anche in termini psicologici; parallelamente, sono state le donne a trarne maggior vantaggio.</p>
<p>Queste tendenze non sono certo inedite. Dopo la rivoluzione industriale, in ogni successiva fase del progresso tecnologico, più le macchine si sono fatte sofisticate, più la forza lavoro è diventata femminile.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">L’automazione è stata accompagnata da quella che spesso viene definita “<strong>femminilizzazione della forza lavoro</strong>”, fin da quando le prime lavoratrici azionarono le prime macchine automatiche; pertanto lo spauracchio della disoccupazione, onnipresente nei dibattiti sull’innovazione tecnologica, ha sempre riguardato i lavoratori maschi piuttosto che le loro colleghe.</span></p></blockquote>
<p>Non è mai successo invece che i lavoratori fossero superati in numero dalle lavoratrici, come pare accadrà nel Regno Unito e negli USA entro la fine del secolo. E questo ribaltamento delle proporzioni porta con sé non solo un potere economico senza precedenti, ma anche un cambiamento radicale nello status delle lavoratrici, l’erosione del monopolio maschile su determinate mansioni, e una nuova considerazione per quelli che un tempo erano considerati impieghi “per arrotondare”, destinati alle donne che volevano integrare lo stipendio dei mariti.</p>
<p>Molte di queste tendenze hanno avuto un ruolo anche nell’ascesa di quello che l’Occidente, dall’alto della sua posizione, chiamava “l’altro lato del mondo”. Quando per la prima volta le culture del Vecchio Mondo bianco cominciarono ad accorgersi dell’esistenza di quella parte del mondo, le cosiddette “Tigri asiatiche” – Singapore, Malesia, Tailandia, Corea, Taiwan e Indonesia – stavano già guadagnando terreno in un gioco economico che per almeno duecento anni era stato dominato dall’Occidente. E questa non è che la punta dell’iceberg di cambiamento che vede entrare in gara molte altre regioni: Cina, India, Africa orientale e meridionale, Europa dell’Est, Sudamerica. Dato che bastano gli abitanti della Cina e dell’India a superare in numero quelli del Vecchio Mondo bianco, restano pochi dubbi sul fatto che i giorni di gloria dell’impero occidentale sono morti e sepolti.</p>
<p>Anche queste regioni hanno sperimentato la loro versione del <em>genderquake</em>. E mentre i vari fondamentalismi politici e religiosi fanno di tutto per mantenere immutato lo status quo, sono poche le regioni del mondo in cui le don- ne non si stanno affermando con straordinaria inventiva senza precedenti e, molto spesso, con grande successo. Se le donne occidentali sognavano un cambiamento da trecento anni, le asiatiche ricoprono ruoli che solo un decennio fa sarebbero stati impensabili. A metà degli anni Novanta il 34% dei lavoratori autonomi in Cina era composto da donne, e il 38% delle manager di Singapore gestivano aziende proprie. La principale catena di hotel della Tailandia, la più grande compagnia di taxi dell’Indonesia, i due più importanti gruppi editoriali di Taiwan erano di proprietà di una donna. In Giappone le donne venivano ancora trattate come “fiori da ufficio”, e costituivano solo lo 0,3% dei consigli di amministrazione, e appena il 6,7% del Parlamento. Ma il mutamento sessuale era evidente anche lì: 5 milioni donne possedevano un’azienda, delle nuove aziende cinque su sei erano fondate da don- ne, ed era in corso “una rivoluzione senza marce o manifesti”.</p>
<p>Simili cambiamenti incontrano una fortissima resistenza ogni volta e in ogni luogo in cui avvengono. Quando all’inizio degli anni Novanta gli effetti cominciarono a farsi sentire, ci furono uomini che reagirono stizziti e andarono in TV a lamentarsi di una presunta cospirazione ai loro danni architettata da donne e robot per privarli della loro virilità. Un’indagine degli anni Novanta ha rivelato che un padre su due reputava che “il marito dovrebbe mantenere la famiglia e la moglie dovrebbe badare alla casa e ai bambini”; molte donne non uscivano di casa la sera per via del rischio di subire aggressioni; la violenza domestica era una cosa frequente; e in Gran Bretagna, i sussidi statali insufficienti uniti agli alti costi e alla scarsità delle strutture per l’infanzia impedivano a molte donne di lavorare, studiare, o – non sia mai – divertirsi.</p>
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			Internet e cultura digitale		</p>
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<p>Sempre più donne, un numero mai visto prima, cercavano di conciliare figli, istruzione e lavoro, ma molte lavoratrici si ritrovavano a svolgere i lavori che gli uomini rifiutavano perché precari, part time e mal retribuiti. Negli Stati Uniti quasi la metà delle lavoratrici svolgeva in ambito tecnico, commerciale o amministrativo lavori di secondo piano, e la disparità di salari era ancora smaccata: nel 1992 le donne americane guadagnavano ancora 75 centesimi a fronte di ogni dollaro guadagnato dagli uomini, e sebbene la presenza femminile in ruoli specializzati fosse passata dal 40% del 1983 al 47% del 1993 le donne che ricoprivano ruoli dirigenziali o incarichi pubblici rilevanti erano ancora poche; solo il 10% dei membri del Congresso degli Stati Uniti era costituito da donne, e il parlamento del Regno Unito ne contava tra i suoi membri solo 60.</p>
<p>Numerosi settori dell’istruzione, della politica e del business sembravano afflitti da così tanti retaggi arcaici e soffitti di vetro da far sentire indesiderate anche le donne più caparbie. Nelle università le donne avevano in media voti migliori degli uomini, ma erano relativamente poche quelle che conquistavano titoli di studio avanzati; erano più numerose e avevano più successo nelle lauree di primo livello, ma ave- vano meno successo quando si trattava delle candidature ai dottorati. Anche le donne in carriera di successo avevano una più alta probabilità di lasciare il lavoro rispetto ai colleghi maschi.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Ma se questi erano i punti focali tradizionali, molte donne avevano già puntato lo sguardo molto oltre. Se in passato gli uomini avevano trovato nel lavoro un senso di identità, le donne non solo erano meno in grado ma anche meno disposte a lasciarsi definire dall’impiego. </span></p></blockquote>
<p>Molte di loro cercavano attivamente ogni occasione per fare e disfare la propria carriera lavorativa, e non necessariamente nel nome degli impegni familiari; spesso lo facevano per <strong>liberare il proprio tempo e il proprio potere economico da vincoli esterni</strong>. Magari c’erano uomini ancora convinti che precludendo alle donne l’accesso alle alte sfere di università, aziende e istituzioni pubbliche avrebbero tutelato la propria posizione di potere, ma non era più così scontato che i ruoli ai vertici fossero quelli più rilevanti o più desiderabili.</p>
<p>Lauree e dottorati non bastavano più a garantire il successo nel mondo del lavoro, e il mondo accademico appariva sempre più marginale. I dirigenti aziendali stavano via via diventando piccole pedine in giochi economici globali. E per quanto riguarda le attrattive del servizio pubblico, chi avrebbe mai potuto dissentire con le giovani donne quando sostenevano che “la politica è tutte chiacchiere e niente azione”? Semplicemente sentivano di avere di meglio da fare.</p>
<p>Per esempio cose più remunerative: tra il 1970 e il 1990 negli Stati Uniti le piccole aziende di proprietà di una donna passarono dal 5% al 32%, mentre in Gran Bretagna nel 1994 quasi il 25% del lavoro autonomo era svolto da donne, il doppio rispetto al 1980. Sfruttando le competenze, i contatti e le esperienze accumulati da dipendenti, nel lavoro autonomo queste donne avevano in media molto più successo dei colleghi maschi: negli Stati Uniti, dove la maggior parte delle aziende falliva, quelle di proprietà di donne godevano di un tasso di successo dell’80% e impiegavano nel complesso più persone delle cinquecento aziende incluse nella lista di <em>Fortune</em>.</p>
<p>Non avendo avuto altra scelta se non esplorare continuamente nuove strade, correre rischi, cambiare lavoro, acquisire nuove competenze, mettersi in proprio, ed entrare e uscire dal mercato del lavoro più frequentemente dei colleghi maschi, le donne sembrano “molto più preparate, culturalmente e psicologicamente” alle nuove condizioni economiche emerse alla fine del Ventesimo secolo. Si ritrovano già esperte in un gioco economico nel quale autonomia, part time, precarietà, competenze multiple, flessibilità, e massima adattabilità erano di colpo requisiti indispensabili alla sopravvivenza. Le donne erano state in testa alla corsa fin da quando avevano iniziato a la- vorare, pronte a questi cambiamenti molto prima che si verificassero, come se da sempre avessero lavorato in un futuro che i colleghi maschi avevano appena iniziato a intravedere. Forse erano davvero il secondo sesso, se per secondo si intende ciò che viene cronologicamente dopo il primo.</p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>“Lascia che si faccia una dormita, Armitage” disse la donna dal suo futon. I pezzi della Fletcher erano sparpagliati sulla seta come un puzzle costoso. “Non vedi che sta cadendo a pezzi?”</em></strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>William Gibson, Neuromante</em></strong></p>
<p>Ma c’era ben altro in serbo. Quando gli uomini restarono orfani del potere economico e del privilegio sociale che un tempo li rendevano partner sessuali appetibili, addirittura necessari, la conta degli spermatozoi precipitò insieme al tasso di natalità, e l’energia ormonale e la forza muscolare un tempo così utili si trasformarono di colpo in debolezze. Ora le donne diventavano madri alle loro condizioni, o non lo diventavano fatto. Le relazioni eterosessuali perdevano stabilità, fiorivano legami queer, fiorì una rigogliosa foresta di parafilie e cosiddette perversioni, e se non esisteva più un unico modo per fare sesso, anche i due sessi tradizionali sembravano ormai troppo pochi. Qualsiasi cosa si proclamasse normale era diventato strano.</p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>Adesso era completamente smarrito, e il disorientamento spaziale suscitava un particolare terrore nel cowboy.</em></strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>William Gibson, Neuromante</em></strong></p>
<p>Tutto stava cadendo a pezzi. Loro si stavano sfaldando. Tutto si muoveva troppo, troppo in fretta. Doveva essere un tranquillo mondo regolamentato ma di colpo sembrava fuori controllo. Credevano di essere al comando ma tutto gli stava sfuggendo di mano. C’era qualcosa di sbagliato. Stavano perdendo tutto: il senso di sicurezza e identità, la presa sulle cose, i piani futuri e perfino il lavoro. Non riuscivano più a capire il senso di nulla. Cos’altro potevano fare i signori del Vecchio Mondo bianco?</p>
<p>Raddoppiare gli sforzi, ricercare la sicurezza, rinsaldare e perfezionare i loro poteri: ma più lottavano per adattarsi e sopravvivere, più velocemente il clima sembrava cambiare; più cercavano di riprendere il controllo, più la loro narrazione perdeva il filo; più vicini arrivavano a vivere il sogno, più debole si faceva la loro presa sul potere. Era possibile che, a dispetto del loro lavoro, delle loro speranze e dei loro sogni, ormai non fossero altro che “l’organo sessuale del mondo della macchina, come lo è l’ape per il mondo vegetale: gli permette il processo fecondativo e l’evoluzione di nuove forme”? E pensare a quanto tempo, quanto impegno, quanta fatica avevano sprecato per mantenere il controllo.</p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>E vedono semmai moltiplicarsi le macchine che a poco a poco li respingono fuori dai limiti della loro natura. E li mandano in- dietro ai loro monti, mentre esse popolano progressivamente la terra. Generando ben presto l’uomo come loro epifenomeno.</em></strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 40px;"><strong><em>Luce Irigaray, Amante marina</em></strong></p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;">In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@still_loony?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Nadiya Ploschenko</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/genere-zero-uno-sadie-plant-anteprima/">Sisma di genere</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/genere-zero-uno-sadie-plant-anteprima/">Sisma di genere</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Un gioco da ragazze: genere e videogiochi</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/connessione-claire-evans-estratto-gamer/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 16:27:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[controculture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Epistemologa del combattimento Brenda Laurel racconta due storie diverse sulla prima volta che vide un computer. Nella prima, ha dodici anni. È il giorno di Halloween, siamo in Ohio, è il 1962. Nel descrivere il suo costume – una pannocchia – dice, secca: “era l’epoca di Andy Warhol”. Il costume era stato confezionato dalla madre [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Epistemologa del combattimento</h2>
<p><strong>Brenda Laurel</strong> racconta due storie diverse sulla prima volta che vide un computer.</p>
<p>Nella prima, ha dodici anni. È il giorno di Halloween, siamo in Ohio, è il 1962. Nel descrivere il suo costume – una pannocchia – dice, secca: “era l’epoca di Andy Warhol”. Il costume era stato confezionato dalla madre con una rete metallica riempita di cotone giallo. Brenda riusciva a malapena a vedere dai due buchi ricavati per gli occhi, ma la madre l’aveva convinta che avrebbe vinto il primo premio come miglior costume nella sfilata che si teneva nel supermercato del paese. Una volta raggiunto il locale, però, era già stato premiato un altro ragazzino. La madre di Brenda, una “donna minuta e combattiva convinta che il mondo le puntasse sempre il fucile contro” andò a lamentarsi con il responsabile, il manager del negozio di hardware. Come premio di consolazione, l’uomo prese un oggetto dallo scaffale e glielo porse: una piccola scatola di plastica con la parola ENIAC stampata sopra. “È un computer” disse.</p>
<p>Il gioco ENIAC aveva un mazzo di carte, ciascuna contenente una domanda. La ragazzina ne prese una in cima al mazzo – “Qual è la distanza tra la Terra e la luna?” – la inserì nella macchina, e fece girare una manovella sul lato. La risposta fu sputata fuori dall’altro lato: era stampata sul retro della carta. Brenda non aveva colto il trucco, e non poteva sapere che il vero ENIAC avrebbe dato la risposta con l’aiuto di un gruppo di donne programmatrici. Ma rimase meravigliata all’idea di una macchina in relazione con il cosmo. “Ebbi un’epifania” ricorda. “Per un momento mi sono sentita catapultata fuori dalla mia gabbia, lontana dall’epoca dei sussidiari e delle macchine da scrivere e in un tempo glorioso in cui i computer avrebbero dato risposta alle nostre domande difficili.”</p>
<p>Nella seconda storia, è più grande. È la metà degli anni Settanta, e la donna sta studiando per il PhD in teatro alla Ohio State, una materia di studi adatta all’aspirante vincitrice di una sfilata di costumi. Uno dei suoi più cari amici, Joe Miller, lavora in un laboratorio di ricerca lì vicino, e una sera la porta in studio, dopo l’orario di lavoro, per mostrarle il secondo computer della sua vita. Dipingeva, nella sua descrizione, “pixel da Marte”. Proprio come si era immaginata il giocattolo dell’ENIAC della sua infanzia, era una macchina che parlava con le stelle. Cadde sulle ginocchia. “Qualsiasi cosa sia,” disse “ne voglio un pezzo”.</p>
<p>Fortunatamente per Brenda, Joe aprì una piccola società di sviluppo software, il tipo di società che esisteva prima del monopolio di Apple e Microsoft. Il suo negozio scriveva programmi per CyberVision, un computer primitivo che veniva venduto esclusivamente da Montgomery Ward, ormai finito nel dimenticatoio. Si collegava a un normale schermo televisivo – il telecomando del televisore aveva la doppia funzione di mouse – e i programmi erano in musicassette standard, o “cybersette” con dati e audio su canali diversi. Come personal computer, CyberVision precorreva i tempi. Offriva un’intera serie di programmi: software finanziari, giochi, strumenti per l’istruzione, e favole animate per bambini, tutto reso in pixel su 2K di RAM.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Le favole furono la prima incursione di Brenda nell’arte del software.</span></p></blockquote>
<p>Aveva studiato le favole a teatro, e la sua produzione itinerante di Robin Hood, messo in scena tra le querce del campus della Ohio State, era stata un successo per grandi e piccini. Nonostante la sua ignoranza in programmazione, Joe le chiese di andare a lavorare con lui, per progettare fiabe pixelate per CyberVision. Divenne la sua gavetta. “Senza sapere nulla è stato difficile”, si immerse nel mondo dell’informatica facendo “tutto, dal graphic design alla programmazione al preparare il caffè”. In quel periodo, il codice veniva tracciato a mano con carta e matita prima di essere convertito a mano nel linguaggio compreso dal microprocessore CyberVision CDP1802, un chip integrato utilizzato da una serie di microcomputer amatoriali e per i consumatori negli anni Settanta. Mentre tramutava <em>Riccioli d’oro e i tre orsi</em> in animazioni pixel a quattro colori, Brenda imparava i trucchi del mestiere.</p>
<p>In evidenza nel catalogo primaverile di Montgomery Ward nel 1978, l’originale CyberVision vendette nel primo anno diecimila copie, non male per un’azienda informatica di Columbus, Ohio. Ma il mercato dei personal computer era piccolo e la competizione serrata: Sears aveva i sistemi Atari, Radio Shack pubblicizzava i suoi computer Tandy, era appena cominciata l’età dell’oro delle sale giochi. Quando CyberVision chiuse nel 1979, Brenda non aveva ancora discusso la tesi. Ma non era importante, era diventata una game designer. Quando si trasferì in California per andare a lavorare alla Atari, vide l’oceano per la prima volta. [&#8230;]
<p>In California, Brenda progettava software per i computer Atari 400 e 800. Dal momento che Atari si era in origine fatta un nome coi videogame da sala giochi, l’azienda voleva che i suoi personal computer avessero la loro versione dei giochi più celebri, e Brenda impiegò un sacco del suo tempo e delle sue energie a eseguire il <em>porting</em> dei giochi Atari sui computer. La fecero impazzire: per come la vedeva, i giochi funzionavano già meglio su una console che costava un decimo. Quando il suo team riuscì a importare <em>Ms Pac Man</em>, andò dal presidente della divisione informatica e disse: “Sa una cosa? Non ce la faccio più. Lasci che le mostri una cosa.” Andò alla lavagna bianca ed elencò tutte le cose che pensava che Atari avrebbe dovuto fare con i computer da casa: finanza personale, istruzione, programmi di elaborazione testi. “E il tizio disse: ‘Il tuo stipendio è raddoppiato e risponderai direttamente a me’.”</p>
<p>Questo è il genere di salto tipico compiuto da Brenda: a piedi uniti. Quando decise che i sovrintendenti del dipartimento la volevano silurare, attraversò la strada per andare nel laboratorio di ricerca di Atari. A capo c’era Alan Kay, un informatico noto per il suo lavoro pionieristico nella programmazione orientata agli oggetti e per aver progettato finestre sovrapposte sul desktop di un computer. Kay prese Brenda sotto la sua ala, assicurandole diversi altri anni ad Atari. Nel laboratorio di Kay, progettò un sistema di intelligenza artificiale sulla base della Poetica di Aristotele, per generare nuovi scenari per giochi al computer. Da lì, <strong>passò ad Activision, dove produsse giochi come<em> Maniac Mansion</em>, e poi ad Apple, dove portò con sé alcuni dei suoi amici più radicali</strong> – come il pioniere dell’LSD Timothy Leary – a dialogare con il gruppo che si occupava di interfaccia neurale. A un certo punto riuscì anche a finire la sua tesi, in cui sosteneva che i programmi informatici sono come il teatro: hanno entrambi un copione, e nessuno dei due esegue o viene eseguito due volte nello stesso modo.</p>
<p>La casa di Brenda si raggiunge percorrendo per diversi chilometri una strada a una sola corsia che attraversa un bosco di madroni. C’è un labirinto disegnato con il gesso sul vialetto e uno scaffale di memorabilia di <em>Star Trek</em> in salotto. Sulla porta dell’ufficio, una placca recita BRENDA LAUREL, PH.D, EPISTEMOLOGA DEI COMBATTIMENTI, e in un armadietto basso sotto le scale tiene ceste di tessuto, lunghi rocchetti di nastro per festoni e fiori di plastica, accanto al filo verde per lo stelo. Dovemmo spostare tutto per prendere lo scatolone di plastica dietro, pieno di memorabilia di tipo diverso. Mi aveva promesso che avremmo potuto consultare gli archivi. Tutto quello che si trova nello scatolone è viola. Ci sono statuine, sottovuoto nella plastica. Ci sono mazzi di carte, collezioni di gemme opalescenti in sacchetti di velluto viola, e CD-ROM in scatole viola con nomi come<em> Rockett’s Tricky Decision</em> e <em>Rockett’s Adventure Maker</em>, un paio dei titoli realizzati quando era a capo della sua società di giochi per computer, <em>Purple Moon</em>. Mentre schiaccia il nastro e il tulle per chiudere l’armadio, io leggo la mission statement dell’azienda stampata sul retro di un disco.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"><em>Profonda amicizia. Amore per la natura. La certezza di essere cool. Il coraggio di sognare. Questo sono le ragazze. E questo condividono le ragazze quando scoprono le avventure di Purple Moon. Per questo Purple Moon è solo per ragazze.</em></span></p></blockquote>
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<h2>Purple Moon</h2>
<p>Nel 1992, Brenda ottenne un lavoro alla Interval Research, un think tank di Palo Alto finanziato dal cofondatore di Microsoft Paul Allen. Interval era tutta Ricerca e molto poco Sviluppo: i ricercatori vagavano avventurandosi nello studio di tecnologie che erano ancora lontane dall’essere ordinarie, come la telepresenza e i video interattivi. Brenda era appena uscita da un’avventura simile. Aveva fondato una società di realtà virtuale, Telepreence Research, che aveva chiuso dopo un anno. Si definisce spesso parte della schiera dei “manichini per le prove d’urto”, quei sognatori che provano a fare cose prima che siano economicamente percorribili. È “una corsa scomoda, ma bella e selvaggia” dice. Per quanto dolorose possano essere le conseguenze, i manichini per le prove d’urto vedono sempre prima di tutti quel che deve arrivare.</p>
<p>Brenda notò una cosa mentre provava a sviluppare la sua realtà virtuale: gli uomini e le donne sembravano viverla in modo diverso. “Quando intervistavo uomini a proposito della realtà virtuale,” mi racconta “in genere dicevano che era un’esperienza fuori dal corpo”. Quando invece ne parlava con le donne “di solito rispondevano che portano le loro funzioni sensoriali in un ambiente diverso”. Era una sfumatura, ma fu sufficiente perché Brenda cominciasse a pensare a <strong>genere e tecnologia</strong> e a come i piccoli squilibri di progettazione delle tecnologie abbiano un effetto netto più ampio su chi le usa, chi ne beneficia e chi ne approfitta. A Interval strinse ulteriormente il campo, e scelse di studiare una generazione di bambini che proprio allora vivevano in un mondo dominato dai personal computer – bambini come le sue figlie. Nei primi quattro anni alla Interval, Brenda pose una piccola domanda con grandi implicazioni: <strong>Perché le ragazzine non giocano ai videogiochi</strong>?</p>
<p>I giochi forniscono la prima esposizione pratica ai computer. Ma quando Brenda cominciava la sua avventura alla Interval Research, erano in preponderanza i maschi a usare molto il computer nelle scuole elementari. All’epoca i ricercatori scoprirono che mentre le ragazze tendevano a vedere il computer come un mezzo per compiere un’attività, come l’elaborazione di un testo, i ragazzi lo percepivano con maggiore probabilità come uno strumento per “giocare, programmare, e vedevano il computer come un strumento ricreativo”: un atteggiamento che genera familiarità e quindi maestria. Questa tendenza a considerare i computer territorio di nerd maschi emerse dalla lenta e lunga <strong>mascolinizzazione dell’ingegneria del software</strong>, e continuò a essere perpetuata nella cultura popolare, in film come <em>WarGames: Giochi di guerra</em>, <em>La rivincita dei nerd</em> e <em>La donna esplosiva</em>, in cui due adolescenti imbranati “programmano” la loro donna ideale, e nel marketing di dispositivi informatici e videogiochi negli anni Ottanta e Novanta.</p>
<p>Intervistati in quattro anni quasi un migliaio di ragazzi e cinquecento adulti negli Stati Uniti, Brenda giunse alla convinzione che il problema non fosse l’accesso al mezzo, e neanche davvero la rappresentazione dei computer sui media. Non tornava: c’erano molte ragazze con computer a scuola o a casa che comunque non li usavano e non c’erano studi che avvalorassero la tesi che le ragazze fossero in qualche modo intrinsecamente meno qualificate o interessate a quel tipo di giochi. Per Brenda era un problema di software.Le ragazzine non giocavano con i videogiochi perché i videogiochi erano tutti per ragazzi.</p>
<p>Le ragazze intervistate da Brenda e dal suo team dal 1992 al 1996 non usarono mezzi termini nel descrivere i giochi che avevano provato: odiavano continuare a morire. La violenza le stressava. E non erano fan del modo in cui i giochi di guerra ponevano l’enfasi sulla bravura, su come sconfiggere un difficile cattivo finale o muoversi rapidamente in un terreno senza venir uccisi. “La bravura per amor di bravura non è una moneta sociale per una ragazza” spiega Brenda. “Preferiscono un percorso di esperienze”. Invece di provare di continuo a superare un livello, un cattivo, o il tempo, le ragazze intervistate da Brenda preferivano vagare, esplorare un mondo virtuale e imparare le relazioni tra i personaggi e i luoghi. In <em>La vita sullo schermo</em>, pubblicato solo qualche anno dopo che Brenda aveva avviato la sua ricerca, la sociologa Sherry Turkle sostenne che mentre gli uomini in generale vedono i computer come una sfida – qualcosa da saper usare e dominare – le donne li vedono come strumenti, oggetti con cui collaborare. Questa “bravura soft”,1 spiegava, richiede una vicinanza, un <strong>legame con i computer che è più simile alla relazione</strong> che un musicista ha con il suo strumento: intimo, dialogante e relazionale.</p>
<p>Proprio come i musicisti armonizzano, Brenda aveva scoperto che le ragazze giocavano insieme a prescindere dal fatto che i giochi fossero destinati a più giocatori. Concluse che le ragazze sono naturalmente collaborative, e che la loro esperienza sociale di gioco è spesso importante quanto l’obiettivo del gioco stesso. Alle sue intervistate piacevano i rompicapi, la scoperta, e la conversazione immersiva con la macchina che accadeva quando la storia era abbastanza efficace da intrappolarle, e preferivano condividere le esperienze tra di loro. A quell’età, era certamente quel che accadeva a me: dopo aver battuto il gioco su CD-ROM <em>Myst</em> nel 1993, ricordo di aver saltato sul tappetto insieme alle mie amiche.</p>
<p>Quello era un ambito della Ricerca che poteva condurre a un certo Sviluppo. Nel 1996, Interval avrebbe spostato il team di ricerca di Brenda in una società a parte, <em>Purple Moon</em>, che avrebbe prodotto giochi esclusivamente per ragazze. Era del tutto logico che se i ragazzi si impossessavano delle macchine del laboratorio informatico a scuola per fare giochi che alle ragazze non piacevano, queste ultime sarebbero state in seguito svantaggiate nel mondo lavorativo, un mondo in cui saper usare un computer non è soltanto positivo, ma anche necessario. La soluzione ovvia sembrava quella di realizzare giochi che piacessero alle ragazze. Per usare le parole di una game designer:</p>
<blockquote><p><em><span style="font-size: 130%;">Non possiamo aspettarci che le donne eccellano nella tecnologia domani se non incoraggiamo le ragazze a divertirsi con la tecnologia oggi.</span></em></p></blockquote>
<p>Fu una mossa intelligente: le ragazze rappresentavano un mercato enorme non ancora sfruttato, e si sapeva che chiunque avesse prodotto un gioco che potesse piacere loro avrebbe sicuramente raddoppiato l’industria.</p>
[&#8230;] Purple Moon aveva un approccio diverso. Invece che smussare gli angoli dei giochi per ragazzi, la società di Brenda raddoppiò la costruzione dei personaggi e della storia. “Non voglio dire che nei giochi per ragazzi i personaggi siano in genere deboli” spiega la donna. “È che sono così deboli che non riesci neanche a crearci una storia interessante attorno.” Purple Moon produsse due serie di giochi incentrata su una ragazzina di tredici anni, Rockett Movado, e sul suo gruppo di amiche alla Whispering Pines Junior High. Il giochi di Rockett non hanno livelli o prove ripetitive, nessun cronometro o tabellone della classifica. Non si vince neanche. Brenda li paragona a uno spazio di prove emotive.</p>
<p>In Rockett New School, Rockett affronta una situazione familiare a qualsiasi ragazza adolescente o preadolescente: deve trovare nuovi amici, affrontare situazioni sociali difficili, e decidere che tipo di persona sia. Inviterà il nerd Mavis alla festa? Leggerà il diario segreto di un’altra ragazza? Cercherà l’amicizia delle ragazzine popolari a scuola – una cricca chiamata “Loro” – o dirà la sua quando vedrà qualcuno trattato con prepotenza? A queste domande si risponde in punti in cui ci si trova davanti a un bivio. Quando entra nell’aula di coordinamento il primo giorno di scuola, Rockett deve decidere con chi stare; la scelta avviene dentro di lei, e tre versioni diverse di Rockett condividono una battuta del loro dialogo intimo. Ciascuna versione rappresenta un percorso nella storia. La Rockett terrorizzata conduce il gioco in una direzione diversa dalla Rockett spavalda, che finisce per battibeccare con una ragazza alfa per un posto ambito nelle file dietro. È un sistema ipertestuale in cui scegliere la propria avventura verso uno sviluppo sociale, un primo giorno di scuola che si può rivivere di continuo.</p>
<p>Una giocatrice accanita di Purple Moon, che giocava con Rockett negli anni della sua formazione, ricorda come i <strong>giochi influenzarono il suo stesso sviluppo sociale</strong>. “Ricordo benissimo le volte in cui invece di rispondere subito a una persona, ho pensato alle parole da usare e a quali ripercussioni avrebbe avuto ciascuna opzione” spiega. “Mi hanno davvero aiutato a socializzare e ad andare d’accordo con la gente.” Queste lezioni sociali non s’imparavano soltanto alla Whispering Pines. Il sito web di Purple Moon, un primo social network, estendeva il mondo dei giochi di Rockett online, permettendo alle giocatrici di conoscere meglio i personaggi e di incontrare le loro compagne di gioco. Anche se il fondatore di Interval, quando gli fu mostrato il prototipo chiese soltanto: “Riuscite a farlo per ragazzi?” il sito web di Purple Moon divenne un universo delle ragazze, quel che oggi definiremmo una <em>fandom</em>.</p>
[&#8230;] Molti critici però sostenevano che era sbagliato il pensiero che stava alla base dei giochi per ragazze, e che progettare giochi esplicitamente per ragazze in effetti le sminuiva, costringendole in una prigione rosa e viola. Invece di separare i ragazzi per genere, proseguivano i critici, <strong>perché non produrre giochi che piacciono a tutti</strong>? I primi giochi davvero di successo, come <em>Pong</em> e <em>Tetris</em>, non avevano un genere esplicito, e il problema fu sollevato soltanto quando la Atari mise un fiocco rosa a <em>Pac Man</em> per creare <em>Ms Pac Man</em> nel 1980.</p>
<p>Le ricerche di Brenda l’avevano portata a credere che soltanto i maschi si divertivano in giochi di guerra e di avventura, ma molte ragazze, ora come allora, adorano far saltare in aria alieni e tramortire cattivi con il fuoco delle mitragliatrici. Come una auto professatasi “Game Grrl” scrisse alla fine degli anni Novanta, “Quel che Purple Moon e altri studi di giochi per ragazze devono capire è che malgrado vi sia un mercato per giochi come <em>Barbie Fashion Designer</em>, esiste un mercato ugualmente vasto di ragazze a cui piacciono le stesse cose che fanno i ragazzi”.</p>
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<p><span style="font-size: 75%;">In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@lazycreekimages?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Michael Dziedzic</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/pixel?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/connessione-claire-evans-estratto-gamer/">Un gioco da ragazze: genere e videogiochi</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/connessione-claire-evans-estratto-gamer/">Un gioco da ragazze: genere e videogiochi</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Sorveglianza come stile di vita</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Cristina Resa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 09:54:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmi]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza e intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[società digitale]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre il Grande Fratello Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte 1984. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 6">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<h2>Oltre il Grande Fratello</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>Per comprendere la cultura della sorveglianza dobbiamo mettere da parte <em>1984</em>. Non che Orwell non avesse niente da dire, anzi: la sua opera è ancora profondamente attuale, per la descrizione di alcuni elementi dolorosamente familiari a chi abbia vissuto le dittature del Novecento, per l’avvertimento a prestare attenzione al subdolo scivolamento nel controllo statale all’interno di presunte democrazie liberali e per l’invito rivolto al lettore a perseguire un mondo dignitoso, tollerante e umano.</p>
<p>Il mio messaggio, invece, è che oggi quella del Grande Fratello è la metafora sbagliata per la sorveglianza. Persistere nell’uso del linguaggio di un tiranno totalitarista che minaccia le sue vittime con ratti famelici e stivali che calpestano, distoglie semplicemente l’attenzione da quello che sta davvero accadendo nel mondo della sorveglianza. Alcune situazioni di sorveglianza, certo, sono sinistre e sadiche e vengono giustamente criticate in quanto tali. Ma l’esperienza che oggi la maggior parte delle persone fa della sorveglianza è diversa, ed ecco perché andare oltre il Grande Fratello è più necessario che mai.</p>
<p>All’inizio degli anni Novanta, nel mio libro <em>L’occhio elettronico</em>, osservavo che anche se Orwell può ancora insegnarci molte cose, non sarebbe mai riuscito a indovinare il ruolo che le nuove tecnologie informatiche da un lato e il consumismo dall’altro avrebbero ricoperto nella creazione della sorveglianza come si stava evolvendo alla fine del Novecento. Tuttavia da allora sono stato costretto a riconoscere che la sorveglianza è cambiata di nuovo.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">L’esperienza che viviamo nel Ventunesimo secolo è profondamente legata alla partecipazione di chi è sorvegliato. Anzi, non soltanto <strong>essere osservati ma anche osservare</strong> è diventato uno stile di vita. </span></p></blockquote>
<p>I personaggi di Orwell vivevano attanagliati da una spaventosa incertezza su quando e perché fossero osservati. La sorveglianza di oggi è resa possibile dai nostri click sui siti web, dai nostri messaggi di testo e dai nostri scambi di foto. Le persone comuni contribuiscono alla sorveglianza come mai prima. I contenuti generati dagli utenti creano i dati attraverso cui vengono monitorati i nostri gesti quotidiani. Ecco come prende forma la cultura della sorveglianza.</p>
<p>Con l’espressione cultura della sorveglianza mi riferisco al tipo di cose che potrebbe studiare un antropologo: <strong>usi, costumi, abitudini e modalità di lettura e interpretazione del mondo</strong>. L’enfasi è posta principalmente sulla sorveglianza della vita quotidiana piuttosto che sui tentacoli da piovra dell’intelligence globale e sulle reti di controllo, o sulle seducenti e subdole sirene del marketing aziendale. La cultura della sorveglianza, in questa accezione, riguarda il modo in cui la sorveglianza viene immaginata e vissuta e come le banali attività di camminare per strada, guidare un’automobile, controllare i messaggi, fare acquisti nei negozi o ascoltare musica sono influenzate dalla sorveglianza e la influenzano a loro volta. E come anche chi ha ormai familiarità con la sorveglianza o addirittura vi si è assuefatto la promuove e vi prende parte.</p>
<p>Pertanto questo libro non parla principalmente della cultura della sorveglianza intesa in senso letterario o artistico. Dedica poco spazio all’esplorazione dei mondi della sorveglianza scaturiti dall’immaginazione creativa, dai film, dalle canzoni, dai romanzi, dalle serie tv o dall’arte. Ma vi presta attenzione nella misura in cui illuminano gli ambiti più “antropologici” della sorveglianza nella vita quotidiana. Le opere della popular culture mantengono un’importanza fondamentale. Molte sono estremamente sagge e offrono interpretazioni penetranti sulla cultura della sorveglianza. Inoltre, è stato scritto molto sulle affascinanti intuizioni contenute in queste produzioni letterarie, musicali, visive e artistiche, che contribuiscono anche a gettare luce sulla cultura nel senso di “stile di vita”.</p>
<p>Ciò detto, dopo aver proposto di andare oltre Orwell per cogliere la realtà attuale della sorveglianza, mi sento in dovere di suggerire alcuni luoghi in cui si colloca questo “oltre”. Sono disseminati in questo libro, ma per me uno in particolare risalta su tutti.</p>
<p>Oggi il mondo della sorveglianza è inestricabilmente legato alla famosa Silicon Valley californiana, l’incubatore per eccellenza del mondo digitale che con tanta rapidità è diventato familiare a gran parte della popolazione globale. Non sorprende, pertanto, che uno degli eredi più significativi dello scettro di Orwell abbia ambientato le sue storie nella Silicon Valley. Nel titolo di un romanzo del 2013,<em> Il cerchio</em> non è soltanto il nome dell’azienda hi-tech dove lavora la protagonista Mae. È anche una metafora del modo in cui tutta <strong>la vita è sempre più inglobata in un mondo digitale circondato dal cyberspazio</strong>. Mae viene valutata in base a quanti “zing” posta e indossa per tutto il tempo il suo tesserino “TruYu” e la sua telecamera “SeeChange”, mentre si integra nella vita nell’ambiente felice e di tendenza della trasparenza fra pareti di vetro. Malgrado qualche dubbio momentaneo, diventa rapidamente un’icona e una celebrità nella sfera d’influenza del Cerchio. Diventa completamente trasparente.</p>
<p>Dave Eggers, l’ispirato autore de<em> Il cerchio</em>, fa riferimenti espliciti a Orwell attraverso espedienti come gli slogan. “La libertà è schiavitù” di Orwell diventa “Condividere è avere cura” in questo mondo della sorveglianza soft, fatto di beni di consumo e abbigliamento casual sul posto di lavoro. E, come osserva sardonico Peter Marks, <em>Il cerchio</em> è figlio dei Big Data più che del Grande Fratello.</p>
<p>È proprio questo il punto. Le culture odierne della sorveglianza, quei modi cruciali di vedere e di essere nell’ambiente digitale, sono inseparabili dai cosiddetti “dati exhaust” che fluiscono da milioni di macchine in ogni momento di ogni giorno e dall’avido tentativo globale di trasformarli in valore. Ciò che le persone percepiscono, per lo più, è lo straordinario potere che internet ha di mantenerle connesse, di fornire intrattenimento e merci, di aggiornarle, rassicurarle e informarle di continuo. Nel loro rapporto con il mondo online, però, non soltanto improvvisano reazioni ai modi subdoli in cui vengono osservate ma a loro volta usano le tecnologie di sorveglianza per i propri scopi. Così nascono nuove culture della sorveglianza.</p>
<p>Per sintetizzare, dunque, questo libro coniuga due interrogativi diversi sulla sorveglianza nel Ventunesimo secolo. Da un lato c’è l’ovvietà che la sorveglianza è una realtà quotidiana che non proviene solo dall’esterno, ma alla quale partecipiamo dall’interno in molti contesti. Talvolta la adottiamo in quanto strumento per ottenere maggiore sicurezza o convenienza, altre volte la mettiamo in discussione o le opponiamo resistenza ritenendola inappropriata o eccessiva, altre ancora la trattiamo come una possibilità gradevole o rassicurante, offerta dai sistemi o dai dispositivi, per osservare o monitorare gli altri e noi stessi come mai prima.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">Spesso fenomeni come la sorveglianza dei social network sembrano un’attività soft, apparentemente insignificante ma, come ribadirò più volte, in realtà contribuiscono a una trasformazione socioculturale. <strong>Osservare è diventato uno stile di vita</strong>.</span></p></blockquote>
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<p>D’altro canto, le tipologie di dati che ormai circolano con volumi, velocità e varietà più grandi che mai, per usare le parole che spesso si applicano ai Big Data, rivestono un interesse enorme per una gamma crescente di attori, non solo dipartimenti governativi, agenzie di sicurezza e polizia, ma anche internet company, aziende sanitarie, ingegneri del traffico, urbanisti e molti altri. I dati sono preziosissimi, sia sotto il profilo economico, come merci da sfruttare e scambiare in mercati multimiliardari e contesti analoghi, sia come strumenti di governo o persino di controllo degli altri. L’osservazione come stile di vita è legata inestricabilmente a queste altre realtà, e pertanto il nostro tema è tutt’altro che marginale o di poco conto rispetto alle principali sfide etiche e politiche della nostra epoca.</p>
<p>Esiste dunque una tensione tra la vita digitale delle persone regolarmente e innocentemente immerse nei social network, in contesti online di gioco – o di “gamification” – e di self-tracking, e quella degli individui le cui occasioni, opportunità di vita e scelte sono colpite, talvolta in modo negativo, dal modo in cui gli altri raccolgono, conservano, classificano e analizzano quei dati. Un gruppo di commentatori sostiene che per qualcuno la sorveglianza è chiaramente gradevole, divertente e empowering, e che bisognerebbe leggere tutto questo come il significativo fenomeno culturale che in effetti è. Altri osservano che quelle stesse attività potrebbero fare il gioco di forze molto più minacciose e che pertanto l’attenzione degli studi sulla sorveglianza dovrebbe concentrarsi sugli aspetti disumanizzanti e limitanti per la libertà delle attuali attività di monitoraggio e di tracciamento.</p>
<p>Per molti aspetti le caratteristiche della sorveglianza come stile di vita sono diverse rispetto alle precedenti culture della sorveglianza, per esempio da quelle di comunità chiuse e geograficamente localizzate. Tra gli elementi più frequenti della sorveglianza di oggi troviamo la facile quantificazione dei dati, la loro estrema tracciabilità, la loro probabile dimensione economica – monetizzata – e la possibilità di raccoglierli a distanza (sono cioè deterritorializzati). Sono meno “solidi”, più “liquidi”, ma condividono ancora pattern di connessione e di attività. I consumatori online, per esempio, sono convinti di essere liberi di scegliere quello che comprano, nonostante la sorveglianza sia ormai un fatto sempre più tangibile. Tuttavia spesso cercano di presentarsi sotto una luce estremamente favorevole, facendo il gioco della sorveglianza sociale a cui prendono parte.</p>
<p>Sottolineo la necessità che gli immaginari e le pratiche della cultura della sorveglianza di oggi vengano presi sul serio e sostengo, allo stesso tempo, che essi sono direttamente collegati alla nostra comprensione delle tipologie di sorveglianza messe in atto dalle internet company, dalle agenzie di sicurezza nazionale e altri. Spesso gli stessi dati non si trasmettono tra utenti, ma anche tra settore pubblico e privato. Gli stessi metodi vengono usati per spiegare i dati e per agire in base a essi. E chi partecipa alla sorveglianza sui social impara dalle strategie delle grandi organizzazioni, e viceversa. Inoltre, acquisire familiarità con oggetti e tecnologie in un ambito potrebbe normalizzare quelli dell’altro. I diversi contesti culturali contribuiscono a determinare il modo in cui le persone interpretano le loro esperienze della sorveglianza.</p>
<h2>Verso una sorveglianza generata dagli utenti</h2>
<p>L’osservazione degli altri in senso sorvegliante è una pratica antica. Per gran parte della storia dell’umanità, la sorveglianza è stata l’attività di una minoranza, appannaggio di persone o organizzazioni specifiche. Oggi, gran parte della sorveglianza è ancora un’attività specializzata svolta dalla polizia, dalle agenzie di intelligence e ovviamente dalle aziende. Ma viene svolta anche a livello domestico, nella vita quotidiana. I genitori usano dispositivi di sorveglianza per controllare i bambini, gli amici osservano gli altri sui social network, ed è sempre più diffuso l’uso di gadget per il monitoraggio della nostra salute e forma fisica. Oggi si verificano le medesime tipologie di osservazione, ma con strumenti diversi dalle caratteristiche nuove citate sopra. In questo modo osservare diventa uno stile di vita.</p>
<p>“Sorveglianza” è un termine spinoso. La sua origine, dal francese <em>surveiller</em>, letteralmente “vigilare su”, è piuttosto evidente. Il problema è cosa potrebbe rientrare o essere escluso in una definizione rigida della parola. Sorveglianza indica le operazioni e le esperienze di raccogliere e analizzare dati personali allo scopo di esercitare influenza, di decidere chi ha di- ritto a cosa e di controllare. Come dice saggiamente Gary Marx:</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;"> “La tecnologia della sorveglianza non viene semplicemente applicata; viene anche <strong>esperita dai soggetti, dagli agenti e dal pubblico che definisce</strong>, giudica e prova dei sentimenti riguardo al fatto di essere osservato o osservatore”.</span></p></blockquote>
<p>La mia definizione sollecita ulteriori interrogativi, come per esempio cosa rientra nella formula “dati personali”? Li prenderemo in esame in seguito. Per ora, osserviamo l’ampiezza delle situazioni coperte dal termine. La sorveglianza potrebbe essere attuata, per esempio, da corporation che esercitano influenza guardando il vostro profilo social per decidere come convincervi a comprare il loro prodotto, da dipartimenti del governo che giudicano i vostri diritti esaminando i vostri conti in banca per decidere se avete i requisiti per ottenere l’assistenza sociale, o da organismi come la polizia che prende decisioni di controllo legate al miglior percorso per una manifestazione. Ma può essere attuata anche nella vita quotidiana, sugli altri, controllando i profili che ci interessano, o su noi stessi, con il cosiddetto self-tracking.</p>
<p>L’emergente “cultura della sorveglianza” di oggi è senza precedenti. Un elemento cruciale è che le persone partecipano attivamente alla propria sorveglianza e a quella degli altri e tentano di regolamentarle. Abbiamo sempre più prove dell’esistenza di pattern di prospettive, modi di vedere o mentalità sulla sorveglianza, nonché di modalità con cui iniziare la sorveglianza, negoziarla o opporvi resistenza. Chi non ha sentito i celebri mantra tirati fuori da politici e altre persone nella vita quotidiana, “Se non avete niente da nascondere non avete niente da temere”? Oppure, “abbiamo bisogno della sorveglianza per essere al sicuro”? Sono piuttosto diffusi ma controversi, come vedremo.</p>
<p>La cultura della sorveglianza è comparsa perché sempre più le persone usano strumenti di monitoraggio. Molti controllano le vite degli altri usando i social network, per esempio. Allo stesso tempo gli “altri” rendono tutto questo possibile concedendo di esporsi alla vista con messaggi e tweet, post e fotografie. Alcuni prendono parte alla sorveglianza anche quando si preoccupano di quello che gli altri, soprattutto organizzazioni grandi e opache come le compagnie aeree o le agenzie di sicurezza, sanno di loro.</p>
<p>Tuttavia, per non dare l’idea che la comparsa della cultura della sorveglianza sia in qualche modo casuale, imprevista o inevitabile, questo libro sottolinea anche che i sistemi disponibili sul mercato sono progettati per permettere e incoraggiare questi sviluppi culturali. Più cerchiamo sui social lo stesso tipo di persone, perché hanno interessi e stili di vita simili, più le aziende possono personalizzare le loro pubblicità e i loro profili. Ovviamente questo non ci rende dei creduloni ingannati dal sistema. Qualcuno potrebbe usare questi sistemi in modi a cui chi li ha progettati non aveva pensato, e potrebbero persino essere più umani, giusti o democratici. Ma il punto è che alcuni aspetti importanti della cultura della sorveglianza rispecchiano possibilità che sono incorporate nelle piattaforme commerciali.</p>
<p>Le persone possono reagire in molti modi diversi all’emergente cultura della sorveglianza. Per esempio, potrebbero agire per bloccare la sorveglianza di qualcuno, per limitare chi può vedere la loro vita. Ma molti si limitano ad andare avanti, pur consapevoli di alcuni aspetti della sorveglianza.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In altri termini, che piaccia o meno,<strong> tutti rivestono un ruolo nella sorveglianza</strong>, più di quanto succedesse nello “Stato di sorveglianza” o persino nella “società della sorveglianza”.</span></p></blockquote>
<p>Queste espressioni descrivono come viene esercitata la sorveglianza su individui e gruppi. La cultura della sorveglianza va oltre. Pur riconoscendo quello che succede nella sorveglianza esercitata dalle organizzazioni, mette in luce i diversi ruoli che tutti noi ricopriamo in rapporto alla sorveglianza.</p>
<p>Pertanto la cultura della sorveglianza è caratterizzata dalla sorveglianza generata dagli utenti. Prendendo spunto dalla nozione di contenuti generati dagli utenti del Web 2.0, possiamo osservare che le stesse capacità tecnologiche – o “affordance”, nella loro definizione tecnica – consentono agli utenti di contribuire fornendo contenuti alla sorveglianza e allo stesso tempo di generare forme di sorveglianza. Da una parte, il coinvolgimento dell’utente nei confronti di dispositivi e piattaforme come smartphone e Twitter crea dati usati nella sorveglianza delle organizzazioni. E dall’altra gli utenti stessi agiscono come sorveglianti quando controllano, seguono e danno valutazioni ad altri con i loro “like”, le loro “raccomandazioni” e altri criteri di valutazione. Quando lo fanno, non interagiscono solo con i loro contatti online, ma anche con i modi subdoli in cui le piattaforme sono create per favorire particolari tipologie di interscambio.</p>
<p>Questo libro, perciò, è anche una specie di mappa a grandezza naturale del mondo della sorveglianza di oggi – anche se, come lo Street View di Google, non copre tutto! – che si concentra in particolare su coloro che, volutamente o meno, consapevolmente o meno, vi prendono parte nella vita di tutti i giorni, producendo sorveglianza generata dagli utenti. Per esempio, prende in considerazione quali emozioni vengono suscitate dalla sorveglianza e dedica un capitolo a<em> Il cerchio</em> di Dave Eggers. Questo è un modo per capire la cultura della sorveglianza di oggi, come potrebbe esserlo ascoltare <em>Every Breath You Take</em> dei Police o guardare il film <em>Le vite degli altri</em> di Florian Henckel von Donnersmarck o un episodio della serie tv <em>Black Mirror</em>.</p>
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<p><span style="font-size: 75%;">In altro, foto di <a href="https://unsplash.com/@scottwebb?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Scott Webb</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/big-brother?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/">Sorveglianza come stile di vita</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/cultura-della-sorveglianza-estratto/">Sorveglianza come stile di vita</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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