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	<title>Daniele Rodia - Luiss University Press</title>
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		<title>Salone del libro di Torino 2023: ci siamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 May 2023 14:50:02 +0000</pubDate>
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<p>Anche quest&#8217;anno, dal 18 al 22 maggio, saremo al Salone del Libro di Torino con lo stand Luiss University Press con anticipazioni, novità e autori internazionali. Avremo in anteprima esclusiva per il Salone la nuovissima edizione con artwork di HOGRE de <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-capitalismo-della-sorveglianza-2/" target="_blank" rel="noopener">Il capitalismo della sorveglianza</a></em> di <strong>Shoshana Zuboff</strong>, l&#8217;ultimo libro della collana Intempo <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/la-colpa-di-epimeteo/" target="_blank" rel="noopener">La colpa di Epimeteo</a></em> di <strong>Bernard Stiegler,</strong> il quarto numero della rivista <strong>LMDP &#8211; La meraviglia del possibile </strong><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/lmdp-guarire-in-omaggio-la-shopper-lmdp/" target="_blank" rel="noopener">Guarire</a> e tanto altro ancora.</p>
<p><strong>Giovedì 18 maggio</strong> apriamo la serie dei nostri incontri alle 13:45 in Sala Rosa, con <strong>Nicoletta Polla-Mattiot </strong>che dialogherà a partire dal suo libro <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/sogni-su-misura/" target="_blank" rel="noopener">Sogni su misura. Come la moda ha cambiato il tessuto sociale italiano</a> </em>con Claudio Azzolini, Silvia Moglia, Alessandra Montanaro e Nicoletta Picchio.</p>
<p><strong>Venerdì 19 maggio </strong>alle 11.45, in Sala Bianca, parleremo del libro <em><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/automazione/" target="_blank" rel="noopener">Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo</a></em> con <strong>Aaron Benanav</strong> e <strong>Francesca Coin</strong>.</p>
<p><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/storia-transgender/" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia transgender. Radici di una rivoluzione</em></a> di <strong>Susan Stryker</strong> sarà invece il libro protagonista dell&#8217;incontro di <strong>domenica 21 maggio</strong> alle 12.00, sempre in Sala Bianca. L&#8217;autrice dialogherà con <strong>Maya De Leo, </strong>con un saluto del <strong>Coordinamento Torino Pride</strong> e un&#8217;introduzione del collettivo <strong>Ippolita</strong>.<br />
Alle 19.00, sempre domenica 21, Susan Stryker sarà anche alla libreria <a href="https://fb.me/e/1aZOe2M1p" target="_blank" rel="noopener">Nora Book&amp;Coffee</a> (via delle Orfane 24/D, Torino), con <strong>Antonia Caruso </strong>e <strong>Hanay Raja</strong>.</p>
<p>Ci vediamo al Lingotto! Vi aspettiamo tutti i giorni da giovedì a lunedì allo <strong>stand Luiss University Press, R59 &#8211; Padiglione 3</strong>.</p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/salone-del-libro-di-torino-2023-ci-siamo/">Salone del libro di Torino 2023: ci siamo</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/salone-del-libro-di-torino-2023-ci-siamo/">Salone del libro di Torino 2023: ci siamo</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Abbiamo un mondo da salvare</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 08:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili. Il primo è il mio amore per gli alberi. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Contenutotabella">Sono cresciuta in Gran Bretagna. Un’esperienza che mi ha lasciato (almeno) due segni indelebili.</p>
<p class="Contenutotabella">Il primo è il mio<strong> amore per gli alberi</strong>. Vivevo in una famiglia turbolenta, perciò da teenager passavo il tempo sul grosso ramo basso di un enorme faggio. Un po’ leggevo, un po’ fissavo il cielo tra le fronde. Il faggio era imponente, alto almeno quanto la villa inglese a tre piani costruita lì accanto, e il sole filtrava tra il verde, l’oro e il blu delle sue foglie. L’aria sapeva di erba tagliata, luce d’estate e alberi centenari. Mi sentivo sicura e protetta, connessa a qualcosa infinitamente più grande di me.</p>
<p class="Contenutotabella">Il secondo segno che porto con me è l’ossessione professionale per il <strong>cambiamento</strong>. Dopo il college ho iniziato a collaborare con una grossa azienda di consulenze, chiudendo fabbriche nell’Inghilterra del nord. Ho passato mesi con queste aziende dalle radici secolari, un tempo in grado di dominare a livello mondiale, ora tragicamente incapaci di reggere la concorrenza straniera.</p>
<p class="Contenutotabella">Per anni ho tenuto separate queste due parti di me. Dato il mio percorso lavorativo, ho dovuto capire perché in molti tendano a negare l’evidenza e perché cambiare sia così difficile. Ho vissuto una bella vita, ho ottenuto una cattedra al MIT e sono divenuta un’esperta di <strong>strategie tecnologiche e cambiamento organizzativo</strong>, lavorando con organizzazioni di ogni forma e dimensione, per aiutarle a cambiare.<br />
Passavo le mie vacanze facendo escursioni in montagna, guardando gli aceri fiammeggianti e i pioppi che tremolavano al vento. Per me lavoro e passioni appartenevano però a due compartimenti stagni.</p>
<p class="Contenutotabella">Il mio lavoro mi faceva guadagnare bene, era divertente e spesso molto interessante, ma si trattava di qualcosa che facevo prima di tornare alla vita reale. E la vita reale erano le coccole sul divano con mio figlio. Sdraiarci assieme su una coperta sotto agli alberi, facendogli conoscere il mondo che amavo. Gli alberi mi sembravano immortali: una fonte di vita in rinnovamento costante che esisteva da un milione di anni e avrebbe continuato a esistere per un altro milione.</p>
<p class="Contenutotabella">Poi, mio fratello – giornalista ambientalista freelance e autore del <i>Libro degli esseri a malapena immaginabili</i>, uno splendido saggio su creature che non dovrebbero esistere eppure lo fanno, e di <i>A New Map of Wonders</i>, una complessa meditazione sulla fisica degli esseri umani – mi ha convinto ad approfondire gli <strong>aspetti scientifici del cambiamento climatico</strong>. Chissà se sperava di farmi capire quanto quell’argomento fosse correlato al mio lavoro. Nel caso, c’è riuscito.</p>
<p class="Contenutotabella">A quanto pare, gli alberi non sono immortali. Non intervenire sul cambiamento climatico avrà molti effetti, e uno di loro sarà proprio la morte di milioni di alberi. I baobab dell’Africa meridionale, tra i più antichi alberi del mondo, stanno morendo. E così i cedri del Libano. Nella parte occidentale dell’America le <strong>foreste muoiono più in fretta di quanto crescano</strong>. La comoda certezza sulla quale avevo basato la mia vita – che ci sarebbero sempre stati tronchi torreggianti e il dolce profumo delle foglie – era diventata qualcosa per cui combattere, e aveva smesso di sembrarmi una realtà immutabile.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>La comodità della mia vita era inoltre uno dei motivi per i quali le foreste erano a rischio</strong>. E non si trattava solo di alberi. Il cambiamento climatico minacciava non solo il futuro di mio figlio, ma quello di ogni bambino. Lo stesso era vero per <strong>le sempre maggiori disuguaglianze</strong> che facevano crescere odio, estremismo e sfiducia. </span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi sono convinta che concentrarsi soltanto sul profitto a ogni costo stava mettendo in pericolo<strong> il futuro del pianeta</strong> e dei suoi abitanti. Ho quasi lasciato il mio lavoro.</p>
<p class="Contenutotabella">Passare il giorno insegnando al Master di Business Administration (MBA), scrivendo saggi accademici e offrendo consulenze alle aziende perché guadagnassero ancora di più mi sembrava fuori luogo. <strong>Volevo <i>fare </i>qualcosa</strong>. Ma che cosa? Ci ho messo un paio d’anni per rendermi conto di essere già al posto giusto al momento giusto. Ho cominciato a lavorare con persone che avevano già avuto la bizzarra idea che le imprese potessero salvare il mondo. Un paio di loro dirigevano aziende da miliardi di dollari. La maggior parte erano però in imprese molto più piccole o in posizioni di minor prestigio. Tra di loro c’erano aspiranti imprenditori, consulenti, analisti finanziari, vicepresidenti e manager addetti agli acquisti.</p>
<p class="Contenutotabella">Una di loro voleva utilizzare la sua azienda di tappeti in una delle zone più depresse del New England per offrire agli immigrati posti di lavoro da operai specializzati. In molti cercavano di <strong>rispondere alla crisi del clima</strong> investendo nell’energia solare o eolica. Uno si dedicava anima e corpo al risparmio energetico. Uno faceva in modo che la sua azienda assumesse e istruisse teenager a rischio. Un altro dava un lavoro ai carcerati, e un’altra ancora faceva in modo di rendere pulita l’attività di tutte le fabbriche che la sua azienda aveva aperto in giro per il mondo.<br />
Molti si davano da fare perché il grande capitale investisse sui business leader impegnati a risolvere i grandi problemi della nostra epoca.</p>
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			Sostenibilità e ambiente		</p>
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<p class="Contenutotabella">Si trattava sempre di abili imprenditori, consapevoli della necessità, per ottenere risultati su grande scala, di perseguire due obiettivi paralleli: <strong>far prosperare le aziende e cambiare il mondo.</strong> Erano tutti guidati dalla passione e dall’impegno, convinti che l’impresa privata fosse uno strumento potentissimo per affrontare problemi come il cambiamento climatico e arrivare a una trasformazione complessiva del sistema.</p>
<p class="Contenutotabella">Mi è piaciuto tanto lavorare con loro, e continua a piacermi. Si sforzano di vivere in modo integrato, rifiutandosi di separare il lavoro dalle loro più radicate convinzioni. Lottano per creare quelle che uno di questi leader di mia conoscenza chiama organizzazioni “davvero umane”: aziende che trattano le persone con dignità e rispetto, volte tanto al perseguimento di valori comuni quanto alla ricerca di soldi e potere. Cercano di fare in modo che <strong>gli affari siano al servizio dei sistemi naturali</strong> e sociali fondamentali per tutti.</p>
<p class="Contenutotabella">Temevo però che un simile approccio al management non potesse mai diventare mainstream, e che rimanesse limitato a poche persone eccezionali in grado di portare avanti sia l’impegno sia il profitto.<br />
Credevo che alla lunga l’unico modo per risolvere i problemi sarebbe stato <strong>cambiare le regole del gioco</strong>: regolamentare le emissioni di gas serra e altre fonti di inquinamento in modo che ogni azienda fosse incentivata a fare la cosa giusta, aumentare il salario minimo, investire in istruzione e prevenzione, ricostruire le istituzioni per rendere le nostre democrazie effettivamente democratiche, trasformare il dibattito pubblico per renderlo all’insegna del rispetto e dell’impegno per il benessere comune.</p>
<p class="Contenutotabella">Non pensavo che poche aziende impegnate potessero mettere in atto il necessario cambiamento sistematico. I miei studenti – stavo tenendo un corso di imprenditoria sostenibile – erano preoccupati come me. Mi ponevano due domande: posso davvero guadagnare mentre faccio la cosa giusta? Se ci riuscissi, cambierebbe davvero qualcosa?</p>
<p class="Contenutotabella">Il libro che ho scritto è il tentativo di rispondere a queste domande, il risultato di quindici anni di riflessioni su <strong>come e perché sia possibile costruire un capitalismo redditizio</strong>, equo e sostenibile cambiando la nostra concezione dello scopo delle aziende, il loro ruolo sociale e il loro rapporto con stato e governo.</p>
<p class="Contenutotabella"><strong>Non sto dicendo che ripensare il capitalismo sarà facile o economico.</strong> La mia carriera mi ha permesso di vedere in prima persona quanto sia difficile innovare. Per tanti anni ho lavorato con aziende messe in difficoltà dal cambiamento. Ho lavorato con la GM mentre cercava di resistere alla concorrenza della Toyota. Con Kodak mentre l’industria delle pellicole veniva messa in ginocchio dalla fotografia digitale. Con Nokia – che all’apice del suo successo vendeva più di metà dei telefoni cellulari al mondo – mentre Apple rivoluzionava il settore.</p>
<blockquote>
<p class="Contenutotabella"><span style="font-size: 130%;"><strong>Trasformare le imprese può essere arduo. Trasformare i sistemi politici e sociali mondiali può esserlo ancor di più.</strong> Ma è senza dubbio possibile, e guardandovi intorno potete vedere che sta accadendo.</span></p>
</blockquote>
<p class="Contenutotabella">Mi ricordo una cosa che mi è successa qualche anno fa, mentre mi trovavo in Finlandia per una rilassante vacanza aziendale. Per la prima e ultima volta nella mia agenda avevo segnato tra gli appuntamenti “ore 17.00 – sauna”. Secondo i piani, mi presentai alla sauna, mi spogliai completamente e mi immersi nell’acqua bollente. “E ora”, mi spiegò la mia ospite, “è ora di un tuffo nel lago”. Senza protestare mi affrettai sulla neve (tutti erano attenti a non guardarmi: i finlandesi sono estremamente discreti su certe questioni) e con molta cautela ho usato una scaletta di metallo per calarmi all’interno di un buco ricavato nel ghiaccio ed entrare nel lago. Pausa. La mia ospite, dalla cima della scaletta mi stava guardando. “Sai”, mi disse, “oggi non me la sento di farmi il bagno”.</p>
<p class="Contenutotabella">Attualmente passo gran parte del mio tempo lavorando con imprenditori che cercano di fare le cose in modo diverso. Si rendono conto del bisogno di un cambiamento. Sanno anche vedere la strada giusta. Ma esitano. Sono troppo indaffarati. Non se la sentono di agire già oggi. A volte è come se dal basso guardassi gli altri in cima alla scala che non hanno il coraggio di rischiare e di mettersi in situazioni potenzialmente scomode. <strong>Ma sono comunque piena di speranza,</strong> perché sono certa di tre cose.</p>
<p class="Contenutotabella">In primo luogo, so che il cambiamento ci fa sentire così. Sfidare lo status quo è difficile, e spesso ci sentiamo soli e al freddo. Non deve sorprenderci che gli interessi dietro a chi da anni nega il cambiamento climatico oggi vogliano farci credere che non ci sia nulla da fare. Chi è al potere reagisce sempre così a possibili novità.</p>
<p class="Contenutotabella">In secondo luogo, so che si può fare. <strong>Abbiamo a disposizione tecnologia e risorse sufficienti</strong> a sistemare quel che non va. Gli esseri umani hanno risorse infinite. Se decidiamo di ricostruire le nostre istituzioni, di dar vita a un’economia completamente circolare e limitare i danni che stiamo causando alla natura, possiamo riuscirci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i russi spostarono di più di mille miglia a est la loro intera economia in meno di un anno. Cento anni fa, l’idea che donne e neri valessero quanto gli uomini bianchi per molti era assurda. È una battaglia che stiamo ancora combattendo, ma è evidente che vinceremo.</p>
<p class="Contenutotabella">Infine, sono sicura che abbiamo un’arma segreta. Ho passato vent’anni della mia vita lavorando con aziende che stavano cercando di trasformarsi. Ho imparato che così come era importante avere la giusta strategia, era cruciale anche ristrutturare l’organizzazione. Ma ho imparato soprattutto che queste condizioni sono necessarie ma non sufficienti. Le imprese che sono effettivamente riuscite a cambiare sono quelle che avevano un motivo per farlo: quelle che avevano uno scopo che non fosse solo la massimizzazione dei profitti.</p>
<p class="Contenutotabella">Chi crede che il proprio lavoro abbia un significato che va al di fuori del mero egoismo è in grado di raggiungere risultati straordinari, e abbiamo l’opportunità di utilizzare questi obiettivi condivisi su scala mondiale.</p>
<p class="Contenutotabella">Non è facile. A volte si ha davvero la sensazione di scendere lungo una scaletta di metallo per immergersi in un buco che attraversa trenta centimetri di ghiaccio. Ma <strong>non dimentichiamo che una sfida del genere non è solo difficile, è anche esaltante.</strong></p>
<p class="Contenutotabella">Fare qualcosa di diverso ci fa sentire vivi. Essere circondati da amici e alleati, combattere per quello che amiamo: tutto questo rende la vita più preziosa e ci dona speranza. Vale la pena di sfidare il freddo.</p>
<p class="Contenutotabella">Venite con me. Abbiamo un mondo da salvare.</p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;">In alto, foto di <a href="https://unsplash.com/@justusmenke?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Justus Menke</a> &#8211; <a href="https://unsplash.com/s/photos/deforestation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/">Abbiamo un mondo da salvare</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/capitalismo-sostenibile-per-salvare-il-mondo-che-brucia/">Abbiamo un mondo da salvare</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>L’era della sicurezza: supply chains, politica industriale e guerra fredda high-tech</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/sicurezza-supply-chains-politica-industriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2021 09:35:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[high-tech]]></category>
		<category><![CDATA[supply chains]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre le difficoltà dell’approvvigionamento dei vaccini a livello internazionale stanno portando in primo piano le criticità della relativa filiera produttiva anche in termini di sicurezza nazionale, due altre crisi delle supply chain globali – quelle dei microchip e delle batterie ad elevate prestazioni – danno un colpo d’acceleratore alla definizione delle politiche industriali negli Stati [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Mentre le difficoltà dell’approvvigionamento dei vaccini a livello internazionale stanno portando in primo piano le criticità della relativa filiera produttiva anche in termini di sicurezza nazionale, due altre crisi delle <strong>supply chain globali</strong> – quelle dei <strong>microchip</strong> e delle <strong>batterie ad elevate prestazioni</strong> – danno un colpo d’acceleratore alla definizione delle politiche industriali negli Stati Uniti e in Europa, e costituiscono un banco di prova anche per il disegno geopolitico dell’Amministrazione Biden e per il ruolo che l’Europa intende ricoprirvi.</p>
<p class="p1">La visione americana appare saldamente incardinata sullo schema di una competizione strategica, che ha nella Cina l’avversario e che colloca nella dimensione tecnologico-industriale l’epicentro di questa nuova guerra fredda, individuando nella logica del contenimento la base per un ritrovato <i>multilateralismo selettivo. </i>Anche per l’Europa – come scrive Marta Dassù* – sarà in questa fase difficile separare economia e sicurezza ed eludere la necessità di una visione geopolitica. L’Europa dovrà però decidere in che misura una logica prevalente di contenimento rientri nel proprio interesse e sia coerente con la propria volontà di <i>autonomia strategica</i>. Il raccordo tra le due strategie di politica industriale, quella europea e quella americana, in termini di visione geopolitica, di obiettivi su cui lavorare assieme e di strumenti di cooperazione, costituirà dunque nei prossimi mesi uno dei punti focali della discussione sul nuovo assetto internazionale da ricostruire dopo le fratture dell’era Trump.</p>
<p class="p1">Come sempre, è una crisi ad accelerare le decisioni. Le criticità, emerse nella seconda metà del 2020 e divenute vere e proprie rotture dell’equilibrio a inizio 2021, riguardano le supply chain dei microchip e delle batterie al litio, due componenti essenziali per le industrie strategiche e per il rilancio dell’economia mondiale post-pandemia. La carenza di microchip è particolarmente devastante in questi mesi per l’industria automobilistica, che sta fermando stabilimenti e ridimensionando le attività, <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-01-27/covid-pandemic-slows-down-chipmakers-causes-car-shortage" target="_blank" rel="noopener">subendo una perdita globale di produzione</a>, valutata ormai a più di 60 miliardi di dollari, e registrando anche un freno alla riconversione verso l’auto elettrica. Apple, da parte sua, <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/qualcomm-lancia-l-allarme-crisi-chip-durera-almeno-sei-mesi-AD6YViHB" target="_blank" rel="noopener">ha annunciato che la produzione dell’iPhone 12 sta rallentando</a> proprio per carenza di microchip.</p>
<h2 class="p1"><b><i>Punto di svolta</i></b></h2>
<p class="p1">La crisi delle supply chains globali nel settore dei semiconduttori costituisce un punto di svolta perché, forse per la prima volta dopo le crisi petrolifere degli anni ‘70, si manifesta concretamente la vulnerabilità industriale dell’occidente, dopo che negli anni dell’amministrazione Trump l’esposizione al rischio di una rottura nelle filiere era considerata un problema innanzitutto cinese, strumento di attacco industriale alla marcia della Cina verso la leadership in settori come le telecomunicazioni: questo era infatti il senso del <i>decoupling </i>delle filiere del 5G impostato da Trump come approccio offensivo alla competizione geopolitica.</p>
<p class="p1">L’insufficienza di offerta che da metà 2020 si registra nel mercato mondiale dei microprocessori è dovuta a tre ragioni: la crescita della domanda di chip per la produzione di computer e smartphone nel periodo di smart working e di virtualizzazione di molte attività; un calcolo errato dell’industria automobilistica, che è tra i maggiori utilizzatori di microprocessori, e che ha sbagliato le previsioni su quello che sarebbe stato l’andamento del mercato, sottovalutando la ripresa della domanda; l’accaparramento di scorte di microchip da parte della Cina, come misura preventiva rispetto al <i>decoupling</i> per garantire l’operatività di aziende come Huawei e di settori come l’automotive (nel 2020,<a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-02-02/china-stockpiles-chips-and-chip-making-machines-to-resist-u-s" target="_blank" rel="noopener"> la Cina ha importato microprocessori per un valore di 380 miliardi di dollari</a>, una quota rilevante di tutto l’import).</p>
<blockquote>
<p class="p1"><span style="font-size: 130%;">Disegnare un chip e fabbricarlo sono due attività distinte, entrambe richiedono ingenti investimenti, costante innovazione tecnologica di frontiera ed economie di scala.</span></p>
</blockquote>
<p class="p1">La filiera è esposta a <strong>rischi geopolitici</strong>, perché i produttori statunitensi ed europei dipendono in larga misura per la fabbricazione da imprese, prime tra tutte la coreana Samsung e la taiwanese TSMC, che hanno impianti in tutta l’Asia orientale; inoltre, fatto più inquietante per l’esposizione al rischio geopolitico, la gran parte degli stabilimenti per la fabbricazione dei chip (le <i>fonderie</i>) è concentrata proprio a Taiwan, in uno dei punti di maggior tensione e potenziale conflitto. Americani, cinesi ed europei dipendono in egual misura dalle <i>fonderie</i> dell’isola. Il governo tedesco è intervenuto direttamente sul governo di Taiwan per chiedere garanzie di <a href="https://www.eenewsanalog.com/news/germany-asks-tsmc-prioritize-automotive-chips" target="_blank" rel="noopener">approvvigionamenti alla propria industria automobilistica</a>; e a inizio febbraio esponenti della nuova amministrazione Biden hanno avuto un confronto con il ministro dell’economia di quel paese, con il coinvolgimento di TSMC e dell’americana Qualcomm (tra i più grandi produttori al mondo, che <a href="https://www.cnbc.com/2021/02/05/us-thanks-taiwan-for-help-resolving-auto-chip-shortage-in-key-trade-meeting.html" target="_blank" rel="noopener">delega a TSMC la fabbricazione</a>). Il tema è stato la sicurezza degli approvvigionamenti. Il gruppo taiwanese ha per esempio in progetto di aprire un impianto in Arizona, con un investimento di 12 miliardi di dollari; ma i tempi di realizzazione sono lunghi e investimenti in questo settore hanno bisogno di garanzie, anche politiche. Nel frattempo, la faglia che si sta aprendo per il decoupling delle filiere strategiche tra Stati Uniti e Cina ha nello stretto di Taiwan il suo punto più rischioso.</p>
<p class="p1">La seconda emergenza riguarda la supply chain delle batterie ad alta capacità, non solo utilizzate dall’industria automobilistica per la conversione all’auto elettrica ma anche necessarie per l’innovazione nel settore energetico e, in particolare, per le reti e la produzione di energia rinnovabile. Nel 2020, la fabbricazione di batterie di elevata capacità al litio si è rivelata insufficiente a far fronte a <a href="https://www.nature.com/articles/s43246-020-00095-x.pdf" target="_blank" rel="noopener">una domanda mondiale che sta esplodendo</a>. La criticità non dipende dalla disponibilità della materia prima grezza, bensì dalla possibilità di <a href="https://www.utilitydive.com/news/battery-makers-face-looming-shortages-of-high-quality-lithium/580482/" target="_blank" rel="noopener">approvvigionarsi di litio lavorato per raggiungere caratteristiche di purezza e qualità elevate</a>; è dunque nella fase intermedia della filiera che vi sono strozzature nella capacità produttiva e preoccupa, soprattutto, una concentrazione di quest’ultima in Cina. A fronte dell’aumento della richiesta mondiale di prodotto lavorato, nel 2019-20 in Cina sono stati aperti 46 mega-impianti di raffinazione del litio a fronte dei soli quattro che sono entrati in funzione nello stesso periodo negli Stati Uniti.</p>
<p class="p1">L’emergenza riguarda più in generale le <strong>filiere dei minerali strategici</strong>, tra i quali le cosiddette <i>terre rare</i> rivestono un ruolo particolare perché sono insostituibili in produzioni come le fibre ottiche. Ancora una volta, il problema è l’insufficienza della produzione rispetto alla domanda e, soprattutto, la concentrazione della produzione e della lavorazione intermedia in Cina. Pechino ha più volte minacciato un embargo delle terre rare nei confronti degli Stati Uniti, come rappresaglia per le sanzioni ai danni delle società cinesi del 5G. L’interruzione delle forniture avrebbe un effetto devastante per gran parte del comparto tecnologico americano, tanto più alla luce dell’impiego di alcune di queste terre rare per la <a href="https://www.nature.com/articles/ncomms14107" target="_blank" rel="noopener">realizzazione dei computer quantistici</a>, che segneranno negli anni ’20 una svolta radicale negli ecosistemi digitali grazie a una finora inimmaginabile potenza di calcolo e alla pervasività del cloud computing.</p>
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<h2 class="p1"><b><i>Cooperazione industriale e geopolitica</i></b></h2>
<p class="p1">Queste crisi hanno sottolineato l’urgenza di affrontare in modo strutturale la vulnerabilità dell’industria occidentale. L’<strong><a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/presidential-actions/2021/02/24/executive-order-on-americas-supply-chains/" target="_blank" rel="noopener"><i>Executive Order on American Supply Chains</i></a></strong>, firmato dal presidente Biden il 14 febbraio scorso, avvia un’azione ad ampio spettro di consolidamento e riorganizzazione delle filiere nei settori cruciali per la leadership tecnologica, la ricostruzione industriale e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Vi è indicato un orizzonte di brevissimo termine, cento giorni, per avere dei piani di intervento su aree dove il tema della vulnerabilità delle supply chains ha urgenza politica: la filiera farmaceutica, ovviamente, per mettere in sicurezza la produzione dei vaccini, ma anche i superconduttori, le batterie ad alta capacità e l’approvvigionamento di minerali strategici. Nel breve-medio termine, un anno, dovranno essere poi predisposti piani per l’insieme della base industriale degli Stati Uniti: le industrie legate alla difesa, l’energia, l’ICT e i dati, i trasporti, l’alimentare, il complesso dei beni e servizi necessari alla sicurezza sanitaria.</p>
<p class="p1">L’ordine esecutivo di Biden rimanda esplicitamente a precedenti disposizioni di Trump: <i>l’Executive Order</i> del settembre 2020, dedicato a contrastare la dipendenza da “avversari strategici” in tema di approvvigionamento dei minerali strategici (<i>critical minerals</i>) e l’ordine esecutivo del luglio 2017 finalizzato a rafforzare l’industria della difesa e le sue supply chains, quest’ultimo provvedimento particolarmente innovativo per la sua concezione di cosa sia il perimetro delle tecnologie e delle industrie strategiche per la difesa e la sicurezza nazionale, identificato di fatto con l’insieme dell’industria digitale.</p>
<p class="p1">Anche in Europa l’allarme per la crisi delle filiere strategiche è al massimo grado. L’industria automobilistica tedesca, colpita dalla carenza di microchip in un momento cruciale per la ripresa, si è fatta sentire con forza chiedendo l’<a href="https://www.reuters.com/article/us-volkswagen-chips-audi-idUSKBN2A41RS" target="_blank" rel="noopener">autonomia dell’Europa nella filiera dei microprocessori</a>.</p>
<p class="p1">L’impulso ad agire, ancora una volta, è venuto dall’asse franco-tedesco, che nel vertice bilaterale dell’ottobre 2020, allargato alla Presidente della Commissione Europea e dedicato alla <a href="https://www.ipcei-me.eu/2020/10/13/dialogue-franco-allemand-sur-la-technologie/" target="_blank" rel="noopener">cooperazione tecnologica</a>, ha offerto il quadro politico per impostare interventi mirati a specifiche aree. A fine gennaio 2021, la Commissione Europea ha approvato un finanziamento di 2,9 miliardi di euro per l’IPCEI (<i>Important Project of Common European Interest</i>) denominato <i><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_21_226" target="_blank" rel="noopener">European Battery Innovation</a></i>, che si prevede attiverà anche circa 9 miliardi di investimenti privati; e che si aggiunge a un precedente stanziamento di dicembre 2019 per più di 3 miliardi. Nel dicembre 2020 è stata sottoscritta da venti governi l’impegno a una strategia comune per sviluppare l’intera filiera dei processori e delle tecnologie dei semiconduttori: il ministro tedesco dell’economia, Altmaier, ha previsto un investimento comune di <a href="https://www.reuters.com/article/us-europe-germany-chips-idUSKBN2A32KG" target="_blank" rel="noopener">50 miliardi di euro</a> per rafforzare la filiera dei microprocessori, nell’ambito di un impegno sottoscritto da 19 governi europei a dicembre dell’anno passato.</p>
<p class="p1">Il terreno comune per il progetto di cooperazione high-tech voluto da Biden è dato dal fatto che sia negli Stati Uniti che in Europa è acquisita la consapevolezza che la sicurezza delle supply chain è condizione per la sovranità sui processi tecnologico-industriali di sviluppo economico e in materia di difesa; e che nel XXI secolo il conflitto geopolitica si concretizza in misura determinante nella competizione tecnologico-industriale, incentrata nel controllo delle tecnologie e nei processi industriali in settori chiave come l’intelligenza artificiale, l’emergente quantum computing e il 5G. Sta diventando condivisa la preoccupazione per la sicurezza di comparti che dipendono da supply chain complesse, sovra-estese globalmente e particolarmente esposte a rischi politici, a fragilità legate all’insostituibilità di fornitori super-specializzati e forti di economie di scala, a shock finanziari o anche climatici (a febbraio, il black-out in Texas per il maltempo ha costretto a <a href="http://www.koreaherald.com/view.php?ud=20210221000193" target="_blank" rel="noopener">chiudere alcuni importanti impianti Samsung</a> per la fabbricazione di microprocessori che, una volta spenti, hanno richiesto lunghe procedure per riprendere la lavorazione).</p>
<blockquote>
<p class="p1"><span style="font-size: 130%;">Il criterio di razionalizzazione della struttura industriale sta diventando la <strong>sicurezza nazionale</strong> – intesa anche come difesa della base tecnologica e della capacità produttiva &#8211; che prevale anche sulla ricerca di efficienza: la supply chain si sono allungate troppo nei decenni passati nella ricerca di efficienza a scapito della robustezza delle filiere, lasciando queste non solo esposte ai rischi di discontinuità dovuti a impreviste crisi delle imprese, dei distretti produttivi o dei paesi che nella filiera sono compresi, ma anche a vulnerabili ad attacchi o ritorsioni di un avversario strategico. </span></p>
</blockquote>
<p class="p1">La politica, dunque, asseconda e anzi guida quella che appare comunque una tendenza delle imprese a regionalizzare le filiere, che non è mero <i>re-shoring</i> ma ridisegno su basi di solidità, ridondanza, anche compatezza macro-regionale, privilegiando la robustezza sulla stessa efficienza, in una logica di globalizzazione governata – non più iper-globalizzazione ma <i>slowbalisation</i>, per usare un termine inventato da <i>The Economist</i> subito prima della pandemia**.</p>
<p class="p1">A suggello della compenetrazione tra politica industriale e sicurezza nazionale, Biden affida l’attuazione dell’executive order congiuntamente al Consigliere per la sicurezza nazionale e a quello per la politica economica. E’ questa una sottolineatura di come, in continuità con le guerre tecnologiche di Trump, centrale sia il contenimento di un avversario strategico, individuato nella Cina, in grado di contestare la leadership americana sul piano economico e geopolitico: contenimento che mira innanzitutto, certo, ad impedire lo sfruttamento di punti vulnerabili nelle filiere che fanno capo alle industrie statunitensi, ma che può avere anche un significato interdittivo, ossia di indebolimento e rottura delle filiere dell’ “avversario strategico”, così come a suo tempo esplicitamente indicato dagli ordini esecutivi dell’amministrazione Trump e dalla sua guerra aperta al 5G made in China.</p>
<p class="p1">La distanza rispetto all’approccio degli anni di Trump sta nella consapevolezza che gli stati Uniti hanno bisogno di alleati. Lo choc di scoprirsi secondi in una tecnologia strategica come il 5G e di essere sfidati per il primato nell’intelligenza artificiale è stato nel decennio scorso una sorta di Vietnam tecnologico, che ha prima innescato una reazione di ripiegamento (“Make America Great Again”) e poi una riflessione sulla necessità di costruire la sfida geopolitica-industriale su un perimetro di risorse più vasto.</p>
<blockquote>
<p class="p1"><span style="font-size: 130%;">Una dimensione del <strong><i>multilateralismo selettivo</i></strong> di Biden sta in questa consapevolezza di mobilitare “alleati e partner” contro un avversario strategico, che si affianca alla ricerca di un <i>multilateralismo inclusivo</i>, senza avversari, su temi come la sicurezza climatica globale, i flussi migratori e il contrasto alla pandemia. </span></p>
</blockquote>
<p class="p1">Rispetto a questo, l’Europa si trova a definire i propri interessi di lungo periodo: in che misura la cooperazione per il rafforzamento della base tecnologico-industriale, per l’innovazione e per la messa in sicurezza della supply chain strategiche deve avere come bussola la competizione con un avversario strategico, identificato con la Cina? detto in altri termini: quanto la ricerca di primato tecnologico e sicurezza industriale si deve declinare come guerra fredda tra tecno-democrazie e tecno-autoritarismi? E con quali strumenti può l’Europa tutelare la propria autonomia in ogni possibile futuro scenario, quando bastano poche migliaia di voti in Georgia o Michigan per cambiare il corso della politica americana anche su base di pulsioni contingenti e non razionali? Nei prossimi mesi l’intreccio tra alleanze geopolitiche e strategia tecnologico-industriale si presenterà in testa all’agenda politica europea, costringendo in ogni caso a superare definitivamente una visione economicista dei rapporti internazionali; ma ciò che dovrà essere scritto in quell’agenda non sarà di facile soluzione.</p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">* Dassù, M. 2020 “L’Europa geopolitica tra Stati Uniti e Cina” Rivista di politica economica 2020 n. 2</span><br />
<span style="font-size: 75%;">** The Economist “Slowbalisation: The Steam Has Gone Out of Globalisation”, 24 gennaio 2019 </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/sicurezza-supply-chains-politica-industriale/">L’era della sicurezza: supply chains, politica industriale e guerra fredda high-tech</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/sicurezza-supply-chains-politica-industriale/">L’era della sicurezza: supply chains, politica industriale e guerra fredda high-tech</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Uniti nella diversità</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/fuori-menu-made-in-italy-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 20:03:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[bellissima]]></category>
		<category><![CDATA[made in Italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando mi chiedono di cosa mi occupo e rispondo, un po’ pomposamente, che sono Food&#38;Wine Editor, l’effetto è quasi sempre lo stesso. Che fortunata! Sempre in giro a mangiare e bere. Il che è anche vero – o almeno lo è stato prima che scoppiasse la pandemia – ma non rende giustizia a chi vuole [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi chiedono di cosa mi occupo e rispondo, un po’ pomposamente, che sono Food&amp;Wine Editor, l’effetto è quasi sempre lo stesso. Che fortunata! Sempre in giro a mangiare e bere. Il che è anche vero – o almeno lo è stato prima che scoppiasse la pandemia – ma non rende giustizia a chi vuole trattare questo settore per quel che si merita e per cosa rappresenta: un <strong>asse portante dell’economia nazionale</strong>.</p>
<p>Secondo i dati dell’ultimo annuario Crea, con oltre 522 miliardi di euro il sistema agroalimentare italiano, dall’agricoltura alla ristorazione, rappresenta il 15% del Pil nazionale, classificandosi primo in Europa per valore aggiunto (31,3 miliardi di euro, davanti alla Francia con 30,2 miliardi). Le produzioni di qualità certificata Dop e Igp si confermano tra le più dinamiche, con un valore di 17 miliardi, il 19% del totale dell’agroalimentare italiano. Il vino ha corso veloce e inanellato primati, riuscendo a superare gli eterni rivali d’Oltralpe nella diffusione sul principale mercato mondiale, gli Stati Uniti.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">L’economia del mangiare-bere è il nostro petrolio. Formidabile asset, al pari di turismo e beni culturali, perché porta nel mondo il nostro spirito e stile di vita. Quello che – ogni indagine lo conferma – tutti ci invidiano. </span></p></blockquote>
<p>I prodotti agroalimentari sono i nostri ambasciatori e migliori testimoni, anche a costo di soffrire gli ingiusti effetti di un possente mercato di impostori. I truffaldini artefici di quell’Italian sounding che ci ruba immagine e fatturati.</p>
<p>Come dicono i più esperti, tuttavia, la regola della comunicazione (“purché se ne parli”) finisce per depotenziare anche questo fraudolento mercato parallelo. Dopo aver acquistato Parmesan, a Manhattan come a Shanghai, chi ha la ventura di gustare un vero Parmigiano Reggiano difficilmente ripiegherà di nuovo su un così modesto succedaneo. Da Dobbiaco a Pantelleria mostriamo una varietà agroalimentare che nessun altro Paese al mondo può vantare. Prodotti di super-nicchia per cultori dell’eccellenza accanto ad una produzione industriale di grande qualità, sempre più attenta ai temi ineludibili della sostenibilità e al sostegno delle realtà territoriali.</p>
<p>Sto illustrando il migliore dei mondi possibili? Certo che no. Come tutta la struttura produttiva del Paese anche l’agroalimentare sconta il nanismo delle imprese, la loro scarsa solidità finanziaria, la difficoltà a fare rete per essere più forti sui mercati esteri, l’ingenuità digitale che in un mondo super-connesso nessuno può più permettersi. Qualcosa si sta muovendo ma il percorso è ancora troppo intermittente e necessita di strategie più solide, soprattutto nel confronto con competitori esteri sempre più agguerriti.</p>
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<p>I grandi campioni del made in Italy alimentare hanno tracciato la strada, occorre sostenere chi ha spalle meno larghe e dare spazio ai tanti giovani che negli ultimi anni hanno riscoperto l’agricoltura sbaragliando i canoni tradizionali del mestiere.</p>
<p>Quando Nicoletta Picchio, la curatrice di questa collana, mi ha chiesto di scrivere un libro sul settore di cui mi occupo da anni ho avuto una sola incertezza. Come scegliere le storie da raccontare? Quale criterio seguire?</p>
<p><span style="font-size: 100%;">Ho deciso di parlare di <strong>aziende e persone</strong> – soprattutto persone – di cui conosco passione, lungimiranza e coraggio. Nella maggior parte dei casi proseguono una fortunata tradizione familiare, che hanno saputo implementare, aggiornare, rendere più performante e competitiva. Con la lucidità di intuire quando era necessario aprirsi a nuovi investitori o affidarsi alla professionalità di un manager esterno.</span></p>
<p>Sono undici storie esemplari che coprono diversi settori, differenti modi di porsi sul mercato e anche “stature” alquanto dissimili. All’apparenza poco tiene insieme una grande multinazionale come Illy con il miele artigiano di Andrea Paternoster. Ma chi avrà la pazienza di leggere troverà similitudini profonde. Prima tra tutte, una assoluta, inderogabile fedeltà alla qualità del prodotto.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%;">In queste undici storie leggerete molto di <strong>sostenibilità</strong>. E non perché sia divenuto il nuovo mantra della comunicazione aziendale a caccia di <em>green washing</em>. L’approccio sostenibile è strategico. </span></p></blockquote>
<p>Che sia la scelta biologica per i vigneti delle Cantine Ferrari o la selettività dei fornitori di Mutti.</p>
<p>La capacità di rinnovare un prodotto dei più classici accomuna Felicetti, che ha reso gourmet lo spaghetto, e Gennari dalla cui caparbietà è nato il Parmigiano Riserva.</p>
<p>Lo sguardo strategico all’uso del digitale avvicina Loison, in grado di comunicare direttamente con i clienti a ogni angolo del globo, a Sampò che vuole farne il perno di quella rivoluzione “elicoidale” avviata con il sistema integrato di cui è protagonista la chiocciola.</p>
<p>Solo due donne. Ma che donne. La grappa deve alla vulcanica Giannola Nonino il riconoscimento internazionale (anche tra chi non beve un sorso di alcol). Josè Rallo maschera con grazia, al ritmo di samba, una volontà d’acciaio nel promuovere il vino siciliano in giro per il mondo.<br />
E infine Rondolino, che affida ai figli il futuro del riso nel regno del <em>functional food</em>. Quel cibo del futuro che, oltre a regalarci emozioni, riesce anche a farci stare meglio.</p>
<p>Undici campioni, ciascuno a suo modo, del made in Italy enogastronomico.</p>
<p>___<br />
<span style="font-size: 75%;"> In alto, immagine creata da wayhomestudio &#8211; freepik.com</span></p>
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		<title>Disuguale per tutti</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/il-codice-del-capitale-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Mar 2021 18:53:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha l’aspetto di una testa di elefante: è la linea che rappresenta il tasso di crescita annuale e l’ammontare di ricchezza accumulata a livello globale da diverse fasce di reddito tra il 1980 e 2017. Viene chiamata proprio “curva dell’elefante”. Sulla vasta fronte c’è il 50 per cento della popolazione mondiale; negli ultimi trentacinque anni [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha l’aspetto di una testa di elefante: è la linea che rappresenta il tasso di crescita annuale e l’ammontare di ricchezza accumulata a livello globale da diverse fasce di reddito tra il 1980 e 2017. Viene chiamata proprio “<strong>curva dell’elefante</strong>”. Sulla vasta fronte c’è il 50 per cento della popolazione mondiale; negli ultimi trentacinque anni ha accumulato solo il 12 per cento della crescita della ricchezza globale. Oltre la fronte, la curva precipita prima di risalire vertiginosamente con la proboscide. Sulla proboscide c’è “l’uno per cento”; chi ne fa parte possiede il 27 per cento della nuova ricchezza, più del doppio delle persone che si affollano sulla fronte dell’elefante. Nella valle tra fronte e proboscide ci sono le famiglie a basso stipendio appartenenti alle economie di mercato, “il 90 per cento schiacciato nella parte bassa” di tali economie.</p>
<p>Non doveva andare così. Negli anni Ottanta, i mercati sviluppati ed emergenti hanno visto un’impennata di riforme economiche e legali che hanno dato la priorità ai mercati e non all’allocazione delle risorse economiche da parte del governo, un processo favorito anche dalla caduta della cortina di ferro e dal collasso del socialismo. L’intenzione di partenza era invece creare le condizioni per consentire a tutti di prospera- re. L’iniziativa individuale protetta da chiari diritti di proprietà e da un’applicazione rigorosa dei contratti avrebbe dovuto fare in modo che le risorse limitate fossero allocate al proprietario più efficiente, aumentando di conseguenza i benefici per tutti. Anche in assenza di un livellamento del campo di confronto, tutti avrebbero tratto giovamento dalla liberazione del singolo dai ceppi della tutela statale.</p>
<p>Trent’anni dopo, però, c’è poco da festeggiare, e ci si domanda se era dai tempi della Rivoluzione francese che non si arrivava a simili livelli di diseguaglianza<span style="font-size: 130%">.</span> Il tutto accade in paesi che si considerano democrazie, e che si sono votati all’autogoverno secondo norme maggioritarie e non elitarie. Difficile riconciliare certe aspirazioni con livelli di diseguaglianza che sanno di Ancien Régime.</p>
<p>Ovviamente i tentativi di spiegazione non sono mancati. I marxisti sostengono che la forza lavoro sia stata sfruttata dai capitalisti. Chi è diffidente verso il mercato globale ritiene che l’eccesso di globalizzazione abbia privato gli stati del potere di ridistribuire parte dei profitti dei capitalisti tramite programmi sociali o imposte progressive. C’è inoltre una nuova teoria secondo la quale nelle economie mature il capitale cresce più in fretta rispetto al resto dell’economia, e pertanto chi lo ha accumulato in passato tenderà ad arricchirsi più degli altri.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">Sono spiegazioni plausibili, almeno parzialmente, ma che non toccano la <strong>domanda fondamentale sulla genesi del capitale</strong>: come è stata creata inizialmente la ricchezza? E perché il capitale spesso sopravvive a scosse e cicli economici che lasciano tutti gli altri alla deriva, senza i guadagni accumulati in precedenza?</span></p></blockquote>
<p>Secondo me la risposta a queste domande risiede nel <strong>codice giuridico del capitale</strong>. Il capitale è costituito da due ingredienti di base: una risorsa e la legge. Utilizzo il termine “risorsa” (asset) in senso lato, per connotare qualunque oggetto, rivendicazione, abilità o idea, a prescindere dalla sua forma. Nella loro nuda sostanza, queste risorse non sono altro che un pezzo di terra, un edificio, l’impegno a ricevere un pagamento futuro, l’idea per un nuovo farmaco, una stringa di codice digitale. Per mezzo della giusta codifica legale, queste risorse possono trasformarsi in capitale e di conseguenza creare più facilmente ricchezza per chi le detiene.</p>
<p>Le risorse codificate sono cambiate col tempo e continueranno a farlo. In passato, terre, imprese, debiti e competenze sono stati codificati come capitale, e come intuibile da questa lista, la natura di tali risorse è cambiata strada facendo. La terra offre cibo e riparo anche senza codifica legale, ma gli strumenti d’impresa e i diritti di proprietà esistono solo per legge, e le risorse digitali esistono solo nel codice binario, nel quale il codice stesso è la risorsa.</p>
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			Economia e finanza		</p>
	<p class="name product-title woocommerce-loop-product__title"><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-codice-del-capitale/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link">Il codice del capitale</a></p></div><div class="price-wrapper">
	
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<p>Gli strumenti legali utilizzati per codificare ognuna di queste risorse sono rimasti però costanti nel tempo. I più importanti sono il diritto patrimoniale, delle garanzie legali, societario e fallimentare. Sono i moduli attraverso i quali il capitale viene codificato e che conferiscono alle risorse attributi importanti, privilegiandone i detentori: la <em>priorità</em>, che gerarchizza le rivendicazioni sulle risorse stesse; la durevolezza, che estende nel tempo le rivendicazioni di priorità; l’<em>universalità</em>, che le estende nello spazio; e la <em>convertibilità</em>, che opera come dispositivo assicurativo e permette ai detentori di convertire il credito privato in moneta pubblica, proteggendone il valore nominale, visto che solo la valuta legale può essere considerata una vera riserva di valore.</p>
<p>Una risorsa, una volta codificata legalmente, può generare ricchezza per chi la detiene. La codifica giuridica del capitale è un processo ingegnoso senza il quale il mondo non sarebbe mai arrivato ai livelli di ricchezza attuali, eppure il processo in sé è stato in genere celato. In questo libro intendo fare luce su <strong>come la legge contribuisca a creare sia la ricchezza sia la diseguaglianza</strong>.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">Rintracciare i <strong>motivi originari della diseguaglianza</strong> è d’importanza cruciale non solo perché le sempre maggiori disparità minacciano il tessuto sociale dei sistemi democratici, ma anche perché le forme convenzionali di redistribuzione per mezzo delle imposte sono diventate sempre più deboli. </span></p></blockquote>
<p>Non a caso proteggere le risorse dalle tasse è una delle strategie di codifica predilette da chi le detiene. Gli avvocati, signori del codice, vengono pagati profumatamente per tenere le risorse fuori dalla portata dei creditori, comprese le autorità fiscali, con l’aiuto delle leggi degli stati stessi.</p>
<p>In che modo le risorse vengono selezionate per essere codificate legalmente come capitale, da chi e per il bene di chi? Queste sono le domande chiave per comprendere il capitale e l’economia politica del capitalismo. Le risposte a questi interrogativi non sono state però cercate molto spesso, visto che gran parte degli osservatori considerano la legge una spalla, e non la protagonista dello spettacolo del capitale.</p>
<p>In questo libro mostrerò come e da chi le risorse ordinarie vengono trasformate in capitale, e farò luce sul processo che permette agli avvocati di trasformare qualunque risorsa in capitale. I ricchi, in genere, sostengono di meritare quanto hanno grazie ad abilità speciali, al duro lavoro e ai sacrifici personali fatti in prima persona o dai loro genitori o antenati. Certo, questi fattori possono avere svolto un ruolo, ma senza la codifica legale, gran parte di tali fortune avrebbero avuto vita breve. Per accumulare ricchezza sul lungo periodo serve l’ausilio di un codice suffragato dal potere coercitivo di uno stato.</p>
<p>Spesso si considera come una semplice coincidenza il parallelismo tra i successi economici delle epoche recenti – seguiti a millenni di crescita molto inferiore e di ricchezze ben più instabili – e l’ascesa di stati-nazione che regolano la società principalmente tramite la legge. Secondo molti opinionisti, l’avvento dei diritti di proprietà, considerato una fondamentale restrizione al potere statale, è stato il motivo principale dell’ascesa dell’Occidente. Sarebbe però più corretto attribuirlo alla volontà dello stato di rendere legge la codifica privata delle risorse, e non solo dei diritti di proprietà in senso stretto, ma anche di altri privilegi legali che conferiscono a una risorsa priorità, durevolezza, universalità e convertibilità.</p>
<p>Il fatto che il capitale sia interconnesso al potere statale e da esso dipendente viene spesso trascurato nei dibattiti sulle economie di mercato. Contratti e diritti di proprietà sostengono i liberi mercati, ma il capitalismo ha bisogno di qualcosa di più: una legge che privilegi alcune risorse, dando ai loro detentori un vantaggio relativo al fine di accumulare ricchezza a discapito di altri.</p>
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<p><span style="font-size: 75%">In alto, l&#8217;illustrazione di copertina di Noma Bar</span></p>
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		<title>Oltre la storia del design italiano</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/icone-design-italiano-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 10:51:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[made in Italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama internazionale del design – e in particolare del design industriale – le imprese italiane rappresentano da oltre mezzo secolo un’eccellenza globalmente riconosciuta, tanto dal mercato, quanto dal mondo della cultura e della progettazione. Lo testimonia il numero di prodotti delle nostre aziende che – pur realizzati per essere utilizzati nel quotidiano – sono [...]</p>
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<div class="section">
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<div class="column">
<p>Nel panorama internazionale del design – e in particolare del design industriale – le imprese italiane rappresentano da oltre mezzo secolo un’<strong>eccellenza globalmente riconosciuta</strong>, tanto dal mercato, quanto dal mondo della cultura e della progettazione.</p>
<p>Lo testimonia il numero di prodotti delle nostre aziende che – pur realizzati per essere utilizzati nel quotidiano – sono esposti nelle collezioni permanenti dei principali musei di design e arte applicata del mondo. Lo conferma il successo di una manifestazione come il Salone del Mobile di Milano, diventata negli anni il punto di riferimento indiscusso della comunità internazionale del settore. Lo ricordano i numeri dell’economia, che descrivono un’industria capace di competere con i colossi più agguerriti – cinesi, tedeschi, americani – grazie alle armi vincenti della qualità e dell’innovazione, su cui le aziende hanno costruito nel tempo la loro credibilità, superando spesso anche quel limite dimensionale che, in altri settori, è spesso un freno alla crescita sui mercati globali.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-size: 130%;">Proprio la capacità di fare qualità e innovazione è il <strong>filo conduttore che lega le dieci storie</strong> raccolte in questo volume, scelte come rappresentative dei migliori valori di questa industria. Non è mai facile operare una selezione. Tantomeno lo è in un settore, quello dell’arredo-design, che nel nostro Paese esprime tante eccellenze.</span></p>
</blockquote>
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<p>In questo caso abbiamo seguito alcuni <strong>criteri-guida</strong>, come la storicità del marchio, la riconoscibilità degli oggetti prodotti (spesso vere e proprie icone del made in Italy nel mondo), ma anche l’attitudine a sperimentare, a investire in ricerca e sviluppo, in nuove tecnologie produttive o di processo, che in molti casi hanno segnato tappe decisive nell’evoluzione di questo settore manifatturiero.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-size: 130%;">Ci siamo focalizzati su un territorio, quello della Lombardia e del Piemonte, che storicamente ha alcuni tratti comuni, tra cui l’emergere prima che altrove (tra gli anni Cinquanta e Sessanta) di una cultura del progetto e di una produzione su scala industriale.</span></p>
</blockquote>
<p>Ne abbiamo indagato la storia, per comprendere le radici di questa capacità innovativa che non rinnega mai il passato, ma anzi lo rivendica con orgoglio. Ne raccontiamo il presente e il futuro, che attraversano il delicato tema del passaggio generazionale e la costruzione di modelli di proprietà e gestione in grado di affrontare sfide come la globalizzazione e la digitalizzazione. Vedremo che le aziende fanno scelte differenti, ma tutte efficaci. Perché tutte guardano avanti.</p>
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		<title>Il momento politico</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/azione-politica-michael-walzer-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 10:14:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anteprime]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gran parte dell’attività politica è routine, quotidianità lavorativa, che è meglio lasciare ai professionisti del settore. Chi non lo è non ha tempo per un’attività del genere; cionondimeno svolge sovente un lavoro assai simile in organizzazioni di tipo non apertamente politico. Ma il lavoro di routine è adatto soltanto a situazioni di routine. In momenti [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gran parte dell’attività politica è routine, quotidianità lavorativa, che è meglio lasciare ai professionisti del settore. Chi non lo è non ha tempo per un’attività del genere; cionondimeno svolge sovente un lavoro assai simile in organizzazioni di tipo non apertamente politico. Ma il lavoro di routine è adatto soltanto a situazioni di routine. In momenti di crisi, i professionisti risultano spesso inadeguati, e in momenti critici, o di presa di coscienza di soprusi o ingiustizie, non sanno che pesci pigliare.</p>
<p>In tali circostanze, il sistema democratico sollecita fortemente i non professionisti ad arruolarsi in politica; li invita all’impegno e alla partecipazione. Più raramente non si tratta di arruolarsi a una causa bensì di arruolamento nelle forze armate, allora la routine viene meno e a un gran numero di uomini e di donne s’impongono scelte drammatiche, anche perché persone politicamente passive si trovano coinvolte dall’oggi al domani nell’attivismo proprio dei movimenti.*</p>
<p>Persone, è bene precisare, non necessariamente sprovvedute, ma che sono spesso poco consapevoli della complessità della politica. Poco consapevoli dei rischi che si corrono sul piano personale, poco preparate all’ostilità e al conflitto, a disagio davanti alle infinite astuzie della retorica e del comportamento manipolatorio della comunicazione, s’impegnano tuttavia in associazioni, campagne, movimenti, cercando di contemperare la loro percezione del “qualcosa che non va” e il loro impulso al cambiamento. Questo libretto è dedicato a questi inesperti come me, affinché il poco che impariamo non diventi un segreto di fabbricazione.</p>
<div title="Page 42">
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%"><strong>Ognuno ha una sua percezione della crisi e la sua personale indignazione</strong>. Finché non le condividerà, e ampiamente, la maggior parte di noi le affronterà, le patirà, le reprimerà e le rimuoverà in privato.<br />
</span></p>
</blockquote>
<p>Il profeta solitario attraversa il suo deserto tra la disattenzione, il dileggio e la scontrosità altrui, rivolgendosi a persone che non vogliono prestargli ascolto. Può valere (talvolta) la pena tentare, ma la maggior parte di noi impara a starsene zitto e buono.</p>
<p>L’attivismo politico è possibile unicamente quando l’espressione dell’indignazione e la prospettiva di un disastro suscitano una certa reazione se non altro nella cerchia dei nostri conoscenti. Possiamo verificare come reagiscono i nostri amici. La decisione effettiva di entrare nell’arena politica sarà quasi certamente presa solo da un piccolo gruppo, il quale però dovrebbe essere composto unicamente da persone che abbiano delle seppur vaghe idee di crescita.</p>
<p>Da dove possono venire queste idee? Auspicabilmente, da conversazioni e incontri con altre persone, da indizi del loro impegno, da plausibili segni di interesse. Gli aspiranti attivisti devono avere una certa<strong> percezione della loro futura <em><strong>constituency </strong></em></strong>(“base sociale”); devono sapere, prima ancora di farsi avanti e lanciare appelli all’azione, se e quante persone aderiranno allo sciopero, presenzieranno alle riunioni, parteciperanno alle marce.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%">Vorrei intanto mettere in guardia dalle <strong>suggestioni della pura teoria</strong>, dalle astrusità di discettazioni ipersofisticate. Il discorso politico elaborato nell’ambito ristretto dei circoli accademici o di ambienti settari non è sufficiente a fondare l’azione politica.</p>
<p></span></p>
</blockquote>
<p>Solleverò in seguito alcuni problemi propri della politica settaria. Occorre tuttavia menzionarne sin da subito una caratteristica specifica: la volontà di agire sulla base di una qualche visione teorica del futuro senza tenere in alcun conto l’esperienza presente. Sorgono in tal modo partiti e movimenti fondati unicamente sulla fervente aspettativa dei più fedeli. Se non si verificano gli eventi previsti, mentre aumenta la probabilità del verificarsi di quelli imprevisti, è probabile che il gruppo dei fedeli resti piuttosto limitato.</p>
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			Politica e società		</p>
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<p>Ci sono diversi modi di affrontare questa difficoltà, come suggerisce la lunga vicenda storica del cristianesimo; ma molto più numerosi sono i modi che non funzionano. Donde le sette politiche della sinistra, ciascuna frutto di un’iniziativa per la quale, indipendentemente dal verdetto del futuro, il presente non risulta mai pronto.</p>
<div title="Page 43">
<p>Va pur detto che le iniziative settarie sono perlomeno precedute da ampie speculazioni sugli esiti e sulle possibili conseguenze. Assai più pericolosa è pertanto la sconsideratezza della massima pronunciata nel 1793 da un capo giacobino: <em>On s’engage et puis on voit</em> (“Ci si impegna poi si vede”).** Vedrò poi che cosa succede.</p>
<p>Ovvero, che trovi sostegno o non lo trovi, che il mio impegno sia ripagato oppure no, che il coinvolgimento degli altri sia possibile o meno, e nel caso quale che sia la sua misura, io agisco comunque, nella speranza di un beneficio per quanto incerto o, addirittura, senza alcuna speranza. Il che spesso significa che la mia azione è dettata da rabbia personale e frustrazione così perentorie, così insopportabili, che fare comunque qualcosa subito diventa assai più urgente che ottenere qualche risultato in seguito.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 130%">Personalmente ho provato sentimenti del genere e ho visto altri esserne vittime. Ma la motivazione politica è qualcosa di piuttosto diverso. <strong>Diventiamo uomini politici quando agiamo per motivazioni pubbliche</strong>, non private o, perlomeno, se aggiungiamo ragioni di carattere sociale alle nostre personali, e quando immaginiamo gli effetti di ciò che facciamo tenendo in considerazione gli altri quanto noi stessi.<br />
</span></p></blockquote>
<div title="Page 44">
<div>
<p>L’azione politica è con o per gli altri, e sebbene si possano considerare i nostri sentimenti personali molto importanti (come peraltro comunemente avviene), essi sono, di fatto, meno importanti dei sentimenti inevitabilmente “non personali” che nutriamo per gli altri che sono coinvolti nell’agire di questo gruppo, a favore di questo gruppo, contro quel gruppo di uomini e donne che non possiamo realmente conoscere.</p>
<p>Un gran numero di uomini e di donne pronti ad agire assieme senza conoscersi, indifferenti alla politica professionale e alla sua routine, sono gli ingredienti del momento politico. I protagonisti del momento sono un piccolo numero di uomini e di donne che riconoscono le urgenze attuali e le rendono pubbliche. Queste urgenze hanno una duplice origine.</p>
<p>Da un lato la percezione di stare subendo un sopruso piuttosto diffuso, l’interesse di classe, la solidarietà etnica tendono a generare un’azione politica dei cittadini verosimilmente orientata a evolvere in politica professionale e quindi a tralasciare alleanze e associazioni difensive permanenti. Per esempio, solo il periodo iniziale del movimento operaio, e poi delle varie organizzazioni sindacali, fornisce chiari esempi di partecipazione amatoriale, benché ogni sciopero veda la nascita di nuovi attivisti estranei ai manierismi di professione eppure politicamente competenti in svariati modi.</p>
<p>Dall’altro lato, se si guarda per esempio alla lotta delle donne per il suffragio, questo è sempre stato un movimento urbano; né ha mai generato un sindacato femminile di carattere professionale, anche per- ché, ottenuto il suffragio, non si vedeva la necessità di un’organizzazione femminile attiva.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%">Indignazione morale, collera e sofferenza suscitate dalle ingiustizie commesse nella nostra società, e dal nostro governo al di là dell’oceano, producono un genere d’azione politica destinata a rimanere <strong>appannaggio della popolazione urbana</strong>, in gran parte perché la sua incidenza e la sua durata nel tempo sono decisamente imprevedibili.</span></p>
</blockquote>
<p>I professionisti della politica cercano di tanto in tanto il sostegno di questi cittadini, peraltro piuttosto restii a concederlo. In ogni caso, i politici sono raramente presenti nei momenti iniziali dei movimenti. I primi tentativi di affrontare una crisi, di porre fine all’ingiustizia hanno avuto inizio, senza di loro e nonostante loro, nel momento in cui un <strong>gruppo di cittadini</strong> convoca una riunione, dibatte di strategie, progetta una nuova organizzazione.</p>
<p><span style="font-size: 75%">*Walzer allude al movimento di renitenza alla leva affermatosi nel corso della Guerra del Vietnam e alla drammatica scelta, imposta ai giovani statunitensi contrari al conflitto, tra l’arruolarsi e il disertare, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate [N.d.T.].</span></p>
<p><span style="font-size: 75%">**Il capo giacobino cui ironicamente Walzer fa riferimento è Napoleone Bonaparte [N.d.R.].</span></p>
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<p>&nbsp;</p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/azione-politica-michael-walzer-estratto/">Il momento politico</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/azione-politica-michael-walzer-estratto/">Il momento politico</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’economia ha bisogno della complessità</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/il-mercato-rende-liberi-bugie-neoliberismo-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 12:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si dice che il beato Pietro da Treia (Montecchio, 1227 – Sirolo, 1304) non divenne mai santo perché, secondo il codice canonico di allora, per la santità occorreva che al momento dell’esumazione, 33 anni e 7 giorni dopo la morte, fosse trovata intatta quella parte del corpo per cui si era in odore di santità. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che il beato Pietro da Treia (Montecchio, 1227 – Sirolo, 1304) non divenne mai santo perché, secondo il codice canonico di allora, per la santità occorreva che al momento dell’esumazione, 33 anni e 7 giorni dopo la morte, fosse trovata intatta quella parte del corpo per cui si era in odore di santità. Essendo stato, il frate francescano, un eccellente predicatore, i fedeli sirolesi si attendevano che la lingua fosse l’organo rimasto intatto, non intaccato dai batteri della morte. Invece, con grande disappunto degli abitanti di Sirolo, si scoprì che solo “la virtù più indecente” – come canta il poeta – era rimasta intatta al processo di decomposizione.</p>
<p>La delusione fu enorme. E a poco valse il commento che voleva essere consolatorio del capitano del popolo del paese: “Pietro è beato da morto, ma dall’esumazione pare che pure da vivo non se la passasse male”. Il frate rimase beato e delle sue sante prediche piene di immagini meravigliose – con urobori, lupe romane parlanti, ma a vanvera, e branchi di sarde che lottano contro velieri condotti da capitani di sventura venuti dal Nord – non rimase traccia. Parole sante perdute.</p>
<p>Neoliberisti, soprattutto italo-americani, commentano, con parole decisamente meno sante e illuminate, l’andamento del PIL dell’Italia degli ultimi trent’anni attribuendone la responsabilità all’intromissione del pubblico nel mercato, alle rigidità del mercato del lavoro e alla modesta produttività dell’occupato italico. Sappiamo che l’Italia dal 1992 cresce di meno rispetto agli altri Paesi europei – tanto che da più parti si parla di <em>declino</em> – e i segni di ripresa dalla crisi del 2007-2008 tardano a intravedersi, soli con la Grecia, ben prima della recessione Co- vid-19.</p>
<p><span style="font-size: 100%">La crisi, oltre a costi economici e sociali imponenti, sta determinando il <strong>tramonto della teoria economica dominante</strong> – di cui il neoliberismo è figlio. Ci si chiede sempre più spesso se, così come la Depressione del 1929 portò alla nascita del paradigma keynesiano, si prepara la nascita di una diversa economia. Joe Stiglitz, Paul Krugman, Paul Romer e molti altri dicono di sì; per ora si è certi che il modello economico dominante è sbagliato e che le alternative – seppur promettenti – sono ancora incomplete.</span></p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%">L’<strong>economia nasce come economia politica</strong> con l’obiettivo di governare il cambiamento della società. Questo accade prima della matematizzazione dell’economia. Uno degli scopi era quello di essere <strong>utile alla società</strong> per rimediare alle sue patologie (disoccupazione e inflazione <em>in primis</em>). </span></p>
</blockquote>
<p>Come da “scienza” utile si sia trasformata in una disciplina inutile e spesso dannosa è descritto assai bene in Francesco Saraceno (2018). Giorgio Fuà (come ricordato nella bella biografia di Roberto Giulianelli, 2019) ha più volte richiamato la necessità di fare dell’economista una figura socialmente utile.</p>
<p>Per questo credo si debba dotare di strumenti – come quelli della complessità – che gli consentano di cercare le chiavi dove una persona le ha perse e non sotto un lampione perché lì c’è luce (Fitoussi, 2013).</p>
<p>Invece di ridurre gli assiomi a ipotesi verificabili, l’economia ha scelto un percorso diverso: gli assiomi sono diventati dogmi e il rigore scientifico è stato identificato con la matematica. Questa operazione non è neutra. Privilegiando la forma sulla sostanza, cioè la matematica sull’evidenza empirica, e inoltre, usando l’analogia meccanicistica con la fisica di Newton, l’<strong>economia è diventata autoreferenziale</strong>.</p>
<p>Questo si basa sulla visione obsoleta del meccanicismo e dell’individualismo, che ci ha portato a sottovalutare i beni comuni, a vivere e inquinare <strong>producendo in eccesso come se l’um</strong><strong>anità (e l’economia) non facessero parte della natura</strong>.</p>
<p><span style="font-size: 100%">Oggi, tutti i dibattiti politici sono saldamente ancorati alle potenti discipline accademiche dell’economia, che, affermando con successo di essere una scienza esatta, determina il processo decisionale e la legislazione. Sfortunatamente, l’economia si applica ancora al pregiudizio riduzionista, lineare e quantitativo a breve termine tipico del pensiero scientifico tradizionale, in conseguenza del paradigma meccanicistico.</span></p>
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			Economia e finanza		</p>
	<p class="name product-title woocommerce-loop-product__title"><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/il-mercato-rende-liberi/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link">Il mercato rende liberi</a></p></div><div class="price-wrapper">
	
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<p>Le cosiddette leggi economiche producono grandi distorsioni perché si basano sul presupposto che sia naturale e desiderabile per un’istituzione fissare un obiettivo di crescita che induca comportamenti egoistici individuali mentre scoraggia le pratiche virtuose (Capra e Mattei, 2015, p. 8).</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%">La <strong>teoria della complessità</strong> termina il tempo della certezza quando gli studiosi credevano che ogni effetto corrispondesse e fosse proporzionale a una causa precisa. Questo sottile problema ha effetti sulla teoria economica dominante, che si basa sul presupposto di equilibrio e linearità, ma anche sulle scienze dure – fisica e chimica – in primo luogo. </span></p>
</blockquote>
<p>Come mostrato da Anderson (1972), l’aggregato non è la somma dei suoi componenti, ma piuttosto deriva dall’interazione (che implica una non linearità) tra i componenti stessi. Implica l’abbandono dell’idea di “legge naturale” e meccanicismo, di proporzionalità tra cau-sa ed effetto e che la dinamica di un sistema può essere ricostruita riassumendo gli effetti di singole cause che agiscono su singoli componenti (Nicolis e Prigogine, 1977).</p>
<p>Concentrandosi sui sistemi in equilibrio, gli economisti accettano implicitamente che il numero di stati possibili che un sistema può raggiungere è limitato (e calcolabile) e che la dinamica del tempo di ricerca è breve e convergente, rispetto al tempo di “equilibrio”.</p>
<p>L’approccio tradizionale in economia è molto quantitativo, <strong>riducendo il valore della vita umana al valore dei beni e servizi prodotti</strong>, ed è “l’attuale forma della visione meccanicistica cartesiana. [&#8230;] Gli incentivi del settore privato e le strutture legali incoraggiano lo sfruttamento e il comportamento miope delle imprese determinando la struttura istituzionale, legale e intellettuale degli attuali ordini economici estrattivi che chiamiamo la trappola meccanicistica” (Capra e Mattei, 2015, p. 115).</p>
<p>La <strong>trappola del meccanicismo</strong> è ben evidenziata da quelli come Irving Fisher, che nel 1891 costruì una macchina idraulica per calcolare i prezzi di equilibrio. Anni dopo, nel 1950, William Phillips inventò il MONIAC, un computer idraulico che simulava l’economia britannica.</p>
<p><span style="font-size: 100%"> La capacità di descrivere l’economia come una macchina è un frutto della tradizione della fisica classica, in grado di descrivere una materia complicata, ma non complessa, cioè capace di evolversi. L’economia mainstream pone al centro della sua indagine un individuo astratto, un atomo isolato, che esiste a parte gli altri e agisce indipendentemente da questi.</span></p>
<p>L’uso di agenti rappresentativi consente di applicare il metodo analitico all’economia, ma a un prezzo troppo elevato. In tal modo si cerca di ridurre l’aggregato al micro – il che ci dà l’idea di una “possibile, ma falsa” microfondazione – per definizione, si rinuncia alla possibilità di analizzare la distribuzione e gli effetti della composizione. Kirman (1992) ha infine messo in evidenza i limiti analitici dell’agente rappresentativo che non rappresenta nessuno.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px"><span style="font-size: 130%">Se osserviamo attentamente, l’ipotesi del massimo-minimo (costo e utilità) deriva dalla fisica classica ed è funzionale solo a ridurre il comportamento degli agenti a quello – senza strategie o apprendimento – degli atomi. Ed essendo funzionale, è <em>ad hoc</em>. Ciò ha permesso di trasformare una scienza sociale come l’economia in una quantitativa. </span></p>
</blockquote>
<p>L’uso della matematica fornisce all’economia un’autorità che rischia di diventare una presunta obiettività e che, in ogni caso, rende difficile identificare le sue condizioni ideologiche – Schumpeter ritiene che la costruzione analitica di ogni teoria è preceduta da una riflessione sulla visione ideologica.</p>
<p>Questa impostazione dell’economia è stata un fattore decisivo per l’affermazione definitiva in matematica dei sistemi formali, poiché, per la prima volta, il metodo assiomatico-deduttivo è stato applicato al di fuori dei contesti tradizionali di geometria o fisica. Ma, a differenza della fisica, il comportamento degli esseri umani è più difficile da descrivere attraverso modelli matematici, dal momento che non è sufficiente adattare i metodi e il ragionamento della fisica per modellare l’economia perché l’<strong>economia è una scienza sociale.</strong></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/il-mercato-rende-liberi-bugie-neoliberismo-estratto/">L’economia ha bisogno della complessità</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/il-mercato-rende-liberi-bugie-neoliberismo-estratto/">L’economia ha bisogno della complessità</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Cosa vuol dire essere immuni?</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/immunita-vaccini-virus-e-altre-paure-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 12:07:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[immunità]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima storia che abbia mai sentito a proposito dell’immunità mi è stata raccontata, quando ero piccola, da mio padre, che è medico. Riguardava Achille, che la madre tentò di rendere immortale. Secondo una versione del mito, lei annientò la mortalità del figlio per mezzo del fuoco, rese il corpo di Achille invulnerabile a ogni [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La prima storia che abbia mai sentito a proposito dell’immunità mi è stata raccontata, quando ero piccola, da mio padre, che è medico. Riguardava Achille, che la madre tentò di rendere immortale. Secondo una versione del mito, lei annientò la mortalità del figlio per mezzo del fuoco, rese il corpo di Achille invulnerabile a ogni ferita, a eccezione però del tallone, e fu proprio quello il punto in cui lo colpì una freccia avvelenata, uccidendolo. In un’altra versione, il piccolo Achille venne immerso nel fiume Stige, quello che segna il confine tra il mondo dei vivi e l’aldilà. La madre, per non farlo sprofondare nell’acqua, tenne il figlio per il tallone, lasciandogli anche in questo caso una fatale vulnerabilità.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-size: 130%;">Ed è proprio dal fiume Stige che partì Rubens per dipingere la storia di Achille. Il quadro raffigura pipistrelli che volano nel cielo, mentre sullo sfondo si vede un traghetto guidato da morti. In primo piano c’è Achille, penzola dalla mano della madre che lo tiene per la gambetta paffuta, la testa e le spalle già sommerse dall’acqua. Chiaramente il suo non è un bagno qualsiasi. Nel punto in cui il bambino tocca l’acqua è raggomitolato un cane a tre teste, che fa la guardia al regno dell’aldilà, sembra quasi che Achille venga immerso nel corpo della bestia. <strong>Conferire immunità, così almeno pare suggerire l’opera, è un’impresa pericolosa</strong>.</span></p>
</blockquote>
<p>In una delle storie, un uomo acconsente a barattare col diavolo qualunque cosa si trovi dietro al proprio mulino. È convinto di dar via un albero di mele, ma scoprirà con sgomento che oltre il mulino c’è sua figlia. In un’altra fiaba, una donna che da tempo desidera un figlio e che finalmente resta incinta smania per una pianta nota come raperonzolo, che si trova nel giardino di una strega malvagia. La donna spedisce il marito a rubare la pianta, ma quando l’uomo viene colto sul fatto promette la figlia nascitura alla strega; questa rinchiuderà la bambina in un’alta torre priva di porte.</p>
<p>Tanto le fanciulle prigioniere nelle torri possono sempre calare le loro lunghe trecce dalle finestre.</p>
<p><span class="s1" style="font-size: 130;"><span class="s1" style="font-size: 130;">La stessa cosa accade nei miti greci che mi leggeva mia madre. A un re che aveva ricevuto un’infausta profezia non fu sufficiente rinchiudere la figlia in una torre per impedirle di avere figli. Zeus infatti fece visita alla fanciulla sotto forma di pioggia d’oro, mettendola incinta di un bambino destinato a uccidere il re. Anche se il neonato Edipo, lasciato a morire su un monte, venne salvato da un pastore, non scampò alla profezia secondo cui avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre. E Teti, la madre di Achille, non fu in grado di distruggere col fuoco né di affogare nell’acqua la mortalità del figlio.</span></span></p>
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			Filosofia e società		</p>
	<p class="name product-title woocommerce-loop-product__title"><a href="https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/immunita/" class="woocommerce-LoopProduct-link woocommerce-loop-product__link">Immunità</a></p></div><div class="price-wrapper">
	
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<p>Anche se un figlio non può sfuggire al proprio destino, persino gli dèi provano a far sì che accada. La madre di Achille, una dea che si era unita a un mortale, seppe da una profezia che il figlio sarebbe morto giovane. Nel tentativo di scongiurare la predizione, arrivò a vestire Achille da ragazza per sottrarlo alla Guerra di Troia. Quando poi il figlio impugnò una spada rivelando di essere un ragazzo, sua madre pregò il dio del fuoco di forgiargli uno scudo. Questo era istoriato con il sole e la luna, la terra e l’oceano, città in guerra e in pace, campi dissodati e mietuti: c’era l’intero universo, con tutte le sue dualità, sullo scudo di Achille.</p>
<p>Adesso mio padre mi fa notare che la storia che mi raccontava quando ero piccola non era il mito di Achille, bensì un’antica leggenda. Mentre me ne narra la trama, capisco perché ho confuso i due racconti. L’eroe della seconda storia diventa invulnerabile alle ferite grazie a un bagno nel sangue di drago, ma nel momento in cui si lava nel sangue una foglia resta appiccicata al suo corpo, lasciando una piccola porzione di schiena non protetta. Pur essendo uscito vittorioso da numerose battaglie, basterà un colpo sferrato in quel punto per ucciderlo.</p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 40px;"><span style="font-size: 130%;"><span class="s2">Tutte queste storie ci fanno capire che <b>quello dell’immunità è un mito</b>, e non esiste mortale che possa diventare invulnerabile. Una verità che facevo meno fatica ad accettare prima di diventare madre. La nascita di mio figlio </span><span class="s1">ha portato con sé un senso esagerato di potenza così come di impotenza. M</span><span class="s1">i sono ritrovata a negoziare con il destino tante di quelle volte che alla fine mio marito e io abbiamo trasformato quest’abitudine in gioco, e ci domandavamo quale malattia avremmo assegnato a nostro figlio al solo scopo di prevenirne un’altra: recitavamo una parodia delle decisioni impossibili per un genitore.</span></span></p>
</blockquote>
<p class="p1"><span class="s1">Quando mio figlio era neonato, mi capitò di ascoltare molte variazioni sul tema “<strong>l’unica cosa che importa è proteggerlo</strong>”. Mi domandavo se questa fosse davvero la cosa più importante, e quasi altrettanto spesso mi domandavo se sarei stata in grado di proteggerlo. Avevo la certezza di non possedere il potere di proteggerlo dalla sua sorte, qualunque fosse. Ciononostante ero determinata a evitare le scommesse sbagliate delle fiabe dei Grimm. Non avrei permesso che mio figlio venisse dannato per colpa della mia negligenza o cupidigia. Non avrei detto per errore al diavolo: “Pigliati pure tutto ciò che si trova dietro al mio mulino”, per poi scoprire che dietro il mulino c’era proprio il mio bambino.</span></p>
<div class="is-divider small"></div>
<p><span style="font-size: 75%;">In alto, Pietro Testa, <em>Teti immerge Achille nell&#8217;acqua dello Stige</em>, National Gallery of Victoria, Melbourne </span></p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/immunita-vaccini-virus-e-altre-paure-estratto/">Cosa vuol dire essere immuni?</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/immunita-vaccini-virus-e-altre-paure-estratto/">Cosa vuol dire essere immuni?</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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		<title>Tanto la Merkel dirà di no</title>
		<link>https://luissuniversitypress.it/tanto-la-merkel-dira-di-no/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Rodia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 11:49:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Estratti]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
		<category><![CDATA[politica economica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se si riuscisse ad abbandonare lo schema concettuale che ha plasmato politiche e istituzioni europee fin dagli anni Ottanta, si potrebbe ridisegnare l’Unione facendo leva sull’interazione tra mercati e attori pubblici nell’assorbire le fluttuazioni, ridurre le divergenze e sostenere la crescita di lungo periodo. Negli ultimi anni molti economisti hanno fatto proposte che andavano nella [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si riuscisse ad abbandonare lo schema concettuale che ha plasmato politiche e istituzioni europee fin dagli anni Ottanta, si potrebbe ridisegnare l’Unione facendo leva sull’interazione tra mercati e attori pubblici nell’assorbire le fluttuazioni, ridurre le divergenze e sostenere la crescita di lungo periodo. Negli ultimi anni molti economisti hanno fatto proposte che andavano nella direzione delineata in questo volume.</p>
<blockquote><p>Tuttavia, le ipotesi di riforma volte ad assicurare maggiore coesione e condivisone dei rischi macroeconomici si sono sempre scontrate con l’opposizione dei Paesi del cosiddetto centro dell’Eurozona. Lo spazio politico per una critica riformista allo status quo è sempre stato limitato, anche nei momenti in cui erano più evidenti la fragilità teorica e i costi (sociali ed economici) delle politiche imposte dalla dottrina di Berlino.</p></blockquote>
<p>La catastrofica seconda recessione dell’Eurozona, nel 2012-13, ha alimentato il fuoco dell’euroscetticismo e dell’interesse nazionale, ma non ha dato voce a chi preconizzava un’Europa diversa. Cantori dello status quo e sovranisti si sono saldati in un’alleanza, tanto involontaria quanto innaturale, nella difesa dell’equivalenza tra la moneta unica e le politiche “neoliberali”. Il pilastro su cui ha prosperato l’immobilismo europeo è stato, almeno fino alla crisi del Covid-19, la Germania. Al punto che negli anni scorsi ogni proposta di riforma che cercasse di ovviare ai difetti di costruzione della moneta unica veniva gratificata dal sorriso di scherno di un euroscettico, assortito dall’immancabile “tanto la Merkel dirà di no”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Dalla riforma Hartz al fiscal compact</h2>
<p class="lead">Per una serie di ragioni, non tutte frutto di scelte deliberate, la Germania è uno dei Paesi che più hanno tratto profitto dell’integrazione economica e monetaria europea.</p>
<p>Per tutto il decennio successivo alla riunificazione, la Germania ha avuto tassi di crescita deludenti. Molti attribuiscono la rinascita tedesca alle già menzionate riforme Hartz del 2003-2005, che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro e, secondo una percezione diffusa, aumentato la competitività del Paese. Se è vero che a partire dal 2005 la crescita tedesca è stata trainata dalle esportazioni, l’impatto delle riforme del mercato del lavoro è stato probabilmente marginale e non è passato per i canali che molti immaginano. Il “miracolo” tedesco è il frutto di una riorganizzazione della struttura produttiva del Paese causata in larga parte da eventi esterni.</p>
<p>I crescenti avanzi commerciali sono principalmente da attribuire a due fattori. In primo luogo, la crescita dei Paesi emergenti (in particolare Cina e India), ormai mercati stabili per i beni di lusso (ad esempio le autovetture di grossa cilindrata), ma soprattutto affamati di beni capitali e in particolare di macchinari, di cui la Germania è il massimo produttore mondiale.</p>
<p>In questo settore non è certo la moderazione salariale a determinare la competitività, ma al contrario la qualità, la produttività e il know-how, che consentono di mantenere situazioni di quasi monopolio in mercati di nicchia.</p>
<blockquote><p>Questo dominio è facilitato dai legami commerciali con i Paesi dell’Est, rinforzati con l’allargamento dell’Unione europea del 2004.</p></blockquote>
<p>Approfittando dei legami culturali e della prossimità geografica, al momento dell’ingresso dei Paesi dell’Est nel mercato unico le imprese tedesche vi hanno spostato la produzione di beni intermedi a basso valore aggiunto, comprimendo così i costi di produzione. Un altro elemento spesso dimenticato del successo tedesco è la riconversione dell’industria dell’ex Germania dell’Est.</p>
<p>La riunificazione è spesso vista come un fardello che ha rallentato per almeno un decennio la crescita tedesca, il che è certamente vero.</p>
<p>Ma è stata anche un’opportunità per fare un salto tecnologico importante. Approfittando del terreno vergine di un’industria desertificata e di generose sovvenzioni europee, le imprese della Germania occidentale hanno costruito impianti produttivi alla frontiera tecnologica (nei settori tradizionali come l’automobile, ma anche nella microelettronica) senza dover affrontare i costi della riconversione di imprese esistenti. La Germania dell’Est inoltre è stata una testa di ponte per rinsaldare i legami commerciali con i Paesi dell’ex blocco comunista. Certo, le riforme del mercato del lavoro hanno contribuito a ridurre i costi di produzione, riducendo i salari nei settori non protetti (principalmente servizi); ma in misura molto minore di quanto non abbia fatto la riorganizzazione della struttura industriale e del commercio di beni intermedi. Se hanno avuto un ruolo marginale nell’aumento della competitività e della produttività, le riforme del mercato del lavoro hanno invece avuto un ruolo nello spiegare l’aumento del tasso di risparmio delle famiglie tedesche, i cui salari sono rimasti stagnanti dall’inizio degli anni Novanta fino al 2017-18.</p>
<p>Il calo dell’investimento domestico e l’ossessiva attenzione dei governi che si sono succeduti alla disciplina di bilancio hanno fatto il resto: la tendenza alla deflazione e la compressione della domanda interna hanno accompagnato la crescita delle esportazioni. In conclusione, la rinascita tedesca è stata principalmente il frutto di una serie di circostanze esterne (la caduta del blocco sovietico e il ritorno nell’orbita europea dei Paesi dell’Est, l’affacciarsi dei Paesi emergenti sui mercati mondiali) che per motivi storici, geografici e industriali hanno avvantaggiato più la Germania che altri Paesi europei. Il formidabile “sistema Paese” tedesco ha fatto il resto, assicurandosi che quest’opportunità non fosse sprecata. L’euro non ha attenuato il vantaggio tedesco sui partner europei; anzi, lo ha se possibile accentuato. Dopo un’iniziale svalutazione al momento della sua introduzione, la moneta unica si è fortemente apprezzata tra l’inizio degli anni Duemila e l’inizio della crisi finanziaria globale. Questo ha naturalmente avuto un impatto negativo sulle esportazioni dei Paesi europei, impatto che tuttavia non è stato uniforme. Le imprese tedesche, da un lato erano specializzate in beni di gamma elevata, la cui domanda internazionale è poco sensibile alle fluttuazioni del tasso di cambio e del prezzo; dall’altro lato, grazie alla riorganizzazione della catena del valore si trovavano a pagare meno per i beni intermedi importati dai Paesi dell’Est rispetto ai quali l’euro si era rivalutato. La Germania inoltre vinceva su due fronti: mentre l’euro forte comprimeva i costi di materie prime e beni intermedi, l’inflazione più bassa di quella dei partner/concorrenti come l’Italia e la Francia creava una svalutazione reale all’interno della zona euro, garantendo competitività di prezzo e quote crescenti di mercato. Per la sua posizione peculiare nella catena del valore europea, dunque, la Germania è stata il solo Paese dell’Eurozona ad avere allo stesso tempo una valuta forte per pagare le importazioni e un cambio debole per le esportazioni. Questo, insieme alla compressione della domanda domestica, spiega l’accumulazione spettacolare degli avanzi commerciali, che è continuata fino a oggi.</p>
<p>Ma non è solo una questione di competitività. L’appartenenza all’euro ha anche consentito alla Germania di perseguire la disciplina di bilancio di cui è tanto fiera. L’editorialista del Financial Times Martin Wolf ha recentemente notato come l’area valutaria, il cambio stabile e il mercato unico abbiano rappresentato una valvola di sfogo per assorbire tutti gli eccessi di risparmio del settore privato. Wolf confronta la Germania con<br />
il Giappone, che per caratteristiche demografiche simili ha anch’esso una cronica insufficienza di consumi e investimenti, ma che non dispone di un mercato estero così stabile; il settore pubblico ha quindi dovuto assorbire l’eccesso di risparmio con disavanzi notevoli, che hanno negli anni portato al più alto debito pubblico del mondo (237% del PIL nel 2019). Il governo tedesco ha potuto invece praticare quella virtù di bilancio che richiede a gran voce ai suoi partner europei, proprio perché gli eccessi di offerta del proprio settore privato erano assorbiti dalla spesa di consumatori, imprese e governi dei Paesi periferici dell’Eurozona. Senza l’euro, conclude Wolf, la virtù tedesca non sarebbe potuta esistere. Anche durante la crisi del debito sovrano la Germania ha tratto vantaggio dalla moneta unica. Quando la fuga dei capitali mette in ginocchio la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda (si veda il paragrafo 5.3), i risparmiatori in cerca di investimenti sicuri si precipitano sui titoli di Stato dei<br />
Paesi del Nord, e in particolare i Bund tedeschi. Mentre i Paesi della periferia hanno sempre più difficoltà a finanziarsi, i tassi di interesse dei Paesi del Nord crollano, fino a diventare negativi. Oggi, i risparmiatori sono disposti a pagare il governo tedesco pur di prestargli i soldi e metterli alsicuro. Un gruppo di ricercatori dell’università di Halle6 ha stimato che tra il 2010 e il 2015 la Germania ha risparmiato circa cento miliardi di<br />
euro in interessi, un ammontare superiore a quanto il Paese abbia dovuto sborsare per salvare la Grecia. Nei primi quindici anni della moneta unica la Germania ha anche potuto contare sui vantaggi di una politica monetaria tagliata su misura. La BCE prende le proprie decisioni di tasso d’interesse sulla base delle condizioni macroeconomiche medie della zona euro. Per il semplice fatto delsuo peso economico, la Germania non si discosta mai significativamente dalla media. Se a questo si aggiunge l’influenza della potente Bundesbank nelle istanze decisionali della BCE. Si comprende facilmente perché la maggior parte degli studi sul tema trovino che la politica monetaria dell’Eurozona sia stata conforme ai bisogni dell’economia tedesca. Per i paesi della periferia, invece, essa è stata probabilmente troppo accomodante negli anni 1999-2007 e certamente troppo restrittiva negli anni della crisi finanziaria globale. In conclusione, per anni la resistenza al cambiamento della Germania e dei Paesi che le gravitano intorno è stata dovuta, in primo luogo, alla compatibilità del sistema attuale con il pensiero ordoliberale; in secondo luogo, alla capacità della Germania di trarre profitto dalla propria appartenenza all’euro e dalla sua posizione nelle catene del valore globali. Non è quindi sorprendente che, anche nei momenti più drammatici in cui era più evidente il carattere disfunzionale della nostra casa comune, ogni richiesta di riforma fosse lasciata cadere senza nemmeno essere discussa. Negli anni di fuoco della crisi il governo tedesco si è limitato a un approccio che potremmo definire da “minimo sindacale”: fare solo il necessario per mantenere l’Eurozona a galla, sempre con l’obiettivo prioritario di minimizzare il costo per i propri contribuenti. Ma il mondo nel 2020 è molto diverso da quello del 2000 o del 2010, per non parlare di come sarà quello del 2021, dopo la pandemia.</p><p>The post <a href="https://luissuniversitypress.it/tanto-la-merkel-dira-di-no/">Tanto la Merkel dirà di no</a> first appeared on <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://luissuniversitypress.it/tanto-la-merkel-dira-di-no/">Tanto la Merkel dirà di no</a> proviene da <a href="https://luissuniversitypress.it">Luiss University Press</a>.</p>
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